Docente:    ADAMO
Risultati prova scritta del 15 settembre 2017

Gli esiti delle prove scritte di Istituzioni di economia degli intermediari finanziari e di Finanziamenti d'azienda (Corporate banking) svolte in data 15 settembre 2017 saranno comunicati mercoledì 20 settembre 2017 in aula EP5 alle ore 12:00, dove si svolgeranno anche le registrazioni e le prove orali.


Posticipo esami del 13/09/2017

Gli esami di Istituzioni di economia degli intermediari finanziari, di Finanza etica e di Istituzioni di economia del mercato dei capitali previsti per il 13 settembre 2017 sono posticipati al 15 settembre 2017 in aula Cons 2 alle ore 15:00 (gli esami che prevedono la prova scritta) e alle ore 16:00 (gli esami che prevedono la prova orale).


Programma di Istituzioni di economia del mercato dei capitali (a.a. 2016-2017)

Il corso si pone l’obiettivo di approfondire lo studio degli intermediari finanziari attraverso l’esame delle principali operazioni sul mercato dei capitali, in un’ottica economica e giuridica. In particolare, l’attenzione è rivolta alle operazioni di finanza straordinaria (M&A, LBO, ristrutturazione aziendale) e alle operazioni di finanza strutturata (mezzanine finance, project finance, securitization). Infine, il corso avvia allo studio dell’imminente European Capital Market Union (CMU).  

 

Bibliografia di riferimento:

Forestieri G. “Corporate & Investment Banking”, Egea, Milano (Capitoli 5, 6, 7, 8, 9, 14, 15, 16 e 17), Edizione 2015.


Programma di Istituzioni di Economia degli Intermediari Finanziari (a.a. 2015/2016)

La prima parte del corso intende occuparsi del sistema finanziario nella sua accezione più ampia, richiamando le implicazioni strategiche e organizzative dello sviluppo degli intermediari in un sistema finanziario come quello italiano. Questi temi sono
completati da una sezione dedicata alla nuova regolamentazione bancaria europea.
La seconda parte del corso si pone l’obiettivo di studiare i soggetti che compongono il sistema finanziario, ovvero gli intermediari finanziari, facendo particolare riferimento alle banche, agli investitori istituzionali e alle società di gestione dei mercati.

 

Bibliografia di riferimento:

Onado M., Economia e regolamentazione del sistema finanziario, Il Mulino, Bologna, 2016 (da p. 1 a p. 239)


Programma di Finanza Etica (a.a. 2015/2016)

Il corso impegna lo studente a riconoscere le attività di finanza etica, per capire e valutare le alternative finanziarie eticamente applicabili e promuovere economia e sviluppo sostenibile. 

Principali contenuti:

L’attività di finanza etica; le defizioni di finanza etica; i maggiori investitori; le iniziative significative; i principali strumenti.

Bibliografia di riferimento:

Adamo R. (a cura di), La finanza etica. Principi, strumenti e finalità, ESI, Napoli, 2009.

 


Programma di Istituzioni di Economia del Mercato dei Capitali (a.a. 2015/2016)

Il corso si pone l’obiettivo di approfondire lo studio degli intermediari finanziari attraverso l’esame delle principali operazioni sul mercato dei capitali, in un’ottica economica e giuridica. In particolare, l’attenzione è rivolta alle operazioni di finanza straordinaria (M&A, LBO, ristrutturazione aziendale) e alle attività di acquisizione di partecipazioni al capitale di rischio delle imprese non finanziarie (private equity e venture capital). Infine, il corso avvia allo studio dell’imminente European Capital Market Union (CMU). 

Argomenti:

  1. Il mercato del capitale di rischio
  1. Le operazioni di finanza straordinaria
  1. European Capital Market Union (CMU)

Bibliografia di riferimento:

Forestieri G. “Corporate & Investment Banking”, Egea, Milano (Capitoli 5, 7, 8, 9, 10 e 11), Edizione 2015.

Siti internet da consultare:

http://ec.europa.eu/finance/capital-markets-union/index_en.htm

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5731_it.htm

http://www.consob.it/web/investor-education/verso-il-mercato-unico-dei-capitali


Programma di Istituzioni di Economia degli Intermediari Finanziari (a.a. 2014/2015)
La prima parte del corso intende occuparsi del sistema finanziario nella sua accezione più ampia, richiamando le implicazioni strategiche e organizzative dello sviluppo degli intermediari in un sistema finanziario come quello italiano. Questi temi sono
completati da una  sezione dedicata all’attività di regolamentazione sugli intermediari.
La seconda parte del corso si pone l’obiettivo di studiare i soggetti che compongono il sistema finanziario, ovvero gli intermediari finanziari, facendo particolare riferimento alle banche, agli investitori istituzionali e alle società di gestione dei mercati.
Una parte speciale del corso è dedicata ai principali temi di finanza etica.
 
 
Bibliografia di riferimento:

Onado M., Economia e regolamentazione del sistema finanziario, Il Mulino, Bologna, 2012 (da p. 1 a p. 255)

Adamo R. (a cura di), La finanza etica. Principi, strumenti e finalità, ESI, Napoli, 2009.


Programma di Istituzioni di Economia del Mercato dei Capitali (a.a. 2014/2015)

Il corso si pone l’obiettivo di completare lo studio degli intermediari finanziari, attraverso l’esame delle caratteristiche generali dei principali strumenti finanziari (titoli obbligazionari, titoli azionari e titoli derivati), delle attività di acquisizione di partecipazioni al capitale di rischio delle imprese non finanziarie (private equity e venture capital) e delle operazioni di finanza straordinaria (M&A, LBO, ristrutturazione aziendale).

 

Bibliografia di riferimento:

Onado M. “Economia e regolamentazione del sistema finanziario”, Il Mulino, Bologna (Parte Terza, dal Capitolo 12 al Capitolo 15), Terza Edizione 2012.

Forestieri G. “Corporate & Investment Banking”, Egea, Milano (Capitoli 5, 6, 10, 11, 12 e 13), Edizione 2007.

Si segnala l’Edizione del 2007 in quanto gli argomenti oggetto di studio sono illustrati in maniera meno tecnica, quindi più in linea per studenti di Giurisprudenza. Tuttavia, si comunica l’esistenza di una versione più aggiornata (Edizione 2011) che tratta gli argomenti in maniera più aziendalistica. Per l’Edizione 2011 i capitoli oggetto di studio sono 5, 7, 8, 9, 10 e 11.


Programma di Finanziamenti di azienda (Corporate Banking) (a.a. 2014/2015)
Il corso impegna lo studente nelle attività di corporate banking, per capire e valutare le alternative finanziarie applicabili e promuovere lo sviluppo economico.

Principali contenuti:
L’attività di corporate e di investment banking. Le banche di investimento. L'attività di M&A e le operazioni di ristrutturazione. Le
operazioni di LBO. Il private equity e il venture capital. Le operazioni di credito e il mezzanine finance. Il project financing e la securitization.
 
Bibliografia di riferimento:
Forestieri G., Corporate & Investment Banking, Egea, Milano, 2011.

Ricevimento studenti

La prof.ssa Rosa Adamo riceve gli studenti ogni mercoledì alle h 10:00 presso il Cubo 3C, V piano, Studio n. 9.

e-mail: rosa.adamo@unical.it

 

Le collaboratrici della Prof.ssa Rosa Adamo, la dott.ssa Domenica Federico e la dott.ssa Antonella Notte, ricevono gli studenti ogni mercoledì alle h 10:00 presso il Cubo 3C, V piano, Studio n. 7.

Dott.ssa Domenica Federico      e-mail: dfederico@unical.it

Dott.ssa Antonella Notte          e-mail: anotte@unical.it



Docente:    AIELLO G
Programma

CATTEDRA DI DIRITTO DELLE ASSICURAZIONI PRIVATE E SOCIALI PROF. GIUSEPPE AIELLO ANNO ACCADEMICO 2009/2010 ORARIO DI RICEVIMENTO STUDENTI VENERDI’ DALLE ORE 17 ALLE ORE 18 Libro di testo da adottare: Manuale di diritto delle assicurazioni private e sociali-Autore Prof. Giuseppe AIELLO –Centro Editoriale e Librario UNICAL edizione 2005 DIRITTO DELLE ASSICURAZIONI PRIVATE • CAPITOLO I paragr. 1.2-1.4-1.5-1.7-1.11 • CAPITOLO II paragr. 2.4-2.8-2.9 • CAPITOLO III paragr. 3.1 • CAPITOLO V paragr. 5.1-5.2-5.5-5.9-5.10-5.11 • CAPITOLO VI paragr.6.1-6.2-6.3-6.4 • CAPITOLO VII paragr. 7.1-7.3-7.4 • CAPITOLO VIII parag. 8.1-8.2 • CAPITOLO IX paragr. 9.2-9.3-9.4-9.5-9.8 • CAPITOLO X paragr.10.4-10.5-10.6 PROPEDEUCITA’ NESSUNA DIRITTO DELLE ASSICURAZIONI SOCIALI • CAPITOLO XII • CAPITOLO XIII • CAPITOLO XIV • CAPITOLO XV PROPEDEUCITA’ NESSUNA



Docente:    ALBINO
ORARIO RICEVIMENTO STUDENTI

RICEVIMENTO STUDENTI

MARTEDI' 31 GENNAIO ORE 9:30

 

STUDIO DOCENTE (CUBO 3B - 2° PIANO)

E' SEMPRE GRADITA LA COMUNICAZIONE ANTICIPATA DELLA RICHIESTA DI INCONTRO DA PARTE DEGLI STUDENTI PER E-MAIL (luca.albino@unical.it) AL FINE DI UNA MIGLIORE ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO DI RICEVIMENTO.

INOLTRE SI INVITA A CONSULTARE QUESTA MESSAGGERIA PER ESSERE INFORMATI TEMPESTIVAMENTE DI EVENTUALI VARIAZIONI DI ORARIO O DI DATA.




Docente:    AMISANO
PROGRAMMA DIRITTO PENALE 2

 

“UN PERCORSO DI CIVILTA’ ATTRAVERSO IL DIRITTO PENALE”

 

-Il concetto di sicurezza in diritto penale: la sicurezza sociale

- i riflessi del multiculturalismo sul diritto penale: la recente idea di cultural defence

- I delitti contro la Pubblica Amministrazione: peculato e peculato d’uso; concussione, corruzione, corruzione tra privati; infedeltà patrimoniale, abuso d’ufficio, interesse privato in atti d’ufficio; interruzione di pubblico servizio o di servizio di pubblica necessità; traffico di influenze illecite.

- Calunnia; falso giuramento dela parte; false informazioni al P.M.; false informazioni al difensore; falsa testimonianza; falsa perizia.

- I delitti contro gli animali

- I delitti contro la famiglia

- Le varie forme di omicidio e la riforma relativa all’omicidio stradale

- Percosse e lesioni; le lesioni durante le manifestazioni sportive ed i recenti casi “dell’acido”.

- Mutilazione dei genitali femminili

- L’abbandono di minori ed incapaci e la violenza sui minori

- Circonvenzione di incapace

- Omissione di soccorso

- La violenza sessuale

-L’usura; la truffa alle assicurazioni; incauto acquisto e ricettazione; esercizio abusivo della professione

- Schiavitù, servitù, tratta e plagio

-Stalking e femminicidio


MATERIALE DI STUDIO DIRITTO PENALE 2 - 201572016

TESTI DI RIFERIMENTO ESAME DI DIRITTO PENALE 2

 

 

 

 

M. Amisano, L’uomo è misura di tutte le cose, in Critica del Diritto, vol. I, 2014, pp. 96-107;

 

 

M. Amisano, Uso di carte di credito di aziende pubbliche a fini privati: un problema aperto, in Studi in onore del prof. Alfonso Stile, ESI, 2014, pp. 741-752;

 

 

M. Amisano, Le tipologie della corruzione, Giappichelli, 2012, da p. 53 a p. 103/ da pag. 134 a pag. 139/ da pag. 151 a pag. 181;

 

 

M. Amisano, Riforma anticorruzione: scelta di politica criminale o emergenza?, in Critica del diritto, vol. II, 2012, pag. 157-180;

 

 

M. Amisano, Un’analisi giuridica e criminologica del fenomeno di stalking, in Revista Faculdade de Direito da Universidade Federal de Minas Gerais, vol. 66, 2015, pp. 575-594.

 

TUTTI GLI ALTRI ARGOMENTI PRESENTI NEL PROGRAMMA DOVRANNO ESSERE STUDIATI SU UN MANUALE DI PARTE SPECIALE A SCELTA DELLO STUDENTE (testo consigliato: Fiandaca Musco)

 

 


PROGRAMMA E MATERIALE DI STUDIO DIRITTO PENALE DELL'ECONOMIA- ANNO 2016-2017

Diritto Penale dell’Economia

Anno accademio 2016-2017

 

Programma e testi di studio:

 

  1. F. Antolisei, Manuale di Diritto Penale – Leggi complementari, Tomo I e II, ult. ed.

 

Tomo I

-       Amministratore di fatto, estensione ex 2639 c.c.: pp. 33-59;

-       Resp. dei componenti organi gestori:  pp. 60-86;

-       Aggiotaggio: pp. 383-418;

-       Insider Trading: pp. 451-462;

-       False comunicazioni sociali: pp. 99-188.

 

Tomo II

-       Le forme di bancarotta: pp. 15 – 230;

-       La delega di funzioni: pp. 480 – 485;

-       Il d. lgs. 231/2001: pp. 695 – 732;

 

  1. M. Amisano Tesi, Le tipologie della corruzione, Giappichelli.

 

-       Le forme di corruzione: pp. 53 – 106, 181 – 191.

 

  1. Fiandaca – Musco, Diritto Penale parte speciale, Vol. II, Tomo II, ult. ed.

 

 

-       Riciclaggio: pp. 256 – 268.

 

  1. Dispense delle lezioni:

 

-       I reati dei colletti bianchi e corporate crimes;

-       Il whistleblowing;

-       Il gruppo ex artt. 2497 ss c.c.

 


ORARIO RICEVIMENTO DIRITTO PENALE 2 E DIRITTO PENALE DELL'ECONOMIA

Il ricevimento relativo agli insegnamenti DIRITTO PENALE 2 e DIRITTO PENALE DELL'ECONOMIA si tiene ogni giovedì dalle ore 11 alle ore 13 nella stanza della prof.ssa AMISANO (cubo 3 B, ultimo piano)


PROGRAMMA E MATERIALE DI STUDIO DIRITTO PENALE 2- ANNO 2016-2017

PROGRAMMA:

Lo scopo del diritto penale: garantire la sicurezza dei consociati

Multiculturalismo e cultural defense

Il diritto penale del nemico

Come si legano cultural defense e diritto penale del nemico

Il reato di peculato

Le tipologie della corruzione

I reati di terrorismo

I maltrattamenti sugli animali

I reati contro l’assistenza familiare

Le varie forme di omicidio (compreso il nuovo omicidio stradale)

I reati di lesioni e percosse

La violenza sessuale

I reati di pedopornografia

Lo stalking

Il plagio

La diffamazione (on line)

 

MATERIALE DI STUDIO:

PER I FREQUENTANTI SONO ESSENZIALI GLI APPUNTI DELLE LEZIONI.

La parte relativa alla sicurezza dovrà essere studiata sugli appunti. Approfondimenti in Garland, La cultura del controllo, Il Saggiatore 2004

Amisano, L’uomo è misura di tutte le cose, in Critica del diritto, vol.1, 2014, da p. 96 a p. 107

Amisano, Uso di carte di credito di aziende pubbliche a fini privati: un problema aperto, in Studi in onore del prof. Alfonso Stile, Esi, pag.741-752

Amisano, Le tipologie delle corruzione, 2012, DA P. 53 A PAG. 106; DA P. 181 A P. 191

Amisano, Riforma anticorruzione: scelta di politica criminale o emergenza?, Critica del diritto, vol.2, pag. 157-180

Amisano, Un’analisi giuridica e criminologica del fenomeno di stalking, in Revista Faculdade de Direito da UFMG, 2015, vol. 66, pag. 575-594

Reati di terrorismo, Fiandaca Musco, Diritto penale parte speciale, vol.1, pagg.44-54

Maltrattamenti animali, Caringella, Manuale di diritto penale, parte speciale, da p. 833 a p. 845

Reati contro assistenza familiare, Fiandaca Musco, Diritto penale parte speciale, vol.2 tomo 1, capitolo 7 sezione 4

Varie forme di omicidio e  Omicidio stradale, Fiandaca Musco, Diritto penale parte speciale, vol.2 tomo 1, capitolo 1 sezione 1, più Caringella da p. 949 a p.952

Lesioni e percosse, Fiandaca Musco, Diritto penale parte speciale, vol.2, tomo 1 ,capitolo 1 sezione 3

Violenza sessuale e pedopornografia, Fiandaca Musco, Diritto penale parte speciale, vol. 2, tomo 1, capitolo 5 e Caringella da p. 1042 a p.1071

Plagio: Appunti


SPOSTAMENTO ESAMI PENALE 2 E PENALE DELL'ECONOMIA A CAUSA DELLA SOSPENSIONE DELLE ATTIVITA' DIDATTICHE PER NEVE

Gli esami di diritto penale 2 e diritto penale dell'economa fissati per domani, giorno 11 gennaio, alle ore 9, a causa della sospensione delle attività didattiche per la neve disposta dal Rettore, si svolgeranno alle ore 9 del giorno 12  gennaio nella stanza del docente (cubo 3 B, ultimo piano). Chi avesse altri esami il giorno 12 è pregato di prendere contatto con la professoressa Amisano alla mail: maristami@libero.it



Docente:    AQUINO
econ. industriale 18.2.03


Docente:    ARGONDIZZO
Business English - Syllabus 2016-2017

Dear Students,

The Business English Syllabus (2016-2017) has been uploaded on the following link: http://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/admin/adm_documenti/gest_materiale.cfm?V_TROVATO=T&V_NEWDIR=T

(bacheca docente DISPES which allows the uploading of word files). If you need any other information, please check with me in class.

Greetings.Carmen Argondizzo



Docente:    BELTRAMI
ISCRIZIONE ESAMI

Si informano gli studenti che, a cominciare dall'appello previsto per il 17/2/2017, le iscrizioni dovranno essere formalizzate sul nuovo sistema ESSE3. Ciò vale anche per quegli studenti che, precedentemente ad oggi, abbiano già provveduto ad iscriversi via email secondo il sistema provvisorio, ai quali è dunque richiesto di iscriversi nuovamente sul sistema ESSE3.


CALENDARIO APPELLI DIRITTO COMMERCIALE A.A. 2016/2017

Di seguito il calendario degli appelli di diritto commerciale per l'a.a. 2016/2017:

- merc. 18/1/2017 h. 9,30 (aule inf. 1 e 2 h. 9,30; a seguire in EP2);

- ven. 17/2/2017 (aule inf. 1 e 2 h. 9,30; a seguire in OA3);

- merc. 26/4/2017 (aula inf. 2 h. 8,30; a seguire in aula 12, piano primo, cubo 3B).



Docente:    BRONZETTI
risultati TP I parte del 7/6

I parte risultati prova del 7/6. Per accettare voto e procedere a registrazione inviare immediatamente mail al docente (giovanni.bronzetti@unical.it) in cui si dichiara (indicando il proprio nome e cognome) di accettare il voto (indicare punteggio) e di autorizzarlo al caricamento sul sistema esse 3

 

NOME MATRICOLA VOTO
Covello Francesca Iole 186911 27
Nguyen Thi Thu Ha 180085 30
Occhiuto Valentina 186836 27
Perri Elena 182303 30
Russo Michele 179937 30
Talotta Alessandro 180378 30
Vivacqua Alessandra 186783 26

risultati ragioneria vstc 7 6

Se si vuole accettare il voto inviare immediatamente mail al docente con nome cognome e matricola dichiarando di accettare il voto (indicare punteggio) e autorizzarlo al caricamento su esse 3

 

matricola nome  cognome voto
       
180164 Trong Anh Tu 23
180162 Nguyen Trang 23
179577 Tran Duy Dong 26
179574 Valentina Menniti 24
180070 Antonio Serratore 27
180394 Jacques Antoine 27

II parte risultati TP del 7.6

II parte risultati del 7.6. Per accettare il voto inviare immediatamente al docente (giovanni.bronzetti@unical.it)

  COGNOME NOME MATRICOLA VOTO
180033 AURELIO FORTUNATA MARIA   20
189356 CAMPESE SERENA 30
186579 CERSOSIMO ROSA   28
187138 CIARDULLO FRANCESCA   NS 13
186851 CORICA GIOVANNA  28
179731 COSENTINO VALENTINA  30
186958 D'AMICO LAURA  30
186589 DE ROSE GILDA FRANCESCA  28
180073 DURSO VINCENZO  30
186607 ELIA ESTER  30
180392 ELIA FEDERICA   30
187152 FALANGA GIANNANDREA   22
187144 GALLO TERRY  30
179310 GAROFALO ROSARIO   28
186906 GATTO LEONARDO  27
186570 GIGLIOTTI SALVATORE  26
186966 GRAVANTE ROSARIO 26
172449 IANNELLO CATERINA  28
186726 LORELLO MARIA  26
186840 MAGURNO MARIANTONIETTA   30
186854 MAZZOTTA ELENA  30
186980 MERCURIO ROSSANA  25
186913 MORRELLI MAURO  25
186846 MUZZI MARIA ANTONIETTA  25
18175 NESCI SIMONE  27
186977 PAONE VALENTINA  30
180051 PASCULLI GIOVANNI DOMENICO ANTONIO  30
182249 PERSICO SILVIA  30
186960 PISANO FEDERICA  30
186735 REDA ALESSIA  30
180055 RIGA PIERPAOLO  30
181503 RIZZA GIUSEPPE  30
186837 RUFFO ALBINO  NS 12
186844 RUSSO ROSSANA  27
140647 SALAMONE ANGELA  24
179954 SAPORITO FILOMENa  22
186587 SCALERCIO ALESSANDRO   30
186917 SCARMOZZINO DOMENICO   30
186884 SICOLI MARIA SOLE  30
186727 VALLELUNGA GIOVANNI  22

la seguente mail:

il sottoscritto NOME COGNOME e MATRICOLA accetta il voto di (INDICARE PUNTEGGIO OTTENUTO) e autorizza il docente al caricamento su esse 3.

 

In assenza di tale accettazione, il voto non sarà caricato.

 



Docente:    BRUNI
avviso spostamento esami di Analisi dei mercati e politica economica

 

La concomitanza  degli esami con un importante convegno degli economisti mi costringe a spostare gli  esami che erano stati fissati giorno 16 settembre 2017 Gli stessi esami sono rinviati a mercoledì 20 settembre alla 10,00. L'aula sarà indicata in un successivo avviso.

 

Il docente


Esami macroeconomia . Corso di laurea Economia Aziendale

Gli studenti che si sono prenotati per l'esame di macroeconomia di giorno 18 sono invitati (tutti) a presentarsi presso l'aula Informatica alle ore 9,00.

Al termine delle prove scritte inizieranno gli esami orali che si svogeranno nell'aula Ep1.

 

 Prof. Bruni



Docente:    BRUNO S
CORSI DI DIRITTO COMMERCIALE E CONC. E DIRITTO PRIVATO COMPARATO A.A. 2016/2017

ANNO ACCADEMICO 2016 - 2017

 

PROPEDEUTICITA': PER SOSTENERE GLI ESAMI DI DIRITTO COMMERCIALE E DELLA CONCORRENZA E DI DIRITTO PRIVATO COMPARATO E' NECESSARIO AVERE SUPERATO DIRITTO PRIVATO.

RICEVIMENTO:  DURANTE IL CORSO LA PROF.SSA S. BRUNO RICEVERA' OGNI GIOVEDì NEL SUO STUDIO (CUBO 3B) DALLE H. 16 ALLE H. 17.


PROGRAMMI 

 

DIRITTO COMMERCIALE E DELLA CONCORRENZA (15 CREDITI), GIURISPRUDENZA, a.a. 2016-2017

 

Si raccomanda agli studenti di frequentare con continuità il corso e di portare a lezione il Codice Civile del 2016. L'esame consiste in una preselezione al computer con domande a risposta multipla ed in un orale. Saranno ammessi all'orale solo coloro i quali avranno superato la preselezione al computer con almeno il 60% delle risposte esatte (corrispondente alla votazione di 18). Nel mese di aprile sarà fissato un appello riservato ai soli f.c.

Questo programma e questi libri di testo sono validi anche per gli studenti appartenenti ai precedenti a.a. Tuttavia gli studenti dei precedenti a.a. possono scegliere di studiare sui libri di Visentini/Cottino/Campobasso di cui fossero già in possesso.

- LE FONTI DEL DIRITTO COMMERCIALE

- L'ESERCIZIO DELL'ATTIVITA' DI IMPRESA: La fattispecie impresa nelle sue varianti (Imprenditore commerciale, imprenditore agricolo, piccolo imprenditore), La pubblicità commerciale, L’organizzazione dell’attività dell'imprenditore (azienda, scritture contabili, ausiliari, dell'imprenditore commerciale), Gli strumenti di esercizio dell’impresa (i titoli di credito), La cooperazione fra imprenditori.

-LA CRISI DELL'IMPRESA: Il fallimento, Il concordato preventivo, Il concordato in continuità. Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, La liquidazione coatta amministrativa, L'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, Gli strumenti di composizione della crisi da sovraindebitamento.

- LE SOCIETA' IN GENERALE.

- LE SOCIETA' DI PERSONE (S.S., S.N.C. E S.A.S.): La costituzione, La struttura finanziaria della società: conferimenti, capitale e patrimonio, utili e perdite, Lo status e la responsabilità dei soci, La governance nelle società di persone, Le decisioni dei soci, L’amministrazione e il controllo, Contabilità e bilancio delle società personali, Lo scioglimento individuale del rapporto sociale, Scioglimento della società e liquidazione, La società in accomandita semplice.

- Per gli studenti fuori corso: fin qui il programma di Diritto Commerciale I da qui Diritto Commerciale II:

- SOCIETA' DI CAPITALI (S.P.A., S.R.L. E S.A.P.A.): Costituzione della società e società unipersonale: conte­nuto, procedimento, effetti nullità, La s.p.a.: struttura finanziaria, La s.p.a.: organizzazione corporativa (assemblea, amministrazione, controllo), La s.r.l.: struttura finanziaria, La s.r.l.: organizzazione corporativa, La s.r.l. semplificata, La Start-up Innovativa.La s.a.p.a., Contabilità e bilancio delle società di capitali, Le modificazioni dello statuto e lo scioglimento del vincolo sociale, Le operazioni straordinarie (trasformazione, fusione, scis­sione), Lo scioglimento della società, la liquidazione e l’estinzione. I GRUPPI E IL MERCATO DEL CONTROLLO: I gruppi di società, La disciplina delle società quotate, L'OPA.

- LE SOCIETA' COOPERATIVE.

-LA DISCIPLINA DELLACONCORRENZA: Le fonti del diritto della concorrenza, L'AGCM, La nozione di impresa nel diritto antitrust, L'abuso di posizione dominante, Le intese, Le concentrazioni

 

 Libri di testo:

1) Lineamenti di diritto commerciale a cura di Gastone Cottino, edizione 2016,  Zanichelli;

2) Lezioni di diritto della concorrenza, ebook, di A. Papa Malatesta, 2011.

Saranno poi distribuiti o indicati a lezione altri materiali di cui si darà notizia in questa messaggeria che potranno essere reperiti sotto questo link che sarà operativo al momento in cui si caricheranno i materiali.

 

 

DIRITTO PRIVATO COMPARATO (9 CREDITI), GIURISPRUDENZA, a.a. 2016-2017

Si raccomanda agli studenti di frequentare le lezioni assiduamente. L'esame sarà orale. Durante le lezioni tuttavia gli studenti saranno invitati a svolgere delle presentazioni scritte e orali di cui si terrà conto in sede di valutazione finale.

Programma:

LA COMPARAZIONE GIURIDICA- IL MODELLO INGLESE DI PROPRIETA' ED IL TRUST - LINEAMENTI DI DIRITTO DEI CONTRATTI -LA RESPONSABILITA' CIVILE-LA SOCIETA' PER AZIONI IN DIRITTO INGLESE, AMERICANO, TEDESCO.

 Libro di testo:

Diritto Privato Comparato, di Alpa - Bonell - Corapi - Moccia - Zeno-Zencovich, edizione Laterza, 2012: tutto ad esclusione del capitolo su Successioni.

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In aggiunta i materiali che saranno caricati sotto questo link. In particolare si tratta di 1) S. Bruno, La tutela del risparmiatore: il patrimonio separato o autonomo; 2) S. Bruno, "Il ruolo dell'assemblea di s.p.a. nella corporate governance": solo pagg. 14-31 (incluse) + Capitolo III tutto;3) Slides su diritto societario inglese; 4) Slides su La corporation americana; 5) Slides su diritto societario tedesco in generale; 6) Slides su diritto tedesco AG; 7) Slides su diritto tedesco GmbH. 

+ Dispensa del dr. Magnelli su Il contratto reperibile pressola Leucam;

+ Sentenze e altro materiale sul Trust reperibile pressola Leucam.

Dal 2016 tutti gli studenti dovranno portare il programma indicato dalla prof.ssa S. Bruno.

 

*******************************

 

ESAMI DEGLI STUDENTI FUORI CORSO DI: DIRITTO DELLA CONCORRENZA (5 CREDITI) - LEGISLAZIONE BANCARIA (5 CREDITI) (ex corsi del prof. A. Papa Malatesta):

I programmi ed i testi sono invariati; non è necessario avere sostenuto diritto privato, nè diritto commerciale. L'esame è orale. La commissione è presieduta dalla prof. S. Bruno.

Testo Dir. concorrenza: A. Papa Malatesta, Lezioni di diritto della concorrenza, ebook, 2011. Il programma è tutto il libro.

Testo Leg. Bancaria: P. Bontempi, Diritto bancario e finanziario, 2009, Giuffrè. Il programma è: Le fonti - L'esercizio dell'attività bancaria - Gli organi di vigilanza e la vigilanza - Le attività finanziarie - Il leasing - La tutela del cliente - I contratti per la raccolta del risparmio - L'attività di erogazione (solo mutuo ordinario e fondiario) - L'aperura di credito, l'anticipazione, lo sconto - Il conto corrente - Le garanzie bancarie.



Docente:    CARNEVALE
Calendario esami a.a.2016-17

Calendario degli esami per l'a.a. 2016-17:

Programmazione e controllo (10 cfu)  Programmazione e controllo 1 (5 cfu) Programmazione e controllo 2 (5 cfu)

05 Novembre 2016 (RISERVATO ESCLUSIVAMENTE STUDENTI FUORI CORSO);

25 Gennaio 2017;

16 Febbraio 2017;

13 Giugno 2017;

06 Luglio  2017;

19 Settembre 2017.


Analisi e contabilità dei costi (10 cfu)  Analisi e contabilità dei costi 1 (5 cfu) Analisi e contabilità dei costi 2 (5 cfu):

 

05 Novembre 2016 (RISERVATO ESCLUSIVAMENTE STUDENTI FUORI CORSO);

25 Gennaio 2017;

16 Febbraio 2017;

13 Giugno 2017;

06 Luglio  2017;

19 Settembre 2017.

 

 

  


Ricevimento studenti

Orario ricevimento studenti SETTEMBRE 2017:

Lunedì 25 ore 16.30.


Comunicazione corso di Analisi dei costi

Il corso di Analisi e contabilità dei costi avrà inizio lunedì 25 settembre come da orario. 

 

Ai fini della frequenza farà fede l'iscrizione al corso da effettuarsi sulla lista predisposta su Esse3 Unical.

LA LISTA DI ISCRIZIONE AL CORSO SARA' CHIUSA GIORNO 31 OTTOBRE 2017 ALLE ORE 8.00.

La mancata iscrizione comporterà la non attestazione della frequenza e, quindi, l'impossibilità a sostenere l'esame per l'intero a.a. 2017-18.

DEVONO INSERIRE IL PROPRIO NOMINATIVO SULLA LISTA DI ISCRIZIONE ANCHE TUTTI COLORO CHE HANNO FREQUENTATO IL CORSO NEGLI SCORSI ANNI ACCADEMICI MA NON HANNO ANCORA SOSTENUTO L'ESAME.

PER COLORO CHE HANNO FREQUENTATO IL CORSO NEGLI ANNI PRECEDENTI SI PRECISA CHE IL PROGRAMMA D’ESAME RIMANE INVARIATO FINO ALL’APPELLO PER FUORI CORSO DI NOVEMBRE (DATA DA COMUNICARE).

A PARTIRE DALLA SESSIONE D’ESAME DI GENNAIO-FEBBRAIO 2018 GLI STUDENTI DOVRANNO ADEGUARSI AL PROGRAMMA SVOLTO NELL’A.A. 2017-18.

 


Calendario appelli esame a.a. 2017-2018

Calendario degli esami per l'a.a. 2017-18:


Programmazione e controllo (10 cfu)  Programmazione e controllo 1 (5 cfu) Programmazione e controllo 2 (5 cfu)

--- Ottobre/Novembre 2017 (da definire) riservato esclusivamente studenti fuori corso;

25 Gennaio 2018;

15 Febbraio 2018;

--- Aprile 2018 (da definire) riservato esclusivamente studenti fuori corso;

18 Giugno 2018;

09 Luglio  2018;

19 Settembre 2018.


Analisi e contabilità dei costi (10 cfu)  Analisi e contabilità dei costi 1 (5 cfu) Analisi e contabilità dei costi 2 (5 cfu):

 --- Ottobre/Novembre 2017 (da definire) riservato esclusivamente studenti fuori corso;

25 Gennaio 2018;

15 Febbraio 2018;

--- Aprile 2018 (da definire) riservato esclusivamente studenti fuori corso;

18 Giugno 2018;

09 Luglio  2018;

19 Settembre 2018.


 

  



Docente:    CATALANO
Esame del 26 settembre per Soc. Ambiente

A causa dello sciopero dell'11 settembre, l'appello di Sociologia dell'ambiente sarà il 26 settembre alle ore 9:00 presso l'aula H3


Ricevimento

Il 20 settembre dalle 12:00 alle 13:30.

 


27 luglio ricevimento

Ricevimento: 27 luglio dalle 11.00 alle 12.30. Per i tesisti anche il 7 agosto dalle 11.30 alle 13.00.


restanti date di esami (SOC.AMBIENTE) 2017

 

28 aprile 2017 per f.c. (aula da definire)

26 giugno (ore 9.00, aula G1- polifunzionale) e 13 luglio (ore 9.00, aula H2 - polifunzionale)  2017

11 settembre 2017 (aula da definire)


Esami del 14 luglio, EP2

L'elenco rivisto (per rilettura ordine di prenotazione e urgenze di alcuni studenti):

ore 9.00 EP2: Mercurio; Ferlaino; GrecoF.; La Regina S.; Cannataro;Macrì F.;Porco G.; Marziano;Are Moira;Principato L.; Jerace;Coscarella

ore 15.00 Ep2: Panza; Pedullà;Perri; Scarcelli;Cirillo; Pugliese; Cardamone; Cesario


Ricevimento

Dalle ore 12:00 alle 13:30 del 20 settembre.

Con l'inizio dei corsi, ogni venerdì dalle 10:30 alle 12:30.

 

 

 



Docente:    CATERINI
ricevimento 1 aprile 2015

SONO CONVOCATI GLI STUDENTI CHE DEVONO RIPETERE IL CONTRATTO PARTE GENERALE NONCHè ERMANDA RAO (SUCCESSIONI).

PROF. ENRICO CATERINI


ricevimento odierno

avra' inizio alle 16,30.

prof. enrico caterini


ricevimento 25 marzo 2015

IL RICEVIMENTO DEL 25 PV SARA' DIFFERITO AL 26 ORE 15,30. SONO CONVOCATI GLI STUDENTI CHE DEVONO RIPETERE I CONTRATTI TIPICI DELLA SECONDA PARTE.

PROF. ENRICO CATERINI



Docente:    CATERINI M
Appelli gennaio e febbraio 2017

Appelli Diritto penale 1

26 gennaio 2016, ore 9,15, Aula EP2

23 febbraio 2017, ore 9,15, Aula EP2

Gi appelli sono stati aperti su ESSE3.



Docente:    CATONE
Risultati Esame Lingua Tedesca 2 appello del 30 gennaio 2017 (Prof.ssa Catone)

I risultati verranno registrati il 10 febbraio. Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data.
(email: antonellacatone@hotmail.it )

 

Matricola

Cognome

Nome

ESITO

180834

ALOSA

MARTINA

24

171657

AMICA

VALERIA PIA

20

173835

ANNETTA

MARIA CARMEN

NON SUPERATO (punti 7)

181319

ANTONUCCI

ELISA

20

178688

ARCUDI

SERENA

22

178338

ARTUSA

ROBERTA

27

155981

BATTAGLIA

TANIA

NON SUPERATO (punti 3)

177892

BELLINO

VINCENZO

26

178925

BRUNI

MIHAELA

26

171682

BRUNO BOSSIO

GISELA MICHELA

NON SUPERATO (punti 14)

86047

BRUNO

SAVERIO

27

155823

CAPIZZANO

EUGENIA

18

181512

CAPUTO PESHKOVA

ALLA

24

178777

CARBONE

NATASHA

30

178001

CERCHIARO

MORENA

24

180633

CHIAPPETTA

MIRIANA

25

181028

CIPOLLA

ASSUNTA

24

181077

D'AGOSTINIS

ANNAMARIA

29

176909

DE SANTIS

FRANCESCO

27

176572

DEMASI

ANNA RITA

25

178754

DI BENEDETTO

MARIANNA

29

178297

DI SANTO

FEDERICA

20

165672

DUMITRESCU

RALUCA IOANA

NON SUPERATO (punti 13)

178768

DURANTE

MATILDE

26

178300

FAHIM

ZAKARIA

24

179123

FARHAT

HINDA

NON SUPERATO (punti 16)

180929

FLORIO

GIOVANNI

27

179111

GALEANO

ILARIA

24

179015

GALLO

ILARIA

20

165686

GENTILE

GIOVANNI VINCENZO

NON SUPERATO (punti 14)

155946

GIANNOTTA

GIANMARCO

24

180915

GIGLIO

ANNA

24

159628

GIGLIO

LORENA

NON SUPERATO (punti 3)

164337

GIORDANO

VALERIA MIRELLA

NON SUPERATO (punti 8)

158563

GIRALDI

PAOLA

NON SUPERATO (punti 8)

178405

GRAZIANO

LEONARDO

21

162500

GRECO

FRANCESCO

30

179022

GRECO

FRANCESCO

21

177821

GRIFFO

MARIO ANTONIO

30

178808

GRISI

MARIALAURA

30

178305

GUERRA

MARIA TERESA

27

178952

IANNELLO

FEDERICA

NON SUPERATO (punti 13)

178283

IEMMA

MATTIA

22

152901

IMBROGNO

ALESSANDRA

28

180913

LIO

CRISTINA

27

177365

LOMBARDO

CARMINE

18

172954

LUCARELLI

MARIKA

25

179049

LUCENTE

GIUSEPPE

30

173670

LUPO

ALESSANDRA

NON SUPERATO (punti 15)

181113

MADDALENA

ERIKA

27

176979

MALLAMACI

GIOVANNI

26

176676

MARADEI

LEONARDO

25

177359

MARTINO

FEDERICA

NON SUPERATO (punti 15)

180936

MASCI

FLAVIANA

30

170221

MASSARO

PIETRO

NON SUPERATO (punti 3)

162971

MAURO

SARA ERMINIA

NON SUPERATO (punti 15)

179145

MAZZEI

DORINA

NON SUPERATO (punti 15)

176701

MAZZOTTA

VINCENZO

26

180492

MURACA

MARIA PIA

25

181009

NICOTERA

ANNA

26

178296

NIGRO

WLADIMIRO

26

177591

NOTARIANNI

ROSITA

30

180720

OCCHIUTO

SARA

24

180938

ORLANDO

ALESSANDRA

27

180307

PACE

SIMONE

26

178217

PAGNOTTA

TERESA

29

181105

PAPALIA

VINCENZO

NON SUPERATO (punti 15)

180941

PAPARATTO

JESSICA

29

181030

PERRI

GIUSEPPINA

26

178403

PERROTTA

MANUEL

23

171809

PETRASSI

CONCETTA ERIKA

NON SUPERATO (punti 5)

171720

PORCO

GABRIELLA

NON SUPERATO (punti 7)

176446

PREZIOSO

ANNAMARIA FRANCESCA

28

176666

PRZYGODZKA

KINGA ANNA

27

163772

RANIERI

MARINA

19

178545

REDA

CRISTINA

30

180819

RICIOPPO

MARTINA

NON SUPERATO (punti 15)

177195

SCORZA

MARIAROSARIA

27

181126

SERVIDIO

MARTINA

NON SUPERATO (punti 11)

176494

SICOLI

MARTINA

30

178331

VIA

MANUELA

25

180807

ZICARELLI

FEDERICA

24

179172

ZITOUN

SOMIA

21

 

 

 


Risultati Esame Lingua Tedesca 1 (Laboratorio) appello del 30 gennaio 2017

Coloro che non hanno superato l'esame di LINGUA TEDESCA 1 (Laboratorio) sono pregati di venire venerdì 10 febbraio ore 9.30 presso il Laboratorio Linguistico cubo 17/A per la visione del compito e l'esame orale (Dott.ssa Sandra Genoese, email: sandragenoese@tiscali.it)  

Cognome Nome

N° matricola

Corso di Studio

Voto

Bisignano Carmine

161122

Scienze Turistiche

16

Bisignano Maria Grazia

171861

Scienze Turistiche

15

De Silvio Diego

180711

Scienze Turistiche

18

Ferraro Luca

180757

Scienze Turistiche

28

Granieri Alessio

173949

Scienze Turistiche

16

Joita Maria Adele

165746

Scienze Turistiche

14

Perri Sante

167016

Scienze Turistiche

21

Saraceno Giuseppe Antonino

164492

Scienze Turistiche

14

Sirangelo Silvia

165698

Scienze Turistiche

16

Spina Sharon

165698

Scienze Turistiche

13

 


Appello di febbraio

Si comunica agli studenti che gli esami SCRITTI di:

Lingua tedesca 1 - laboratorio (ST)
Lingua tedesca 2 (ST)
Lingua tedesca (magistrale VSTC) 

si terranno il 22 febbraio 2017 alle ore 16.00 in Aula OA/SG3 - 1° piano

Si comunica inoltre che il prossimo ricevimento della prof.ssa Catone è previsto per il giorno 23 febbraio 2017 alle ore 12.00 (aula Storia 7).

email: antonellacatone@hotmail.it


esame

Si comunica agli studenti che gli esami SCRITTI di:

Lingua tedesca 1 - laboratorio (ST)
Lingua tedesca 2 (ST) 
Lingua tedesca (magistrale VSTC) 

si terranno il 22 febbraio 2017 alle ore 16.00 in Aula OA/SG3 - 1° piano

Si comunica inoltre che il prossimo ricevimento della prof.ssa Catone è previsto per

il giorno 23 febbraio 2017 alle ore 12.00 (aula Storia 7).

email: antonellacatone@hotmail.it 


ESAME DI LINGUA TEDESCA 1 e 2 (4 settembre 2017. prof.ssa Catone Antonella)

Risultati Esame Lingua Tedesca 1 e 2 

appello del 4 settembre  2017 (Prof.ssa Catone) 

I risultati verranno registrati il 10 settembre. Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data.
(email: antonellacatone@hotmail.it )

 

LINGUA TEDESCA 1

Genovese Erica: voto 22

 

LINGUA TEDESCA 2

Joita Maria Adela: voto 24

Cannataro Mara: voto 26

Aiello Mario: voto 24

Grandinetti Rossana: voto 27

Gualtieri Maria Teresa: voto 26

Louati Helima: voto 26


Risultati Esame Lingua Tedesca 2 appello del 22 FEBBRAIO 2017 (Prof.ssa Catone)

Risultati Esame Lingua Tedesca 2 appello del 22 FEBBRAIO 2017 (Prof.ssa Catone)
I risultati verranno registrati il 2 marzo.

Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data.
(email: antonellacatone@hotmail.it )


#

Matricola

Cognome

Nome

Anno Freq.

Esito

1

181033

SABATO

SARAH

2016/2017

26

2

173812

MAZZEI

SALVATORE

2015/2016

ASSENTE

3

158563

GIRALDI

PAOLA

2013/2014

26

4

171809

PETRASSI

CONCETTA ERIKA

2015/2016

24

5

179145

MAZZEI

DORINA

2016/2017

24

6

170221

MASSARO

PIETRO

2015/2016

22

7

165672

DUMITRESCU

RALUCA IOANA

2014/2015

23

8

177058

ZOLEO

DOMENICO

2016/2017

ASSENTE

9

181105

PAPALIA

VINCENZO

2016/2017

26

10

177067

PASCALI

CATERINA

2016/2017

30

11

173670

LUPO

ALESSANDRA

2015/2016

24

12

171720

PORCO

GABRIELLA

2015/2016

23

13

178378

TRUSSO

ANTONELLA

2016/2017

20

14

162971

MAURO

SARA ERMINIA

2014/2015

22

15

167016

PERRI

SANTE

2014/2015

26

16

171861

BISIGNANO

MARIA GRAZIA

2015/2016

ASSENTE

17

177359

MARTINO

FEDERICA

2016/2017

28

18

171682

BRUNO BOSSIO

GISELA MICHELA

2015/2016

28

19

165686

GENTILE

GIOVANNI VINCENZO

2014/2015

22

20

173959

LA NOCE

LEONARDO

2015/2016

25

21

173835

ANNETTA

MARIA CARMEN

2015/2016

NON SUPERATO

(14)

22

171697

TALARICO

FRANCESCO GIACOMO

2015/2016

27

23

171849

ROCCHETTO

MARIA EMILIA

2015/2016

ASSENTE

24

134575

COSTANZO

VANESSA

2010/2011

ASSENTE

25

165754

ROSACE

ROCCO

2014/2015

ASSENTE

26

177247

MAZZUCA

RITA

2016/2017

24

27

171719

MOUSSA

ADEL SAYED IBRAHIM HUSSEIN

2015/2016

30

28

181126

SERVIDIO

MARTINA

2016/2017

26

29

180922

CAPOANO

BENEDETTO

2016/2017

ASSENTE

30

179242

MADIA

ALESSANDRO

2016/2017

27

31

164337

GIORDANO

VALERIA MIRELLA

2014/2015

26

32

159628

GIGLIO

LORENA

2013/2014

23

33

132900

NERO

ILENIA

2009/2010

24

34

180819

RICIOPPO

MARTINA

2016/2017

ASSENTE

35

178047

CERBELLI

LUIGI

2016/2017

23

36

173668

LAGROTTERIA

ANTONIETTA

2015/2016

23

37

176898

VETRANO

SAMANTHA

2016/2017

28

38

162274

BASILE

FRANCESCO

2014/2015

ASSENTE

39

165698

SIRANGELO

SILVIA

2014/2015

ASSENTE

40

178762

CAPALBO

FRANCO

2016/2017

26

41

181000

CAMPISANO

ELEONORA

2016/2017

23

42

179123

FARHAT

HINDA

2016/2017

28

43

133557

BEVILACQUA

DEA

2010/2011

ASSENTE

44

177433

TOMASELLI

ROSELLA

2016/2017

23

45

157089

CERAVOLO

GIUSEPPE

2013/2014

22

46

173811

CANNATARO

MARA

2015/2016

ASSENTE

47

178221

ANASTASI

ALESSANDRA

2016/2017

20

48

170178

CHIARELLA

ALESSIA

2015/2016

27



Risultati Prova finale di Lingua Tedesca 1 (Laboratorio) appello del 22 febbraio 2017

Per informazioni o chiarimenti contattare la prof. ssa GENOESE: sandragenoese@tiscali.it 

Cognome Nome

N° matricola

Corso di Studio

Voto

Bisignano Carmine

161122

Scienze Turistiche

25

Bisignano Maria Grazia

171861

Scienze Turistiche

23

Bonofiglio Giuseppe

158401

Scienze Turistiche

20

Cupitò Simone

181054

Scienze Turistiche

18

Fusaro Cristiana

140044

Scienze Turistiche

9

Granieri Alessio

173949

Scienze Turistiche

26

Gualtieri Maria Teresa

148839

Scienze Turistiche

15

Saraceno Giuseppe Antonino

164492

Scienze Turistiche

13

Spina Sharon

180987

Scienze Turistiche

16


Risultati Esame Lingua Tedesca 2 appello del 21 aprile 2017 studenti fuori corso - Prof.ssa Catone Antonella

I risultati verranno registrati il 29 aprile. Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data (email: antonellacatone@hotmail.it ).

 

Elenco Studenti Iscritti all'Appello

   

#

Matricola

Cognome

Nome

Anno Freq.

Esito

1

171861

BISIGNANO

MARIA G.

2015/2016

27

2

173949

GRANIERI

ALESSIO

2015/2016

28

3

161122

BISIGNANO

CARMINE

2014/2015

27

4

163585

AIELLO

MARIO

2014/2015

assente

5

165751

LA TORRE

LUCA N.

2014/2015

23

6

155981

BATTAGLIA

TANIA

2013/2014

24

7

158433

SANGERMANO

MARIA R.

2013/2014

assente

8

134575

COSTANZO

VANESSA

2010/2011

assente

9

162274

BASILE

FRANCESCO

2014/2015

assente

10

133557

BEVILACQUA

DEA

2010/2011

20

11

173631

SCALZO

LUIGIA

2015/2016

28


Risultati Esame Lingua Tedesca 1 appello del 21 aprile 2017 – studenti fuori corso (Prof.ssa Catone Antonella)

I risultati verranno registrati il 29 aprile. Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data.

Email: antonellacatone@hotmail.it 

Elenco Studenti Iscritti all'Appello

   

#

Matricola

Cognome

Nome

Anno Freq.

Esito

1

140044

FUSARO

CRISTIANA

2015/2016

12 (non superato)

2

164492

SARACENO

GIUSEPPE ANTONINO

2014/2015

19

3

148839

GUALTIERI

MARIA TERESA

2011/2012

20

4

165746

JOITA

MARIA ADELA

2013/2014

assente

5

180990

DE PAOLA

VINCENZO

2015/2016

assente

6

171319

CERCHIARA

VINCENZO

2014/2015

assente

 


Risultati Esame Lingua Tedesca 1 e 2 appello del 10 Luglio 2017 (Prof.ssa Catone)
I risultati verranno registrati il 17 luglio. Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data (email: antonellacatone@hotmail.it )
 
LINGUA TEDESCA 1
Fusaro Cristiana (140044): Voto 21
Joita Maria Adela (165746): Voto 23
 
LINGUA TEDESCA 2
Aiello Mario (163585): Voto 5 (non superato)
Saraceno Giuseppe Antonio (164492): Voto 22
Gigliotti Melissa (170189): Voto 22
Costanzo Vanessa (134575): Voto 20
Martino Silvia (180468): Voto 24
Rocchetto Maria Emilia (171849): Voto 26
Manca Stefania (171455): Voto 27

Risultati Esame Lingua Tedesca 2 appello del 19 giugno 2017 (Prof.ssa Catone)

I risultati verranno registrati il 27 giugno.

Chi non volesse accettare il voto è pregato di mettersi in contatto con la docente entro questa data.
(email: antonellacatone@hotmail.it )

 

Matricola

Cognome

Nome

ESITO

180819

RICIOPPO

MARTINA

24

162274

BASILE

FRANCESCO

NON SUPERATO (punti 3 )

178952

IANNELLO

FEDERICA

24

173835

ANNETTA

MARIA CARMEN

20

171849

ROCCHETTO

MARIA EMILIA

NON SUPERATO (punti 14 )


Risultati esame di Lingua Tedesca 1 (Laboratorio) - S.T.

Risultati:

-  Joita Adela (n° matricola 165746): 16

 - Spina Sharon (n° matricola 180987): 15

Le studentesse sono pregate - qualora volessero visionare il compito e sostenere l'esame orale - di presentarsi giorno 27 giugno alle ore 9.00 presso il Centro linguistico di Ateneo (cubo 17/A) pianoterra.



Docente:    CHIAPPETTA
Ricevimento studenti

 Istituzioni di Diritto Privato Economia Aziendale (aula A, L), docente prof.ssa G. Chiappetta:--------------------------------------------- IL RICEVIMENTO della prof.ssa Chiappetta si terrà presso il suo studio, sito al 5° piano del cubo 3/B, ogni mercoledì dalle ore 11:00.


LEZIONI DI DIRITTO CIVILE - Anno Accademico 2016/2017
LEZIONI DI DIRITTO CIVILE
Anno Accademico 2016/2017
Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

INDICE

 

CAPITOLO  1

 

PRESENTAZIONE

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 6

 

LA PROCEDURE GIUDIZIARIA

Vincent A. De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta

Aggiornamento a dicembre 2016                                                            p. 22

 

CAPITOLO 2

I PRINCIPI DEL FUNZIONAMENTO DELLA CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO E DELLE LIBERTA' FONDAMENTALI (CEDU)

Vincent. A De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta

Il testo riproduce la lezione in video conferenza svolta il 7 marzo 2017 presso l'Università della Calabria.                                                                                   p. 32

 

CAPITOLO 3

LA TUTELA DELLA VITA PRIVATA SECONDO L’ART. 8 NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Vincent. A De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta                                                                                            p. 40

 

CAPITOLO 4

SISTEMA DELLE FONTI, CEDU, CORTE DI STRASBURGO E RELATIVA GIURISPRUDENZA.

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 52

 

CAPITOLO 5

SITUAZIONI ESISTENZIALI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 78

 

CAPITOLO  6

DIRITTI DELLA PERSONALITÀ: DIRITTO ALLA VITA, ALLO STATUS

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 89

 

CAPITOLO  7

GLI STATUS PERSONAE E FAMILIAE NELLA GIURISPRUDENZA DELLE CORTI SOVRANAZIONALI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 125

 

CAPITOLO 8

DIRITTO AL NOME

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 133

 

CAPITOLO 9

IL PROBLEMA DELLA CONTINUITÀ DEI DIRITTI DELLA PERSONALITÀ

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                p. 143

     

CAPITOLO 10

IL DIRITTO A CONOSCERE LE ORIGINI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                p. 146

 

CAPITOLO 11

CONSENSO INFORMATO E DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO

Prof.ssa Giovanna Chiappetta                                                                          p. 165

 

CAPITOLO 12

IL RICORSO ALLACORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Dott. Paolo Cancemi, Giurista presso la Corte dei diritti dell’uomo.         p. 177

 

CAPITOLO 13

IL DIRITTO ALL’IMMAGINE. RICOSTRUZIONE DEL CONTENUTO DEL DIRITTO ALLA LUCE DELLA GIURISPRUDENZA INTERNA E DELLA CORTE EDU.

Dott.ssa Gabriella Cazzetta, Dottoranda presso l’Università degli Studi del Sannio                                                                                                                      p. 188

 

CAPITOLO 14

QUESITI DEGLI STUDENTI ALGIUDICE VINCENT DE GAETANO                                                                                                                   p. 207

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un ringraziamento agli studenti che hanno curato

la trascrizione e la revisione delle lezioni del corso di diritto civile:

Stefania Alice, Simona Arpino, Luana Aurelia, Annalisa Carbone,

Denise Chiappetta, Francesca Falcone, Gianpaolo Guido, Cesare Guglielmini,

 Alessia Internò, Alessia Lopez, Santina Lorenzo, Assunta Miceli,

Natalia Francesca Monaco, Maurizio Muto, Adelaide Papaianni, Claudia Perri, Maria Assunta Puterio, Rosa Ragadalì, Valeria Salerno, Mario Rocco Vincenzo, Valentina Valenti e Simona Volpe.

                                                                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  1

 

PRESENTAZIONE

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

In apertura di questo corso, è importante mettere in luce il delicato ruolo dell'interprete in ragione della pluralità ed eterogeneità delle fonti del sistema attuale italo-europeo. Questo sistema riconosce un ruolo di fonte subcostituzionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (d'ora in avanti CEDU) per come interpretata dalla Corte di Strasburgo. La Corte costituzionale, nel valutare la legittimità di tutte le norme dello Stato, sulla base del potere attribuito dall’art. 134 cost., con la sentenza n.49 del 2015 ritorna sul ruolo e sulla portata della CEDU, alla quali l’art. 117 cost. fa mobile rinvio. Questo articolo stabilisce che le leggi dello Stato, e quindi le fonti primarie, sono subordinate non solo alle fonti dell'Unione Europea, ma anche alle convenzioni internazionali. Tra queste, vi è appunto la CEDU per come affermato dalla Corte costituzionale a far data dalle sentenze nn. 348 e 349 del 2007.

L'aver scelto il tema dei diritti umani fondamentali apre l'indagine alla CEDU ed alla sua interpretazione ed applicazione ad opera della Corte di Strasburgo. Muovo dall'interrogativo della vincolatività o meno dei precedenti europei. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 49 del 2015, ha chiarito che non tutte le sentenze sono vincolanti, ma solo quelle pilota in senso stretto, e quelle che rappresentano una giurisprudenza consolidata.

La Corte costituzionale lascia all'interprete il margine di apprezzamento statale e la possibilità di valutare la vincolatività del precedente del giudice sovranazionale, al fine di individuare quale principio di diritto del precedente è vincolante, e quale principio non lo è in relazione ai casi concreti. La Consulta ribadisce:

 

LA PROCEDURA GIUDIZIARIA[5]

Vincent A. De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta

 

Premessa

È forse tautologico dire che un giudice eletto presso la Corte ha il compito di iuris dicere: che è, dopo tutto, la ragion d'essere di un giudice. Tuttavia, prima che un caso sia discusso da un giudice monocratico (G.U.) o da un collegio, il caso deve, come in qualsiasi tribunale, seguire un iter procedurale. Lo scopo di questo capitolo è quello di illustrare tale iter, identificando le fasi in cui si prevede che il giudice debba decidere una questione preliminare e/o pregiudiziale o di merito. Questo saggio si propone di esaminare l'organizzazione ed il funzionamento della Corte disciplinato dalla Convenzione e dal Regolamento. Ciò in quanto il giudice spesso è chiamato a svolgere differenti attività ed a rivestire una pluralità di ruoli: a volte è chiamato a decidere in qualità di giudice unico, altre in qualità di giudice relatore o giudice nazionale. In tutti questi casi, la sua funzione è essenzialmente quella di garantire la corretta applicazione della Convenzione.

Introduzione di una domanda

Come nella maggior parte degli organi giudiziali nazionali, la registrazione delle domande è gestita dal personale della cancelleria, che agisce secondo il Regolamento della Corte e sulla base di istruzioni pratiche[6] ed istruzioni generali che potranno di volta in volta essere predisposte dal cancelliere ed approvate dal Presidente della Corte. Il controllo in questa fase è esercitato dal Presidente della Corte che agisce mediante il cancelliere. Tralasciando l'esame dei rari (ma importanti) ricorsi interstatali che hanno una vita propria ed anche quelli rimessi ad un G.U., che sono trattati direttamente dal funzionario addetto alla tenuta del registro e dal giudice in composizione monocratica, avvenuta la registrazione del ricorso[7] si procede all'assegnazione del caso ad una sezione della Corte[8], che sarà la sezione nella quale vi è il giudice nazionale del Paese convenuto[9]. Giova ricordare che la sezione non è una Camera. La Convenzione parla di Chambers - negli Articoli 26, 29 e 30 - mentre il Regolamento (Regola 25) fa riferimento alle Sezioni. La camera è il "pool" di sette giudici costituito dai giudici a partire dalle sezioni[10].

Nell'assegnare ad una particolare sezione il ricorso, il cancelliere farà una valutazione preliminare per accertare se il medesimo deve essere assegnato ad un G.U. o ad un comitato di tre giudici, ovvero ad una camera di sette giudici. Tale assegnazione può essere modificata dai giudici.

Procedura innanzi al Giudice unico

Il numero dei giudici in composizione monocratica può variare (v. regola 27 bis § 1). I giudici unici sono istituiti ai sensi dell’articolo 26 § 1 della Convenzione. Dopo aver consultato il Bureau (composto, oltre che dal Presidente, dai Vice-Presidenti e i Presidenti di sezione), il Presidente della Corte decide il numero di giudici unici da istituire e procede alle designazioni richieste, fissando in anticipo l’elenco delle Parti contraenti per le quali ciascun G.U. esercita le sue competenze per tutto il periodo in cui è designato in tale qualità. Quanto summenzionato non si applica per i Presidenti di sezione[11]. Un giudice in composizione monocratica non può esaminare i ricorsi introdotti contro il Paese aderente in relazione al quale è stato eletto (art. 26 § 3).

La procedura di G.U. è stata introdotta per i casi manifestamente infondati, e quindi irricevibili sia per motivi formali (ad esempio perché la domanda è stata depositata fuori tempo) o nel merito (per esempio, il caso non solleva alcun problema in relazione alla Convenzione, o le affermazioni del ricorrente sono prive di fondamento, o la questione è stata oggetto di giurisprudenza consolidata secondo la quale, nelle circostanze in esame, non vi è stata alcuna violazione)[12].

Il G.U. ricevere periodicamente un elenco di casi, con una sintesi dei fatti, dove necessario, con un’indicazione anche della giurisprudenza consolidata, e con la proposta di dichiarare il ricorso irricevibile. Le sintesi e le proposte sono redatte da avvocati, ma devono essere approvate da un cancelliere designato dal Presidente della Corte, in qualità di relatore non giudiziario (NJR)[13]. Ci sono due tipi di elenchi. I casi dell'elenco A in genere hanno una sintesi di due, tre o più paragrafi che succintamente delineano i fatti posti a base del ricorso e la ragione o le ragioni per pronunciarsi sulla ricevibilità. I casi dell’elenco B riportano una sintesi del fatto molto più breve, o una breve sintesi generale relativa ad una pluralità di casi. Così, per esempio, un certo numero di casi, possono essere raggruppati nella lista B, perché la domanda in ognuno dei ricorsi è stata presentata oltre il termine di prescrizione. La decisione spetta sempre al G.U. In casi dubbi, il giudice può consultare l'avvocato responsabile per il sunto o il NJR o entrambi, ed anche discutere con il giudice nazionale, ovvero il giudice eletto in relazione allo stato contro il quale il ricorso è stato fatto. In tale ipotesi non vi è violazione dell'Articolo 26 § 3, poiché la decisione è rimessa al solo G.U.[14]. I casi nell'elenco B possono presentare alcuni problemi, in particolare quando sono stati raggruppati. Riguardo alla lista B, alcuni giudici optano di procedere col prendere due o tre ricorsi a caso dalla lista per discuterli con l'avvocato o con l'NJR per verificare che la sintesi (o il riepilogo generale) sia corretta. Il successo della procedura del G.U. dipende in larga misura da questa relazione di fiducia tra l’avvocato ed il NJR da una parte, e il giudice dall’altra.

Quando il giudice accetta una proposta del NJR, una breve lettera standard viene inviata al richiedente per informarlo che la Corte in composizione monocratica (è indicato il nome del giudice) ha dichiarato il ricorso irricevibile. La decisione del G.U. è definitiva (art. 27 § 2). Diversamente, il giudice può rinviare il caso per ulteriori informazioni all'avvocato o al NJR.

Il giudice può, inoltre, non accettare le proposte di irricevibilità avanzate da un NJR. In tale eventualità può rinviare il caso ad un comitato di tre giudici o ad una camera. Nel prendere tali decisioni, ovvero rinviare ad un’altra formazione giudiziaria, il giudice non è tenuto a motivare. Tuttavia, la corretta prassi suggerisce che le ragioni del rinvio debbano essere indicate, anche se molto brevemente. Questo aiuterà il relatore del Comitato o della Camera designati, a comprendere il problema ravvisato dal G.U. Vi sono stati casi - anche se sono pochi e datati – dove il ricorso, originariamente designato per una decisione del G.U., è finito addirittura davanti alla Grande Camera, con una sentenza che ha cambiato la giurisprudenza della Corte.

La decisione del G.U. di deferire il caso ad una Camera è un’indicazione che il G.U. non è del parere che il ricorso sia inammissibile, senza però entrare nel merito della causa. Dall’altro canto, un rinvio davanti al Comitato non significa necessariamente che il G.U. sia del parere che il ricorso è ammissibile: il G.U. può essere anche del parere che il ricorso è inammissibile, ma per vari ragioni – ad esempio quando il caso è molto importante nel Paese convenuto – preferisce che la decisione venga presa da tre giudici collegialmente invece che da uno.

Un’ultima considerazione: se un caso è stato assegnato (dalla Cancelleria) a un Comitato o ad una Sezione ed è stato nominato il giudice relatore, quest'ultimo può, prima che il caso venga comunicato al Governo convenuto, decidere di fare esaminare il ricorso dal G.U., salvo il potere del Presidente della sezione di decidere in modo diverso (Regola 49 § 3 (b)). In tale caso anche il rinvio al G.U. può essere fatto solo una volta.

Nomina del giudice relatore

Quando la Corte è adita ai sensi dell’Articolo 34 della Convenzione e il ricorso individuale sembra giustificare l'esame da parte di una camera o di un comitato, il Presidente della sezione alla quale è attribuita la causa nomina il giudice che esaminerà il ricorso in qualità di giudice relatore (Regola 49 § 2)[15]. Nella maggioranza dei casi il giudice relatore sarà un giudice nazionale. Tuttavia, vi possono essere casi in cui il giudice nazionale non è designato come giudice relatore. Ad esempio quando il giudice nazionale si trova in ipotesi di impedimento, astensione o dispensa di cui alla Regola 28. Vi possono essere anche casi in cui, a parere del Presidente di Sezione, sarebbe preferibile nominare un altro giudice in qualità di relatore al posto di quello nazionale. Tali sarebbero, ad esempio, le cause che sollevano questioni delicate o controverse nello Stato convenuto. Nella prassi, i Presidenti di sezione conferiscono con il giudice nazionale prima che il ricorso venga assegnato ad un altro giudice. Il giudice nazionale può anche chiedere, per ragioni valide, di essere esentato dal ruolo di relatore in un caso particolare.

Dal momento in cui il giudice relatore è designato, il medesimo lavorerà in stretto collegamento con il case-lawyer. Quest'ultimo è la persona che prepara i documenti da comunicare e le bozze di sentenze o decisioni. In tale ipotesi, il case-lawyer agisce in base alle istruzioni del giudice relatore. Alcuni giudici, nella loro qualità di relatori, preferiscono lasciare la stesura in bozza al case-lawyer e discutere il caso solo dopo che quest'ultimo abbia elaborato la bozza. Altri preferiscono impartire istruzioni chiare su come il ricorso deve essere risolto, e magari anche istruzioni dettagliate riguardo la stesura. In pratica, potrebbe non essere possibile discutere preliminarmente tutti i casi che un giudice ha sulla sua lista nella veste di relatore, e perciò alcuni giudici si limitano a discutere preliminarmente soltanto quei casi che saranno esaminati da una Camera, lasciando un po’ mano libera al case-lawyer riguardo ai casi destinati ad un Comitato, questi ultimi essendo di solito meno complicati.

Infine, la Regola 49 § 3 indica le attività che il giudice relatore deve espletare: "3. Durante l’esame, il giudice relatore: a) può chiedere alle parti di presentare, entro un dato termine, le informazioni relative ai fatti, i documenti e gli altri elementi che ritiene pertinenti; b) decide se il ricorso debba essere esaminato da un giudice unico, da un comitato o da una camera, sapendo che il presidente della sezione può ordinare che la causa sia sottoposta a una camera o a un comitato; c) presenta i rapporti, i progetti di testo e gli altri documenti che possano essere utili alla camera, al comitato o ai loro rispettivi presidenti ad assolvere alle loro funzioni".

Comunicazione

 

Prima che le questioni sollevate dal ricorso siano comunicate al Governo convenuto, il relatore deve decidere se le medesime debbano essere innanzitutto comunicate. Il giudice relatore può ritenere che il caso sia inammissibile ed in tale ipotesi sono possibili tre opzioni. Il relatore può, salvo indicazione contraria del Presidende della sezione, riferire il ricorso al G.U. per essere da lui o lei considerato e deciso. Se il caso presenta degli aspetti di irricevibilità che possono avere una portata generale o presentarsi in futuro[16], il relatore può ritenere opportuna una decisione motivata in ordine alla irricevibilità del ricorso, e allora propone tale decisione de plano o ad un Comitato (di tre giudici) o alla Camera. Si precisa che mentre nella Camera il giudice nazionale è, di regola, uno dei sette giudici che esaminano il ricorso anche quando la proposta è di una decisione de plano (ovvero senza comunicazione al Governo) di inammissibilità, la presenza del giudice nazionale non è richiesta in Comitato. Secondo una prassi ben consolidata, però, il giudice relatore invia al giudice nazionale tale informativa. Quando il giudice nazionale non condivide la soluzione del relatore di irricevibilità del ricorso, il Presidente di Sezione potrà rinviare la decisione ad una Camera. Allo stesso modo, se non c'è unanimità delle opinioni dei giudici in seno al Comitato[17], il ricorso viene automaticamente deferito alla Camera per la decisione sulla proposta del relatore di inammissibilità.

Se il relatore è del parere che il ricorso debba essere comunicato al Governo convenuto (o, in alcuni casi, ai Governi convenuti, quando il ricorrente lamenta che più di un Governo è responsabile della violazione subita) affinché la Camera esamini la questione, il case-lawyer preparerà un documento, che verrà inviato al Governo convenuto, che sintetizza i fatti del ricorso, come presentati dal richiedente. Tale documento di solito conterrà domande formulate al Governo convenuto, al fine di ottenere dal medesimo chiarimenti in ordine ai fatti o alle questioni giuridiche. Il case-lawyer, in base alle istruzioni del relatore, preparerà un altro documento chiamato “Rapporteur’s analysis”. Quest'ultimo documento spiega al Presidente della Sezione, responsabile ultimo della richiesta di osservazioni al Governo convenuto[18], i motivi per i quali si chiedono le osservazioni ed i chiarimenti al Governo convenuto. Se il relatore non è il giudice nazionale, questi due documenti sono inviati anche al giudice nazionale, chiedendo il suo parere. Se il giudice nazionale non è d'accordo, oppure se il Presidente di Sezione non è d'accordo con la proposta del relatore, la questione è sottoposta alla Camera[19]. La stessa procedura viene seguita quando il relatore si trova di fronte ad un WECL (well established case law,caso rientrante nella giurisprudenza consolidata) che deve essere comunicato al Governo convenuto, con l'unica differenza che la descrizione dei fatti ed il “Rapporteur’s analysis” sono molto più brevi e, inoltre, nessuna domanda viene posta al Governo convenuto.

A volte, in casi molto difficili o sensibili, il relatore può proporre che la questione venga prima esaminata dalla Camera. Ciò permette di esaminare collegialmente le censure del ricorrente e la comunicazione, incluse le domande, da sottoporre al Governo convenuto.

Quando il relatore ritiene che solo talune domande debbano essere esaminate nel merito e le altre siano chiaramente inammissibili, può proporre o di rinviare la decisione sulla inammissibilità in sentenza, o che tali questioni vengano dichiarate immediatamente irricevibili dal Presidente di Sezione che in tal caso agisce come un giudice unico[20]. Quest'ultima procedura ha il vantaggio di consentire ai giudici di concentrarsi sulle questioni non manifestamente irricevibili.

Lavori del Comitato

Le Camere della Corte istituiscono i Comitati per un periodo determinato; i Comitati sono composti da tre giudici appartenenti alla stessa sezione (articolo 26 § 1 e Regola 27). Il numero di comitati all'interno di una data sezione varia e la loro composizione viene riesaminata ogni dodici mesi. Il Presidente di Sezione non è mai membro di un comitato. Ogni comitato è presieduto dal membro più anziano; l'anzianità è determinata in base alla data in cui il giudice è entrato in carica[21].

Al Comitato vengono assegnate tre tipologie di domande, e precisamente quelle trasmesse al Comitato medesimo: (1) dal G.U., quando la pronuncia di inammissibilità deve essere stabilita da tre giudici e non da uno; (2) dal giudice relatore, il quale propone l’inammissibilità de plano o, in alcuni casi, dopo la comunicazione; (3) dal giudice relatore, il quale indica una violazione, quando sulla questione esaminata esiste una giurisprudenza consolidata della Corte (WECL). Il Comitato si occupa anche di “strike-outs”. Si tratta delle ipotesi nelle quali il ricorso può essere cancellato dal ruolo (anche dopo la comunicazione al Governo convenuto)[22] per una serie di motivi[23], tra i quali il venir meno dell’interesse del ricorrente[24], ovvero quando la questione è stata risolta mediante composizione amichevole (ex Articolo 39), o dopo la richiesta di cancellazione del Governo convenuto a norma della Regola 62A, con il riconoscimento che vi è stata violazione e l’impegno di fornire una riparazione adeguata.

All'interno di una data sezione, i casi vengono assegnati dal cancelliere di sezione alle varie formazioni del Comitato per rotazione. Il cancelliere di sezione di solito si impegna a garantire che sia il giudice relatore come anche il giudice nazionale siano coinvolti nel giudizio, anche se, dal punto di vista strettamente procedurale, non è necessario che il giudice nazionale ed il relatore siano coinvolti. In ogni caso, il comitato può, in qualsiasi fase del procedimento invitare il giudice nazionale a prendere il posto di uno dei suoi membri[25].

L’agenda del Comitato, unitamente alla decisione proposta (di inammissibilità o “strike-outs”) o i giudizi proposti in caso di WECL, sono distribuiti ai membri del Comitato con largo anticipo (una o due settimane prima) rispetto alla data in cui il Comitato dovrà riunirsi per esaminare le bozze. Nella prassi i membri del Comitato comunicano tra loro (e con il cancelliere di sezione)[26], via e-mail e generalmente concordano con le proposte, indicando minime modifiche o correzioni. In tal caso, i membri del Comitato non si riuniranno nel giorno stabilito, salvo che vi sia la richiesta di un membro del comitato medesimo[27].

Tutte le decisioni prese dal Comitato – sia di cancellazione che di inammissibilità o in caso di sentenza WECL - richiedono un voto unanime. In caso contrario, la questione è sottoposta automaticamente alla Camera[28].

Le decisioni e le sentenze del comitato sono, come le decisioni del giudice unico, definitive.

Procedimento della Camera

Il procedimento innanzi alla Camera inizia nello stesso modo in cui il giudice relatore decide di proporre un progetto di decisione (di inammissibilità o di cancellazione “strike-out”), o un giudizio di un progetto (WECL) davanti al Comitato, ovvero comincia con la stesura di una bozza di decisione o sentenza da parte del case-lawyer. Se il relatore ha già discusso il ricorso con il case-lawyer e dato istruzioni al medesimo, quest’ultimo procede a redigere la decisione o il giudizio. Il progetto è sottoposto a controlli - “language check” (LC) e “quality check” (QC) - prima di essere presentato al relatore per la sua approvazione. L'approvazione si ha con la firma del relatore (Visa) in alto a destra sulla prima pagina del progetto. Il controllo di qualità (QC) - normalmente effettuato dal cancelliere di Sezione[29] - ha lo scopo di verificare che il case-lawyer abbia redatto una bozza nel rispetto della disciplina, sia sul piano formale che di contenuto. Per questo motivo, soltanto a seguito del controllo di qualità (QC) il progetto definitivo è consegnato al relatore per la firma.

Alcuni giudici preferiscono leggere il progetto prima che venga inviato per il QC, in modo da garantire che il medesimo sia redatto seguendo le istruzioni impartite ed anche, se necessario, per apportare alcune modifiche. Ciò è perfettamente lecito, ma è importante che il relatore non firmi il progetto in tale fase. Se la persona responsabile del QC ha dubbi circa la soluzione proposta o il trattamento di una particolare questione giuridica sollevata nel progetto, il medesimo discuterà la questione con il case-lawyer per cercare di raggiungere un accordo. Tuttavia, quando la soluzione proposta nel progetto si basa su istruzioni inequivocabili del relatore con cui il correttore non è d'accordo, o quando il case-lawyer non è d'accordo sulla soluzione di un problema legale, la questione viene comunicata oralmente, o mediante un breve promemoria, all'attenzione del relatore, che ha l'ultima parola sulla soluzione da presentare alla Corte.

Dopo che il progetto è stato firmato dal relatore, il cancelliere di sezione assegna il progetto ad una Camera. La composizione delle Camere - ognuna formata da sette giudici effettivi e due o tre supplenti[30] - varia ogni volta che un nuovo giudice viene assegnato ad una particolare sezione. L’assegnazione dei ricorsi è attribuita a rotazione. Ogni Camera deve comprende il Presidente di Sezione, il relatore e, se il giudice nazionale non è il relatore, il giudice nazionale. Quando il Presidente di Sezione è il giudice nazionale per una particolare domanda, la Camera è presieduta dal vicepresidente di sezione[31]. Di tanto in tanto il Presidente di Sezione deve istituire una Camera ad hoc (ad esempio, quando un giudice nazionale è tenuto a sedersi in una sezione a cui non appartiene)[32].

Pochi giorni prima che la sezione si riunisca, i giudici riceveranno via e-mail una nota del Giureconsulto[33]. In questa nota il Giureconsulto, al fine di assistere la Camera, può presentare osservazioni sulla proposta di progetto, e dare suggerimenti sul progetto di sentenza o decisione. Naturalmente la decisione finale spetta ai sette giudici della Camera.

Il modello standard di deliberazione della Camera è il seguente: il Presidente di Sezione inviterà il relatore a presentare il caso e la sua proposta. Dopo il relatore, il giudice nazionale è chiamato ad esprimere il suo punto di vista. La discussione è, quindi, aperta a qualsiasi giudice che intenda esprimere le sue opinioni. Nella pratica il Presidente di sezione si esprime per ultimo. I giudici supplenti possono anche partecipare alla discussione. Nel corso della discussione, i giudici possono proporre modifiche al progetto di decisione o di sentenza. Terminata la discussione generale, il Presidente di Sezione chiede al giudice nazionale e poi al relatore le opinioni sulle modifiche proposte. Ogni modifica può essere oggetto di votazione (“indicative vote”). In caso di votazione indicativa (che sarà compiuta dai giudici effettivi), è consentita l’astensione di un giudice. Tuttavia, l’astensione non è ammessa per le votazioni definitive sulla ricevibilità o sul merito di una causa[34]. La Camera (come la Grande Camera) adotta le decisioni e le sentenze con voto espresso a maggioranza dei giudici effettivi. Alla Camera il voto è generalmente manifestato mediante alzata di mano (nella Grande Camera viene adottata una procedura più formale, per appello nominale in ordine inverso di precedenza).

Se nel corso delle deliberazioni diventa chiaro che la proposta del relatore non sarà condivisa dalla maggioranza, il medesimo può ritirare la proposta ed elaborarne una nuova, in linea con la posizione della maggioranza, la quale sarà presentata in una successiva riunione della sezione. Il relatore può, a questo punto, chiedere anche di essere sostituito da un altro giudice nel ruolo di relatore.

Quando la maggioranza concorda sulla proposta presentata dal relatore, ma ha indicato modifiche sostanziali nel testo della decisione o della sentenza, è adottata la procedura del “pigeon-hole[35]. Il testo definitivo sarà approvato solo dopo la comunicazione via e-mail del medesimo a tutti i giudici, i quali saranno poi invitati a presentare le loro osservazioni entro un termine stabilito. Naturalmente vi possono essere casi in cui le modifiche apportate al testo sono così rilevanti da non consentire una votazione finale prima che le medesime siano conosciute dai giudici - in tal caso non dovrebbe farsi ricorso alla procedura di “pigeon-hole” ed il caso dovrebbe essere rinviato su proposta del relatore o del Presidente della sezione. Sono affidate al relatore, in collaborazione con il case-lawyer ed il cancelliere di sezione, piccole modifiche al testo (di grammatica, ortografia, ovvero relative a riferimenti giurisprudenziali e ad altre variazioni minori) concordate durante le deliberazioni.

Naturalmente, come del resto accade tra i membri del Comitato, i giudici della sezione, possono discutere il caso prima della data della riunione. È una prassi consolidata lo scambio di opinioni tra i giudici, verbalmente o tramite e-mail, sui casi che discuteranno. In particolare ciò accade quando un giudice ha già un’opinione su un determinato punto controverso. I relatori preferiscono conoscere in anticipo qualsiasi opinione sostanziale che un collega può avere in connessione con il progetto proposto. La previa conoscenza è utile per evitare di dover rimandare la discussione ad un altro giorno per verificare qualche punto di fatto o di diritto, e per consentire al relatore di apportare modifiche sostanziali al progetto. Inutile dire che tali scambi di opinione prima della riunione della sezione sono coperti da segreto previsto nel giuramento[36]. Inoltre, ogni giudice della sezione può chiedere di prendere visione del fascicolo relativo al ricorso in discussione alla camera alla quale appartiene, e può anche contattare il case-lawyer per chiarimenti sui punti di diritto o di fatto.

Se la questione oggetto del ricorso all’esame di una Camera solleva gravi problemi di interpretazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, o se la sua soluzione (come proposta dal relatore o dalla maggioranza dei giudici) rischia di dar luogo a un contrasto con una sentenza pronunciata anteriormente dalla Corte, la Camera può rimettere il caso alla Grande Camera a meno che una delle parti non vi si opponga[37]. Ciò può essere fatto in qualsiasi momento, fino a che la Camera non abbia pronunciato la sua sentenza. La proposta di rimettere il caso alla Grande Camera può essere fatta anche dal relatore stesso.

Opinioni separate

Se la sentenza che è stata adottata non rappresenta, in tutto o in parte, l’opinione di tutti i giudici, ciascun giudice (contrario al risultato finale, ovvero alla motivazione della sentenza) può esprimere un’opinione separata[38]. Il parere verrà aggiunto al giudizio della maggioranza. Le opinioni separate possono essere dissenzienti o concordanti, anche solo parzialmente. Un parere parzialmente concordante è anche usato per esprimere disaccordo con la giurisprudenza della Corte, anche quando i giudici sono addirittura unanimi nella loro decisione[39]. Quando più di un giudice non concorda su qualche punto particolare, viene spesso elaborato un parere separato comune[40]; in alternativa, uno di essi può scrivere il parere e l'altro o gli altri dichiarano di condividere tale parere[41]. Opinioni separate sono soggette al controllo di “language check” (LC). Il correttore di lingua, tuttavia, dovrà sempre chiedere l'approvazione del giudice o dei giudici per le eventuali modifiche proposte prima che le medesime siano inserite nel progetto finale del parere separato.

Le opinioni separate non sono soggette al controllo qualità (CQ). Tuttavia alcuni giudici chiedono al case-lawyer o al cancelliere di sezione di leggere il progetto di parere separato per garantire, ad esempio, che tutti i fatti indicati siano esatti[42], e che i riferimenti alla giurisprudenza ed i rinvii ai punti della sentenza emessa dalla maggioranza siano corretti. Inutile dire che ogni giudice può esprimere il proprio dissenso ed essere anche in forte disaccordo con la maggioranza. È necessario garantire altresì che tale disaccordo sia manifestato correttamente, in particolare al fine di garantire il rispetto del dovere per il giudice "di sostenere la posizione e la reputazione della Corte"[43].

L'Articolo 45 § 2 prevede il diritto di allegare opinioni separate solo con riferimento alle sentenze. Pertanto, non è consentito esprimere opinioni separate alle decisioni. Il giudice che intende esprimere un’opinione separata deve evitare di manifestare opinioni separate sulle domande dichiarate inammissibili[44].

Se il Collegio della Grande Camera accoglie una richiesta di una della parti affinché un sentenza della Camera venga riesaminata dalla Granda Camera, quest’ultima si pronunzierà sempre per mezzo di una sentenza anche se l’esito finale è in realtà una pronuncia di irricevibilità (che davanti alla Camera sarebbe emessa per mezzo di una decisione)[45]. In tali casi la minoranza dissenziente dei giudici nelle opinioni separate potrà sostenere la ricevibilità entrando nel merito della controversia[46]. Diversamente la Grande Camera emana una decisione in seguito al rinvio del caso da parte della Camera[47].

Il giudice dissenziente, anziché manifestare un’opinione separata, può esprimere una “semplice dichiarazione di dissenso” ai sensi delle Regole 74 § 2 e 88 § 2. Tali regole non sono formulate in modo prescrittivo (“hanno il diritto di”, ovvero “possono, se lo desiderano”) come agli Articoli 45 § 2 e 49 § 2; tuttavia, nella prassi, se il giudice dissenziente non ritiene necessario che la sua opinione sul voto venga espressa in un’opinione separata, si fa ricorso sempre alla semplice dichiarazione di dissenso.

La Grande Camera

La Grande Camera è composta ex officio dal presidente della Corte, dai vicepresidenti e presidenti di sezione[48] e dal giudice nazionale dello Stato convenuto; gli altri membri vengono scelti in base al procedimento descritto nella Regola 24. Oltre ai diciassette giudici effettivi, vengono nominati anche tre giudici supplenti e tre giudici di riserva. In caso di rinuncia di giurisdizione da parte di una Camera in favore della Grande Camera, i membri effettivi della Camera faranno automaticamente parte della Grande Camera.

Così come avviene durante i procedimenti innanzi alla Camera, i giudici supplenti possono partecipare all'audizione pubblica[49] ed in quella successiva per la deliberazione. I giudici di riserva, invece, non partecipano al procedimento; tali giudici, nell'ordine in cui sono stati indicati, sostituiranno i giudici effettivi o supplenti solo quando questi ultimi siano impossibilitati a partecipare ad una data udienza. In tal modo viene rispettata la composizione della Grande Camera il giorno dell'udienza e nelle prime deliberazioni[50].

Alcune settimane prima del giorno previsto per l'udienza, i giudici effettivi ed i supplenti (ma non i giudici di riserva) riceveranno i documenti (nelle due lingue ufficiali della corte, ossia francese e inglese) relativi al caso da esaminare, compresa la nota del giudice relatore e quella del giudice nazionale. Come è già stato detto, per prassi il giudice nazionale non può essere nominato relatore.

Dal momento che solo i casi più complessi giungono all’esame della Grande Camera[51], il ruolo del relatore è, in tale sede, diverso da quello svolto nei procedimenti camerali. Il relatore, infatti, non presenta un progetto di giudizio con le sue proposte[52] ma, in collaborazione con il presidente ed il giudice nazionale, fa in modo che sia possibile giungere a conclusioni supportate dalla più ampia maggioranza possibile. La relazione del giudice relatore può contenere anche opinioni personali, sinteticamente motivate. Se del caso, nella relazione dovrebbero essere indicate soluzioni alternative. Nella Grande Camera, più che nei procedimenti camerali, il relatore può chiedere alla divisione di ricerca della Corte di compilare rapporti o studi di diritto comparato o raccolte giurisprudenziali, per sottometterli ai giudici componenti la Grande Camera[53].

Dopo che le parti (ed i terzi intervenuti, se del caso) hanno fatto le loro osservazioni dinanzi alla Grande Camera, il Presidente chiede ai giudici (inclusi i supplenti) se hanno delle domande da rivolgere alle parti. Tali domande possono essere indirizzate ad una delle parti, ovvero ad entrambe. Se un giudice intende porre una particolare domanda, è opportuno che la medesima venga redatta per iscritto prima dell’inizio dell’udienza al fine di agevolare il compito degli interpreti.

Quando l'audizione pubblica è conclusa, i giudici si ritirano per deliberare. La procedura non è dissimile da quella innanzi alla Camera: il relatore prende la parola; successivamente interviene il giudice nazionale ed, infine, i giudici che richiedono la parola. Il giudice che presiede la Grande Camera si pronuncia per ultimo. Queste prime deliberazioni si concludono generalmente lo stesso giorno; tuttavia, in alcuni casi è necessario un rinvio. Al termine di questa prima deliberazione si decide previa votazione sulle questioni sollevate. Questo voto indicativo non ha valore vincolante[54].

Il giudice che presiede la Grande Camera propone quindi i nomi di due o tre giudici che formeranno, con il relatore ed il giudice nazionale, il comitato di redazione. Tale comitato ha il compito di preparare il progetto di sentenza (o di decisione). Il comitato di redazione è presieduto dal giudice più anziano (in ordine di precedenza) tra i presenti. Se la proposta del relatore è stata respinta dalla maggioranza (mediante la votazione indicativa succitata) e anche se il giudice nazionale è in disaccordo con l'opinione della maggioranza, i medesimi partecipano alla stesura della sentenza o decisione[55]. Quando la votazione indicativa è adottata al termine delle prime deliberazioni, se la Corte risulta nettamente divisa, ovvero quando la votazione indicativa è costellata da molte astensioni, il comitato di redazione può essere incaricato dal Presidente di proporre soluzioni alternative.

Il progetto elaborato dal Comitato di redazione è inviato a tutti i giudici effettivi ed ai sostituti due o più settimane prima della seconda deliberazione. I giudici, prima della data fissata per la seconda deliberazione, possono - di solito tramite e-mail - suggerire modifiche da apportare al testo[56]. Il giudice può anche decidere di pronunciarsi solo quando la Grande Camera si riunirà per la seconda deliberazione.

Durante la seconda deliberazione il progetto di sentenza o decisione viene esaminato paragrafo per paragrafo o pagina per pagina. Il relatore svolge un ruolo importante in tale fase. A seguito di ogni proposta di modifica del progetto, il relatore deve esprimere la propria opinione e, qualora non vi sia una chiara maggioranza a favore o contro la modifica proposta, il presidente invita i giudici ad esprimere il voto per alzata di mano.

Se la votazione indicativa precedentemente manifestata (alla fine della prima deliberazione) riflette ancora il parere della maggioranza, non sorgono particolari problemi. Tuttavia, nessun giudice è vincolato alla precedente votazione indicativa e, pertanto, è possibile (soprattutto se vi sono state diverse astensioni) che la votazione finale differisca totalmente da quella indicativa precedente, nel qual caso sarà redatto un nuovo progetto di decisione. Questo è un evento che si verifica di rado.

Collegio della Grande Camera

Durante il mandato di un giudice, al medesimo sarà richiesto in diverse occasioni di partecipare al “Grand Chamber Panel”, ai sensi dell'art. 43. La composizione di tale Collegio è descritta nella Regola 24 (5). In effetti, alla data fissata per la riunione del Collegio della Grande Camera, diversi “panels” o “panel compositions”, ciascuno composto da cinque giudici, si riuniscono per decidere su richieste di rinvio alla Grande Camera.

Due settimane prima della riunione del Collegio, i giudici riceveranno due fascicoli: uno concernente i casi che "non richiedono una nota separata" ed uno per quelli "che richiedono una nota separata"[57]. Il primo fascicolo riguarda solitamente richieste di rinvio manifestamente irricevibili. Per quanto riguarda tali casi il Presidente della Corte, che presiede ogni panel[58], chiederà se un membro del gruppo ha delle osservazioni in merito alla proposta di irricevibilità, e se, come generalmente accade, nessun giudice chiede di prendere la parola, le richieste di rinvio sono respinte in blocco. Al contrario, le richieste di rinviodel fascicolo "che richiedono una nota separata" vengono esaminate singolarmente. Tale procedura, come la precedente, è piuttosto sommaria. Il Presidente (che, per prassi comune, è l'ultimo a prendere la parola) chiederà ai giudici di un particolare panel di indicare se i medesimi ritengono che la richiesta di rinvio dovrebbe essere consentita. Se è chiaro che non vi è unanimità tra i cinque giudici del Collegio non si procede alla votazione; in caso contrario la decisione è assunta a maggioranza. Va ricordato che una richiesta di rinvio deve essere accettata soltanto se il caso solleva "gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi Protocolli" o se il caso solleva "un’importante questione di carattere generale"[59].

In generale, una domanda solleva problemi di interpretazione della Convenzione quando la Corte non si è ancora pronunciata sulla questione sollevata, ovvero quando la decisione è rilevante per i casi futuri e per l'interpretazione evolutiva della giurisprudenza della Corte. Tale ipotesi riguarda anche il caso in cui la sentenza impugnata non è in linea con i precedenti della Corte. Una questione grave che interessa l'applicazione della Convenzione, d'altra parte, si ha quando il giudizio richiede una modifica sostanziale del diritto nazionale o della prassi amministrativa. Ciò può accadere quando la Corte ha avviato la "procedura della sentenza pilota" a norma della Regola 61 ed ha, pertanto, ritenuto che “i fatti all’origine di un ricorso rivelano l’esistenza, nella Parte contraente interessata, di un problema strutturale o sistemico o di un’altra disfunzione simile che ha dato luogo o potrebbe dare luogo alla presentazione di altri ricorsi analoghi” e seriali. Tuttavia, il semplice fatto che una sentenza della Camera sia stata adottata secondo la procedura della sentenza pilota non comporta, di per sé, che il caso debba essere deferito alla Grande Camera.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi ("un’importante questione di carattere generale"), la medesima si presenta quando il caso potrebbe interessare una questione importante della politica. Il semplice fatto che un caso sia complesso, politicamente delicato, ovvero abbia dato luogo ad opinioni divergenti non giustifica, in quanto tale, il rinvio alla Grande Camera. Tuttavia, in determinate circostanze, questi stessi fatti possono costituire fattori che depongono in favore dell'esistenza di uno o più motivi di legge per il rinvio previsto dall'art. 43 § 2.

Se i membri del “Grand Chamber Panel” decidono di accogliere la domanda, la Grande Camera si pronuncerà sul caso con sentenza, come previsto dall'art. 42. Il Collegio non deve cercare di imporre le proprie opinioni sul merito della causa, né deve decidere di rinviare il caso alla Grande Camera solo perché non condivide il ragionamento della Camera o il risultato finale. I membri del Collegio non devono valutare il caso nel merito, ma, come accade per le procedure nazionali di "leave-to-appeal", devono decidere se il caso medesimo debba essere deferito alla Grande Camera in quanto si ritengono sussistenti le condizioni indicate dall’art. 43 § 2.

Il giudice nazionale

Il giudice nazionale, oltre a svolgere il ruolo di relatore e le funzioni specifiche nel corso del procedimento innanzi alla Camera ed alla Grande Camera (già descritte sopra), ha anche un ruolo importante nell'individuare i casi che devono essere esaminati con priorità, ovvero da considerare come "lead-cases", o tali da giustificare la "procedura della sentenza pilota" a norma della Regola 61.

È evidente che per la maggior parte dei giudici non è possibile esaminare ogni singola domanda relativa al Paese di elezione. Molti giudici affidano al case-lawyer il compito di raccogliere i casi più importanti e quelli urgenti relativi al Paese di elezione al fine di deferire i casi alla Camera o al Comitato. In ogni caso la decisione finale spetta al Presidente di Sezione.

Regola 39

La consultazione con il giudice nazionale è per prassi richiesta anche quando devono essere adottate delle misure provvisore che possono essere richieste ai sensi della Regola 39. Tali richieste vengono elaborate da un’unità centrale (chiamata “Rule 39 Unit”). Per i casi che richiedono decisioni tempestive, tali misure provvisorie vengono rapidamente elaborate dall'unità - di solito entro poche ore - da uno dei tre “duty-judges”. I “duty-judges” sono tutti vicepresidenti di sezione designati, ai fini della Regola 39, dal presidente della Corte. Attualmente i “duty-judges” ai fini della Regola 39 sono i tre vicepresidenti di sezioni più anziani in ordine di precedenza.

Quando una richiesta ex Regola 39 è abbinata ad un nuovo ricorso - e la maggior parte delle richieste ex Regola 39 appartengono a questa categoria - la proposta elaborata dal case-lawyer è presentata al giudice nazionale per le sue osservazioni e proposte, poi tutto viene trasmesso via email al “duty-judge” per la decisione finale. Questo ruolo consultivo, tuttavia, è facoltativo; i giudici nazionali possono decidere di non essere consultati. Alcuni giudici chiedono di essere consultati solo per le richieste più importanti, in linea con quanto previsto dalla Regola 39.

Quando il giudice nazionale esprime il proprio dissenso con la proposta del case-lawyer, o quando il“duty-judge” ritiene necessaria una consultazione più ampia, la domanda per la misura provvisoria e la proposta può essere rimessa davanti alla Sezione, anche adoperando se necessario la procedura secondo la Regola 23A (ovvero, per email). È evidente, però, che quando la domanda per una misura provvisoria è di per sé molto urgente – ad esempio quando si tratta di una richiesta di bloccare un’espulsione dal paese o un’estradizione, o di rimuovere una persona da qualche posto dove c’è un pericolo attuale ed imminente alla vita – il “duty-judge” dovrà prendere la decisione senza il beneficio di una consultazione più ampia.

Se la richiesta in base alla Regola 39 riguarda un caso già assegnato ad una formazione giudiziaria, il giudice nazionale ed il relatore (se non sono la stessa persona) vengono consultati prima che il “duty-judge” prenda la sua decisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 2

 

PRINCIPI DEL FUNZIONAMENTO DELLA CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO E DELLE LIBERTA' FONDAMENTALI (CEDU)[60]

Vincent. A De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta

 

Disposizioni della Convenzione

Art. 1

Le Alte Parti contraenti riconoscono a ogni persona sottoposta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà enunciati nel Titolo primo della presente Convenzione.

 

Dunque ciascuno Stato parte della Convenzione è tenuto automaticamente al riconoscimento dei diritti umani da questa previsti nei confronti di ogni persona sottoposta alla sua giurisdizione.

*****

Art. 19

Per assicurare il rispetto degli impegni derivanti alle Alte Parti contraenti dalla presente Convenzione e dai suoi Protocolli, è istituita una Corte europea dei Diritti dell’Uomo, di seguito denominata «la Corte». Essa funziona in modo permanente.

 

Al pari di uno Stato la Convenzione si avvale di un organo giurisdizionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quale organo chiamato a giudicare le violazioni dei diritti umani compiute dai singoli Stati.

*****

 

Art. 32 §1

La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli che siano sottoposte a essa alle condizioni previste dagli articoli 33, 34, 46 e 47.

2. In caso di contestazione sulla competenza della Corte, è la Corte che decide.

 

La competenza della Corte è quindi quella di garantire l’interpretazione uniforme della Convenzione e il rispetto delle sue disposizioni.

*****

 

Art. 46 §1

Le Alte Parti contraenti si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti.

 

Dunque anche le pronunce della Corte costituiscono una fonte del diritto CEDU in quanto forniscono la giusta interpretazione della Convenzione e gli Stati hanno l’obbligo di conformarsi a tali decisioni.

*****

 

  1. Come si interpreta la Convenzione

Si deve richiamare la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (1969).

Si tratta della Convenzione adottata a Vienna il 23 maggio 1969, ratificata dall’Italia con la l. 12 febbraio 1974 n. 112, con la quale gli Stati firmatari hanno voluto disciplinare il procedimento di formazione dei trattati, le condizioni per la loro validità e efficacia e i criteri per la loro interpretazione.

 

La Convenzione di Vienna è unanimemente considerata corrispondente al diritto consuetudinario in materia di interpretazione dei trattati.

 

In particolare, occorre fare riferimento ai seguenti articoli:

 

Art.31§1

Un trattato deve essere interpretato in buona fede seguendo il senso ordinario da attribuire ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce del suo oggetto e del suo scopo.

 

Art.31§2

Ai fini dell'interpretazione di un trattato, il contesto comprende, oltre al testo, il preambolo.

 

L’interpretazione dei Trattati è un’operazione complessa in quanto è funzionale all’applicazione nel territorio di più Stati e, quindi, richiede necessariamente che l’interpretazione di ciascuna disposizione porti ad un risultato accettabile per tutti gli Stati interessati.

L’art. 31 è il frutto della scelta degli Stati di preferire il criterio c.d. obbiettivistico a quello subbiettivistico. Nell’interpretazione di un Trattato, cioè, non si deve cercare di ricostruire la volontà autentica degli Stati firmatari ma occorre ricercare il senso del testo e dei termini utilizzati.

L’art. 31 dispone, innanzitutto, che un Trattato deve essere interpretato secondo “buona fede”. Il concetto di buona fede non è meglio definito in nessuna parte della Convenzione. Si ritiene comunque che esso no possa ridursi alla personale e discrezionale valutazione dell’interprete, ma vada ricondotto alle regole generali di lealtà e correttezza oggettive (è escluso ad es. che uno Stato possa approfittare di un’espressione poco chiara per condurre un’interpretazione arbitraria e di parte, oppure che possa adottare leggi interne al fine di svuotare di significato gli impegni assunti con il Trattato).

Per “senso ordinario” non si deve intendere il senso comune delle parole utilizzate nel Trattato ma il loro significato tecnico a seconda del contesto nel quale sono utilizzate. Per “contesto” si intende sia il testo del Trattato nel suo insieme che ogni altro testo collegato al Trattato (Protocollo, lettera, note). Infine, il riferimento all’ “oggetto” e allo “scopo” del Trattato spiega l’importanza di fare sempre riferimento, di là dalla chiarezza del testo, a quale sia la natura delle materie trattate e lo scopo generale che gli Stati hanno voluto perseguire con il Trattato.

 

IL PREAMBOLO della Convenzione CEDU così si esprime

 

“Considerato che il fine del Consiglio d’Europa è quello di realizzare un’unione più stretta tra i suoi membri, e uno dei mezzi per conseguire tale fine è la salvaguardia e lo sviluppo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.

 

Dunque, una tutela condivisa dei diritti umani e delle libertà fondamentali quale modalità di realizzazione dell’unione tra gli Stati, attraverso il riconoscimento di uguali diritti a tutti i soggetti che ne sono parte.

 

  1. La giurisprudenza della Corte ha però promosso negli anni anche UN’INTERPRETAZIONE EVOLUTIVA della Convenzione

 

Un esempio si trova nel seguente caso:

 

  1. PRINCIPIO DI PROPORZIONALITA’ E PRINCIPIO DEL GIUSTO EQUILIBRIO

La Corte nelle sue sentenze ha poi affermato la necessità di guardare sempre alle peculiarità del caso concreto per assicurare soluzioni proporzionate ed equilibrate.

Questo controllo, richiede una verifica sull’adeguatezza della misura di ingerenza prevista dallo Stato. In sostanza, proporzionalità significa bilanciamento tra interesse pubblico ed interesse individuale.

 

  1. IL MARGINE LASCIATO ALL’APPREZZAMENTO DELLO STATO

 

  1. OBBLIGHI POSITIVI DEGLI STATI

 

L’ art. 8 della Convenzione tutela gli individui dalla possibile ingerenza dello Stato sui loro diritti inviolabili, esso può dunque anche imporre a uno Stato di porre in essere azioni positive per l’attuazione di tali diritti.

 

Eccone alcuni esempi:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 3
 
LA TUTELA DELLA VITA PRIVATA SECONDO L’ART. 8 NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Vincent. A De Gaetano, Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo eletto in relazione a Malta

 

La Corte preferisce individuare di volta in volta le circostanze e le situazioni che rientrano nell’ambito della «vita privata» e quelle che rimangono fuori da tale concetto.

Si può dire che la vita privata nel senso sotteso all’art. 8 è un concetto più ampio di quello di «privacy».

«La vita privata comprende una sfera entro la quale ogni individuo può liberamente sviluppare e realizzare la propria personalità, sia nei rapporti con altri individui che in relazione al mondo esterno.

Invece di esprimersi in termini ben definiti, la Corte EDU ha indentificato, caso per caso, le situazioni che rientrano in questa dimensione. Il risultato è un concetto piuttosto vago, un concetto che la Corte tende a comprendere e interpretare in senso lato: nel corso degli anni il concetto di vita privata è stato riscontrato in una varietà di situazioni, come ad esempio, l’avere un nome, la protezione dell’immagine di se stesso o della propria reputazione, la conoscenza delle proprie origini familiari, l’integrità fisica e morale, l’identità fisica e sociale, un ambiente sano, l’auto-determinazione e l’autonomia personale, situazioni di perquisizioni e confische, e la ‘privacy’ delle conversazioni telefoniche».

(Ivana Roagna, Protecting the Right to respect for private and family life, p. 12, Council of Europe, Strasbourg, 2012).

 

Talvolta, la Corte non opera una distinzione fra vita privata e vita familiare

in tali ipotesi vi è una convergenza tra vita privata e familiare, così:

  1. Il diritto all’autodeterminazione e autonomia personale.

  1. Il diritto all’identità sessuale.

  1. Il diritto all’identità etnica.

  1. Il diritto alla reputazione e rispetto della personalità.

  1. Perquisizioni e diritto alla privacy.

  1. Diritto alla vita privata e immigrazione.

    Anche l'identità etnica rientra nell'ambito dell'art.8.

    Caso: il ricorrente (dopo che la Moldavia si staccò dall'Unione sovietica e diventò uno Stato) per avere l'identità del Paese doveva indicare le sue origini. Inizialmente gli fu consigliato di indicare che era di origine russa; venne iscritto con identità etnica russa e gli venne concessa la nuova cittadinanza della Repubblica moldava.

    In seguito però lui si considerava di identità etnica rumena, ma a causa della legislazione, non poteva mai avere indicata questa identità sui suoi documenti;

    la Corte ritenne che vi era una violazione, poiché avuto riguardo alle circostanze del caso, si poteva dire che non esisteva una procedura in grado di dare al ricorrente la possibilità di cambiare la sua identità etnica, e per la Corte questa omissione da parte dello Stato comportava una violazione dell'art.8.

    Caso Sciacca c. Italia, questa persona fu processata per frode e la sua foto, fatta per la cartella della polizia, venne poi passata a dei giornali.

    La polizia può passare una foto, se è necessario, ad esempio per trovare qualche persona, ma in questo caso non era assolutamente necessario e la Corte ritenne che vi era stata una violazione dell'art.8.

    Caso c. la Bulgaria: X lavorava come perito criminologico per la Corte ma aveva qualche problema con la stessa; di conseguenza il presidente della Corte ordinò di fare una perquisizione nel suo ufficio;

    questa persona nella sua scrivania aveva delle cose veramente private che furono prelevate; nel contratto di lavoro, però non vi era nessuna clausola che prevedesse un simile divieto.

    La Corte disse che c'era una ragionevole aspettativa di privacy e che quella perquisizione e quel prelevamento di quegli oggetti, erano in violazione dell'art.8.

    Altro caso: immigrazione legittima. Il caso tratta di un ragazzo che, all’età di 8 anni, si trasferisce nel Regno Unito in Inghilterra con i suoi genitori. Quando aveva 15 anni fu condannato per stupro; egli aveva avuto una relazione consensuale con una minorenne, ma nonostante il consenso della ragazza il fatto venne qualificato come reato e fu condannato. Durante quegli anni di prigione aveva intrapreso dei corsi universitari, poi uscito dal carcere iniziò a lavorare. Dopo 5-6 anni, le autorità dell'immigrazione decisero di rimandarlo in Nigeria, senza i genitori.

    Questa persona aveva vissuto per tutta la sua vita in Inghilterra; è vero che aveva la cittadinanza nigeriana, e non inglese, ma era considerato un immigrato stabilito.

    Per quanto riguarda gli immigrati stabiliti in un Paese, diverse decisioni della corte affermano che, l’immigrato non ha il diritto di risiedere nel paese, ma in questo caso non c'era una ragione così impellente per rimuoverlo dalla giurisdizione del Regno Unito (la relazione era consensuale). La Corte ritenne che rimandare il ragazzo in Nigeria significava violare l'art.8.

     

  1. Il diritto della partoriente.

  1. Il diritto a scegliere la propria immagine.

  1. Il diritto alla vita privata e richiesta d’asilo.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

CAPITOLO 4
 
SISTEMA DELLE FONTI, CEDU, CORTE DI STRASBURGO E RELATIVA GIURISPRUDENZA.

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Vincolatività giurisprudenziale

Il sistema giuridico italo-europeo è costituito da una pluralità eterogenea di fonti. Non è più il sistema classico di civil law caratterizzato da regole, principi e clausole, ma un sistema misto, poiché talvolta, ci troviamo dinanzi a precedenti giurisprudenziali vincolanti.

Si tratta di sentenze che interpretano i principi della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che integrano i principi costituzionali.

I precedenti vincolanti promanano da giudice europeo che analizza i singoli casi concreti.

Ad innovare la giurisprudenza europea non può essere una sezione semplice della Corte di Cassazione, ma la Grande Camera.

La Corte di Strasburgo ha la medesima impostazione (sezioni semplici e sezioni unite); quando c’è da innovare, cioè da cambiare l’orientamento, non può farlo una sezione semplice, ma la Grande Camera.

La Corte quando deve dare dei concetti, non fa come lo studioso del diritto che cerca di dare delle definizioni, delle nozioni, ma decide sui casi concreti.

La Corte sostiene che, di volta in volta, vada analizzato il singolo caso concreto; si parla di violazione della vita privata in ipotesi di ingerenza da parte dello Stato con misure nazionali che non perseguono uno scpo legittimo ex art. 8, comma 2, CEDU e che non sono proporzionali.

Es. concetto di unioni omosessuali: in un primo momento la Corte discorreva di vita privata, poiché ognuno può scegliere di stare con un partner dello stesso sesso o di un sesso diverso; recentemente la Corte si è allontanata dal concetto di vita privata, ritenendo che tanto queste unioni, quanto quelle di persone di sesso opposto basate sullo stare insieme non in costanza di matrimonio, sono da ricondurre alla vita familiare. Questo cambiamento deriva dalla Grande Camera, cioè da una decisione che vede coinvolti più giudici.

Il concetto della vincolatività giurisprudenziale è stato in parte ripreso dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 49 del 2015; nello specifico si tratta della vincolatività del precedente giurisprudenziale della Corte di Strasburgo nel nostro ordinamento. Sul punto si rinvia a quanto già esposto sopra (presentazione pp. 5-6).

 

Interpretazione dei trattati internazionali. Criteri interpretativi.

 

La Convenzione CEDU è stata emanata nel 1950 a Roma (47 paesi europei firmatari), prima della Convenzione di Vienna del 1969 sull’interpretazione dei trattati internazionali, tuttavia quest'ultima è applicata dalla Corte di Strasburgo .

 

Articolo 31 (Convenzione di Vienna del 1969)

Regola generale di interpretazione

1. Un trattato deve essere interpretato in buona fede seguendo il senso ordinario da attribuire ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce del suo oggetto e del suo scopo.

2. Ai fini dell'interpretazione di un trattato, il contesto comprende, oltre al testo, il preambolo e gli allegati ivi compresi: ogni accordo in rapporto col trattato e che è stato concluso fra tutte le parti in occasione della conclusione del trattato; ogni strumento posto in essere da una o più parti in occasione della conclusione del trattato e accettato dalle parti come strumento in connessione col trattato.

3. Si terrà conto, oltre che del contesto: di ogni accordo ulteriore intervenuto fra le parti in materia di interpretazione del trattato o della applicazione delle sue disposizioni; di qualsiasi prassi successivamente seguita nell'applicazione del trattato attraverso la quale si sia formato un accordo delle parti in materia di interpretazione del medesimo; di qualsiasi regola pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti fra le parti.

4. Un termine verrà inteso in un senso particolare se risulta che tale era l'intenzione delle parti.

 

Articolo 32 (Convenzione di Vienna del 1969)

Mezzi complementari di interpretazione

Si può fare ricorso ai mezzi complementari di interpretazione, e in particolare ai lavori preparatori e alle circostanze nelle quali il trattato è stato concluso, allo scopo, sia di confermare il senso che risulta dall'applicazione dell'art. 31, sia di determinare il senso quando l'interpretazione data in conformità all'articolo 31 lascia il senso ambiguo o oscuro; oppure conduce ad un risultato che è manifestamente assurdo o irragionevole.

 

Si può interpretare la Convenzione del 1950 alla luce di regole emanate nel 1969?

Sì, si può; infatti nel preambolo si dice che la Convenzione deve essere interpretata alla luce delle evoluzioni che i sistemi giuridici hanno, quindi, anche, alla luce di convenzioni internazionali che confermano quanto già avviene nella comunità degli Stati. Il diritto internazionale pattizio è frutto di concerto tra Stati, nonché base comune di tutela dei diritti fondamentali tra Stati.

La Convenzione di Vienna per l’interpretazione dei trattati e, quindi, della CEDU dispone che l’interpretazione non è un’interpretazione cristallizzata al momento dell’emanazione degli stessi, ma essendo una convenzione internazionale, subisce tutte le evoluzioni di interpretazioni derivanti da altri trattati internazionali, altri prassi o leggi che promanano da paesi, non solo dai paesi che fanno parte del Consiglio di Europa.

La Corte chiarisce che la pretesa di armonizzazione può derivare da prassi, da leggi, da precedenti di paesi che non fanno parte del Consiglio di Europa; infatti, la Corte, sovente, richiama precedenti degli USA, del Canada, di realtà giuridiche distanti dal Consiglio (si chiama diritto pertinente, cioè la Corte trova la soluzione non solo nelle leggi, ma anche nelle prassi di altri paesi non firmatari. La Corte esamina prima il caso concreto e poi il diritto pertinente).

Esempio - caso Edonè contro Svizzera: la Corte applica una convenzione che in Svizzera non era entrata in vigore: il numero minimo dei paesi non l'aveva ratificata.

Criterio interpretativo del diritto pertinente (spesso in esso si richiamano leggi, prassi, convenzioni, sentenze ed anche le opinioni della dottrina, cioè degli studiosi del diritto. Tale criterio è previsto dalla Convenzione di Vienna).

Altri criteri sono: ragionevolezza, consenso europeo, proporzionalità o equo bilanciamento, margine di apprezzamento.

L’art. 8 CEDU primo paragrafo ha come ambito di applicazione: la vita privata, la vita familiare, la corrispondenza e il domicilio, sono quattro ambiti protetti dalla disposizione.

Art. 8 secondo paragrafo: disciplina l’ingerenza su queste materie della legge nazionale (si presuppone un’esigenza impellente).

Primo paragrafo:

non si individuano le fattispecie in astratto (è tecnica per principio, non regola); l’enucleazione delle situazioni che vi rientrano è desunta in via interpretativa dal giudice quando decide in base ai casi concreti.

I casi concreti sono posti o dallo Stato nei confronti di un altro Stato, oppure dai ricorrenti.

Il nostro concetto di ricorrente non coincide con quello di ricorrente della Corte, infatti, anche un non cittadino può ricorrere alla Corte di Strasburgo. In altri termini, il concetto di legittimato ad agire non corrisponde al nostro.

I criteri interpretativi del diritto pertinente sono previsti alcuni nella Convenzione di Vienna, mentre altri creati in via giurisprudenziale.  

 
Ruolo e portata della Cedu e delle sentenze della Corte di Strasburgo

La Corte Costituzionale (sentenza 49/2015) risolve entrambe le questioni sia quella sollevata dalla Corte di Cassazione, sia quella formulata dal tribunale di Teramo, le quali vengono riunite in quanto la Corte ritiene di poterle risolvere con una sola pronuncia e per entrambe effettua una dichiarazione di inammissibilità, spiegandone le ragioni: la Corte di Strasburgo non ha il compito di interpretare il diritto nazionale, ma a norma dell’art.32 della CEDU alla Corte EDU spetta il compito di interpretare e di attuare i principi della CEDU, vigilando affinché non sia violata dagli Stati. La Corte ritiene, altresì, che i giudici rimettenti avrebbero dovuto impugnare la legge di esecuzione, di adattamento, inoltre viene esplicitato che non tutte le sentenze della CEDU sono vincolanti. Per capire i casi in cui il giudice nazionale deve tenere in considerazione il principio di diritto ovvero quando quel precedente diventa norma giuridica, noi traiamo, come nei sistemi di Common Law anglosassoni, dal caso la norma. Dunque quali sono i casi nei quali i precedenti sono vincolanti? Innanzitutto il giudice nazionale deve valutare se quel determinato principio rientra nel giudizio che sta trattando, poi il precedente è vincolante quando l'orientamento giurisprudenziale è consolidato e si è in presenza di “sentenze pilota”.

 

Quando si può adire la Corte?

Quali sono le sentenze pilota e gli orientamenti consolidati della Corte?

Quando si parla del principio di diritto non si fa riferimento necessariamente a quello contenuto in una regola, principio, o clausola generale, possiamo estrapolarlo in alcuni ordinamenti da casi, da precedenti giurisprudenziali.

La Corte costituzionale fa quindi riferimento alla giurisprudenza della Corte consolidata e alle sentenze pilota in senso stretto, interessa capire quali sentenze permettono di estrapolare un principio di diritto che ha un valore superiore alla fonte interna primaria, questo significa che se ci dovesse essere un contrasto, la norma interna sarebbe illegittima costituzionalmente e bisognerebbe sollevare la questione di legittimità costituzionale.

 

Quale è il concetto di sussidiarietà che, anche il giudice De Gaetano, ha messo in luce?

Non si può proporre ricorso alla Corte, ricorso individuale, se non sono trascorsi 6 mesi da quando è diventato definitivo il procedimento interno; cioè devono essere esaurite tutte le vie di ricorso internenazionali, questo significa che ci deve essere una sentenza passata in giudicato.

Il problema è che se non c'è un rimedio adeguato nel sistema interno, quale via interna si può esperire? La Corte dice che in quel caso si può adire direttamente la Corte. La Corte indica che un rimedio è adeguato quando dà probabilità elevate di risposte positive. Se nel sistema la tutela di un diritto non dispone di azioni da far valere all'interno dello Stato, questo legittima il ricorso immediato alla Corte.

 

Sentenze pilota e giurisprudenza consolidata, margine di apprezzamento principio di sussidiarietà; progetti dei protocolli n. 15 e n. 16; rinvio pregiudiziale.

Sentenze pilota e giurisprudenza consolidata, cosa significano? Nel sistema di civil law, non c’è precedente vincolante, anche l'interpretazione della Cassazione non è vincolante, è un precedente autorevole, ma non vincola il giudice. La Corte di Cassazione ha la funzione di nomofilachia, cioè il potere dell'uniforme e corretta interpretazione delle disposizioni. Le sentenze della Cassazione però rappresentano un precedente autorevole ma non vincolante, non sono dunque una fonte sub-costituzionale. È necessario che il giudice nazionale muova sempre dal caso concreto ed esamini tutte le circostanze di esso che possono determinare la necessità dell'applicazione di norme diverse, da quelle esaminate dalla Corte di Strasburgo.

La vincolatività della giurisprudenza consolidata e la giurisprudenza che deriva dalle sentenze pilota in senso stretto:

Caso Hutchinson c. Regno Unito, sez. IV, sent. 3 febbraio 2015, Ric. 57592/08: nel Regno Unito, Grande Camera, il carcere a vita è realmente tale. Il Regno Unito si dà un potere discrezionale ad un'autorità amministrativa di decidere se dare o meno la scarcerazione, ma non vengono dettati i casi e le modalità di ricorso, è tutto vago e generico. Hutchinson, colpito da gravi problemi di salute, aveva chiesto una liberazione condizionale, ma questa richiesta fu rigettata, e sollevò  la questione dinanzi al tribunale in prima istanza che gli diede ragione. Il governo del Regno Unito chiese una rivisitazione della questione alla Grande Camera e fu difeso dal Ministro della Giustizia, poichè se la Corte si fosse pronunciata ritenendo quella misura degradante ed inumana, il Regno Unito avrebbe dovuto subire una modifica del proprio sistema. Questa pronuncia avrebbe avuto una ricaduta su tutti i casi seriali che avevano alla base la situazione identica dell'ergastolano. La Grande Camera sentenziò considerando quella normativa del R.U. contraria all'art.3, in quanto prevedeva un trattamento inumano, si tratta di una sentenza pilota, poiché interviene su un problema sistemico, funzionale dell'ordinamento, ossia di ipotesi che decidono un caso, in vista della decisione di altri numerosi casi di contenuto identico che derivano da un difetto funzionale del sistema. L’ art.61 del regolamento della Corte, per come è stato modificato, prevede la procedura delle sentenze pilota, che si ha quando c'è un difetto funzionale e sistemico dell'ordinamento derivante da una norma vigente nel sistema; la norma, se applicata, decide tutti i casi nello stesso modo, si ha l’applicazione di una norma su una pluralità di casi già pendenti o che potrebbero essere sottoposti al vaglio della giurisdizione interna o sovranazionale. Quella norma si reputa essere in contrasto con un principio della CEDU, la Corte decide di esaminare un caso, sospendendo tutti gli altri, ciò può farlo, anche, il giudice nazionale, in attesa della decisone del giudice di Strasburgo. In queste sentenze pilota, la Corte, come nel caso Hutchinson o come nel caso Torreggiani, non solo mette in luce l'esistenza della violazione, poiché i tribunali interni hanno violato con la loro decisione l'art.3 della CEDU, condannando lo Stato al pagamento di sanzioni, ma individua anche le modalità di intervento, suggerisce allo Stato la possibile soluzione. Si hanno sentenze pilota ogni qual volta la Corte nei fatti all’origine di un ricorso rinviene l’esistenza di un problema strutturale o sistematico dell'ordinamento, che ha dato luogo alla presentazione di “ricorsi simili, ripetitivi”. La Corte dovrà indicare nella sentenza pilota la natura del problema strutturale o sistemico o della disfunzione che essa ha constatato ed il tipo di misure correttive che lo stato contraente interessato dovrà adottare a livello interno, fissando eventualmente nel dispositivo della sentenza un termine per l’adozione delle stesse. Dinanzi al problema e al dubbio di conformità alla Convenzione di casi seriali già posti o che potrebbero porsi per un difetto funzionale sistemico dell'ordinamento, la Corte ne decide uno e poi quella decisione vale a cascata. In quella sentenza la Corte non solo condanna l'ordinamento, ma individua quali sono gli aspetti negativi della legislazione e come potrebbe intervenire, limitandosi però solo a suggerire non ad imporre, in quanto vi è il margine di apprezzamento dello Stato.

Nella Convenzione non si fa riferimento al margine di apprezzamento. A seguito della Conferenza di Brighton, gli Stati aderenti al Consiglio di Europa hanno inteso diminuire il potere creativo della Corte, essa attraverso le sue sentenze crea diritto; allora gli stati hanno ipotizzato e poi redatto due progetti di Protocollo, il n.15 e il n.16. Attraverso il n.15 si propone la modifica al preambolo della CEDU, introducendo in maniera espressa il principio di sussidiarietà e il potere del margine di apprezzamento statuale. Gli Stati hanno così chiarito alla Corte che il suo potere ha un carattere “sussidiario” non può creare diritto come vuole, ma deve intervenire solo se reputa che ci sia stata una violazione della CEDU, rispettando il margine di apprezzamento. I 47 Stati, che fanno parte del Consiglio d'Europa, hanno delle tradizioni costituzionali e culturali diverse, e la funzione della Corte non è di uniformare, ma di armonizzare al minimo. I singoli Stati potrebbero elevare le soglie di tutela dei diritti fondamentali e bisognerebbe dar prevalenza a quella soglia elevata dello stato nel rispetto anche delle tradizioni costituzionali proprie di ogni Stato, quindi il margine di apprezzamento e il principio di sussidiarietà se introdotti, qualora dovesse venire approvato questo protocollo n.15, interverrebbero per limitare i poteri della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo. È difficile tuttavia che questo protocollo entri in vigore, poiché, prevedendo un emendamento al preambolo, richiede la ratifica da parte di tutti gli Stati. Il protocollo n.16, invece, molto probabilmente entrerà in vigore, richiede la ratifica da parte di 8-10 Stati, ad esempio il Portogallo lo ha ratificato di recente. In realtà il protocollo n.16, è richiamato dalla sentenza della Corte costituzionale, che prevede cosa potrà fare il giudice, l'interprete nazionale se il protocollo entrasse in vigore? Nelle norme dell'U.E. si prevede non solo il richiamo alla CEDU tra i principi fondamentali dell'Unione europea, ma si dice che l'Unione europea ratificherà la CEDU, quindi si porrà in una prospettiva futura il rapporto tra le due Corti. Il sesto negoziato si è chiuso negativamente, le due Corti, che non sono in ordine gerarchico, esse sono autonome e talvolta danno vita a giudicati opposti, non si sono messe d'accordo sui poteri da riconoscere nel negoziato all'una e all'altra. Che differenza c'è tra il potere di richiesta di un parere consultivo non vincolante facoltativo rispetto al rinvio pregiudiziale che tutti i giudici possono sollevare alla Corte di Giustizia? Rinvio pregiudiziale: il giudice domestico non può non tenerne conto. è vincolante l'interpretazione data a seguito del rinvio pregiudiziale? Chi ha il potere di interpretare in modo corretto e adeguato le norme del Trattato e il diritto derivato? Solo la Corte di Giustizia; questo lo prevede la disciplina contenuta nei Trattati, e quindi è per questo che vincola; chi può interpretare la CEDU? Tutti i giudici; però chi dà l'interpretazione è la Corte di Strasburgo.

 

Ruolo della Corte di Giustizia e della Corte di Strasburgo

La Corte costituzionale nella sentenza del 14 gennaio 2015, n. 49 detta i criteri per verificare se vi è una giurisprudenza consolidata: "vi sono senza dubbio indici idonei ad orientare il giudice nazionale nel suo percorso di discernimento: la creatività del principio affermato, rispetto al solco tradizionale della giurisprudenza europea", quindi se quel principio viene affermato per la prima volta ed è in contrasto rispetto alla giurisprudenza già espressa più volte da altre sezioni della Corte di giustizia, è in controtendenza rispetto ad un filone interpretativo che ha trovato avallo in più decisioni della stessa sezione o delle altre sezioni, la giurisprudenza creativa non è consolidata. E ancora,"Gli eventuali punti di distinguo, o persino di contrasto, nei confronti di altre pronunce della Corte di Strasburgo", "la ricorrenza di opinioni dissenzienti, specie se alimentate da robuste deduzioni": ciò in quanto nelle sentenze della Corte i giudici possono esprimere la propria opinione, che può essere in linea con la decisione ma con motivazioni diverse, opinioni consenzienti, o dissenzienti, quando invece i giudici sostengono che la Corte ha sbagliato, non condividono, la decisione non è stata presa all'unanimità, alcuni giudici esprimono chiaramente la loro opinione contrastante.

Nella Paradiso-Campanelli contro Italia, Grande Camenra del 24 gennaio 2017, si considera "La circostanza che quanto deciso promana da una sezione semplice, e non ha ricevuto l’avallo della Grande Camera".

Nella sentenza Lautsi contro Italia, Grande Camera del 18 marzo 2011 si affronta il discorso sulla cultura religiosa italiana, che è imperniata sulla religione cristiana, per cui il simbolo ha una rilevanza, inserirlo non significa violare gli altri, ma toglierlo significa deminutio dei valori fondanti, esso esprime il modo di essere di una civiltà.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

CAPITOLO 5
 
SITUAZIONI ESISTENZIALI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Ambito di tutela delle situazioni esistenziali, con particolare attenzione ai diritti della personalità, e relative problematiche (in merito all’embrione, al CONCEPITO, AL nascituro, e al defunto).

L’ambito del diritto civile che sarà esaminato riguarda i diritti della personalità (detti diritti dell’uomo o diritti fondamentali). Si tratta di diritti che a seconda della fonte di tutela, hanno ottenuto e avuto una definizione diversa.

Ambito di tutela delle situazioni esistenziali, distinzione tra:

Fonti di tutela dei diritti della personalità

Il sistema civilistico, retto da un insieme di fonti eterogenee, non è più dato dal diritto scritto come nei sistemi di civil law. Pertanto, la teoria atomistica, che faceva riferimento ai diritti della personalità tipizzati dal legislatore appare superata.

Dove si trova la tutela di queste situazioni?

Rientra nel nostro sistema delle fonti anche la CEDU, e in particolare l’art 2 e 8, nel quale trova vitale tutela il diritto alla vita, alla vita privata e familiare, il domicilio e la corrispondenza.

 

Diritto alla vita (art. 2 cost. e art. 2 CEDU).

In relazione al diritto alla vita e al riferimento che può trovarsi in leggi speciali, a titolo di esempio si può pensare alla legge sull’interruzione volontaria della gravidanzan. 194 del 1978, o alla legge n. 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, i cui articoli introduttivi, riconoscono il diritto alla vita sin dal concepimento.

Il diritto alla vita del concepito, cioè di chi non ha acquisito la capacità giustifica quale rapporto c’è tra l’essere soggetto di diritto e l’acquisizione della capacità giuridica, di discernimento e di agire?

Il giudice De Gaetano ha messo in luce che per la Corte EDU il concetto di ricorrente ha una portata peculiare, poiché è stato chiarito che anche il minore può presentare ricorso. Con riferimento al concepito o all’embrione, la Corte si è posta una serie di interrogativi che ha risolto.

Con riferimento al sistema italiano, interpretazioni evolutive sono segnate dal recepimento di precedenti europei considerati vincolanti. quindi un “nostro diritto” Studiare il diritto civile, legato al sistema di norme che promanano da fonti esterne che integrano l'ordinamento, e talvolta lo modificano, lo rendono uno strumento vivente.

 

I precedenti della CEDU, e la vincolatività degli stessi per l’interprete o il giudice italiano

In che termini i precedenti della Corte vincolano il giudice e l’interprete italiano?

Vi è una sentenza, la n.49 del 2015 con la quale, dopo le famose sentenze n.348 e n.349 del 2007, la Corte Costituzionale è ritornata sul ruolo, sulla portata e sulla vincolatività, delle sentenze della Corte di Strasburgo.

Dovendo trattare di diritti umani fondamentali, necessariamente ci si dovrà confrontare con la giurisprudenza europea, e procedere co case law, cioè l'esame del precedente dal quale trarre il principio di diritto da utilizzare.

A titolo esemplificativo, la Corte costituzionale con la sentenza n.286 del 2016, ha dichiarato incostituzionale la previsione del patronimico, e già la CEDU, nella sentenza Fazzo-Cusan c. Italia, del 7 gennaio 2014 (ricorso n. 77/07), aveva messo in luce come il sistema italiano violasse il concetto di vita privata e di vita familiare, non consentendo ai genitori di poter scegliere il nome da poter attribuire al figlio. Veniva imposto il cognome del padre. La Corte costituzionale, a distanza di pochi mesi, con la sentenza n. 84 del 2016, sull’attribuzione del cognome al figlio nato in costanza o fuori dal matrimonio, ha dichiarato incostituzionali tutte le disposizioni che imponevano all’ufficiale di stato civile, la dazione del cognome paterno.

La Corte di Strasburgo prima, e la Corte costituzionale dopo, hanno sancito in maniera chiara che i diritti dell’uomo sono tali indipendentemente dalla nazionalità, dalla cittadinanza o dall’essere apolide e devono essere garantiti a tutti, e quindi il ricorso davanti alla Corte di Strasburgo spetta non solo al cittadino.

Per questo la Corte di Strasburgo prima, alla luce dell’interpretazione del concetto di ricorrente in senso ampio, e la Corte costituzionale italiana dopo, hanno chiarito che non è così: l'uomo è un valore, deve avere tutela dei diritti fondamentali inviolabili, proprio essi hanno una tutela preminente, indipendentemente dalla cittadinanza, dalla garanzia dei diritti politici; sono propri dell’uomo in quanto tale e non ne può esistere alcuna capitis deminutio, come avvenuta nel diritto romano o nel diritto nazista.

L'art. 22 della Costituzione: “nessuno può essere privato, neppure per motivi politici, della capacità, del nome, e della cittadinanza”.

Questi diritti fondamentali hanno una valenza universale, spettano a chiunque, e la loro previsione non è dettata solo dal legislatore interno, ma anche da convenzioni internazionali.

I diritti della personalità, da tutelare in via prioritaria, troviamo tutela nell’art.2 cost., quando si parla di tutela della persona umana, sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove esplica la sua personalità; si parla di status personae come diritti inviolabili e doveri inderogabili e di solidarietà. Un valore che non è tutelato solo con quelle situazioni che possiamo definire “diritti soggettivi”.

La definizione di diritto soggettivo nasce dalle situazioni patrimoniali e non coglie le esigenze di tutela variegate e multiformi delle situazioni esistenziali. Pertanto, a seconda delle esigenze e dell’intensità di tutela, i diritti della personalità, potranno trovare una modalità di tutela attraverso situazioni differenti (es. responsabilità genitoriale), non necessariamente coincidenti con il diritto soggettivo. I diritti che nel nostro sistema interno trovano indicata tutela sono:

Il diritto alla salute, ex art. 32 Cost.:

Cosa si intende per diritto alla salute? Entrata in vigore la Costituzione, i principi costituzionali si ritenevano meramente programmatici, e quindi necessitavano di regole che ne specificassero la portata. Oggi la portata è precettiva. Il principio della tutela della salute, la salute dell’uomo deve essere tutelata in tutte le sue manifestazioni, come salute individuale o la salute collettiva.

Il legislatore partendo, dal presupposto del valore preminente della tutela dell’uomo, cittadino/non cittadino, cioè dei diritti inviolabili di qualsiasi essere umano, indipendentemente dalla nazionalità, dal sesso, dalla convinzione religiosa, dall’identità sessuale, ecc.., vuole dire che la salute deve essere tutelata a 360 gradi, ergo, il legislatore non sarebbe in grado di emanare tante regole idonee a tutelare le multiformi esigenze di tutela collegate alla salute umana. Pertanto l’applicazione diretta di un principio, si ha quando l'interprete si troverà a dover tutelare la salute del cittadino/non cittadino, potendo dire il giudice che, anche se non c’è una regola che dispone quella forma di tutela, potrà trarne applicazione diretta attraverso l’art.32. Problema: se è stato violato il diritto alla salute di un essere umano, quale forma di tutela abbiamo? cosa succede se una persona è sottoposta ad un trattamento sanitario senza essere informata e senza dare il consenso? Nell'ordinamento è oggi pacifico che nessun trattamento sanitario possa essere compiuto o proseguito in difetto del previo ed esplicito consenso manifestato dal soggetto interessato. Il diritto del malato a decidere in piena coscienza e libertà se, da chi e come farsi curare discende dall’art. 32.2 della Cost. secondo il quale “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Si discorre dunque di un principio di autodeterminazione al trattamento sanitario. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, ha riconosciuto quale diritto inviolabile dell’uomo quello all’autodeterminazione, attraverso un'informazione adeguata, alla luce degli articoli 2, 13 e 32 della Cost. Un diritto dell’uomo tratto da norme costituzionali direttamente precettive. Tutela della salute non significa semplicemente diritto ad avere cure, dare il proprio consenso, autodeterminarsi. La tutela della salute ha una dimensione più ampia; l’Organizzazione mondiale della salute parla di benessere psico-fisico e socio-relazionale, inoltre il concetto del diritto alla salute si estende anche al diritto ad un ambiente salubre con riferimento alla disciplina dei rifiuti, alla tollerabilità delle emissioni. Tutto ciò comporta che la tutela della salute non è semplicemente collegata ad obblighi negativi, cioè quelli di non violare normative specifiche, ma lo Stato ha anche obblighi positivi, cioè di attivarsi in modo tale che l’ambiente sia salubre, indipendentemente dalla prescrizione specifica dettata in una normativa. Uno Stato non solo è obbligato ad astenersi dall’ingerirsi nella vita privata degli individui, ma deve far sì che quel diritto diventi effettivo ed abbia una tutela adeguata. Deve dunque intervenire con misure che non soltanto pongano dei divieti, ma anche evitino che nei rapporti intersoggettivi/interpersonali, un soggetto possa precludere all’altro, il godimento della salute nella multiforme e variegata possibilità di applicazione, in relazione alle esigenze del singolo, quindi in relazione al caso concreto .

Come si tutela la salute umana? Se una persona è ricoverata in una struttura pubblica e viene sottoposta ad un intervento che, per un errore medico, non elimina lo stato morboso, ma aggrava la sua patologia, che forma di responsabilità si può far valere? Se si stipula un contratto con la struttura sanitaria, si tratterà di una responsabilità contrattuale, ma se il danno non è patrimoniale, di che tipologia di responsabilità si tratta? Si pensi all'evoluzione che ha subito il concetto di “danno ingiusto” nell’ambito della responsabilità extracontrattuale, sancita dall’art.2043 c.c. e a quello di danno non patrimoniale, previsto dall’art. 2059 c.c. Pertanto un danno che non è patrimoniale, un danno alla salute inteso come relazione con i terzi o come danno estetico o come danno alla vita di relazione, dove lo si colloca? Ha una tutela? O si deve adire direttamente la Corte dei diritti, mancano rimedi adeguati nel sistema interno?

Se preesiste un rapporto obbligatorio e c'è inadempimento, si agirebbe con la responsabilità contrattuale, che prevede un risarcimento del danno; se invece detto rapporto non sussiste e una persona cagiona ad altri un danno ingiusto ovvero con il proprio comportamento viola il precetto del neminem laedere, (espressione con la quale si indica l’insieme dei doveri che incombono su ciascuno di non ledere, non attentare alle situazioni giuridiche altrui) è obbligata a risarcire il danno ex art.2043 c.c., fatto illecito. Si individuano anzitutto i requisiti per la configurabilità della responsabilità extracontrattuale, elementi soggettivi e oggettivi del fatto illecito: anzitutto l'imputabilità soggettiva del fatto, ovvero il fatto illecito deve essere attribuito alla volontà colpevole dell’agente e implica che al momento in cui è stato commesso il fatto l’autore fosse capace di intendere e di volere, capacità che prescinde dal raggiungimento o meno della maggiore età e non coincide con la capacità d’agire. Dunque per aversi responsabilità occorre valutare nel concreto la misura di partecipazione volitiva dell’agente. Segue l’imputabilità oggettiva del fatto ovvero l’attribuzione materiale del fatto al soggetto agente che è assicurata dal nesso di causalità fra il comportamento della persona e l’evento lesivo del bene tutelato, ovvero quando l’evento dannoso è una conseguenza del fatto illecito compiuto dall’agente. Infine per aversi responsabilità occorre che il danno derivato dalla condotta illecita sia ingiusto ed è tale quando lede un interesse giuridicamente rilevante ovvero una situazione giuridica soggettiva tutelata erga omnes che non è necessariamente un diritto soggettivo assoluto di natura patrimoniale.

Ambito di applicazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c.: "il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge", ossia solo nei casi in cui il legislatore prevede espressamente la risarcibilità del danno non patrimoniale, che sono stati tradizionalmente individuati nei danni derivanti da reato ex art.185 c.p., o per esempio nell’ipotesi di "danno da vacanza rovinata". La disciplina della vendita dei pacchetti turistici tutto compreso, trae origine da una direttiva dell’Unione europea (all’epoca Comunità europea), contemplata prima in un decreto legislativo del '95 n.111, poi traslata nel codice del consumo, e oggi la si trova nel codice del turismo. Il contratto che ha ad oggetto un pacchetto turistico tutto compreso, prevede la combinazione di due elementi essenziali, cioè trasporto e alloggio, o l’uno o l’altro con servizio non accessorio al trasporto o all’alloggio, e il prezzo non deve essere la sommatoria dei due servizi, ma invece fatto in modo forfettario. La disciplina di derivazione europea, prevedeva ai fini della risarcibilità non solo il danno patrimoniale del consumatore turista, ma anche il danno non patrimoniale, ad esempio il danno per non aver goduto della vacanza che il turista si era immaginato, quel danno che è collegato al diritto di godere di periodi di ferie per la tutela della salute, rientrasempre nell'art. 32 Cost.

Pertanto come poteva essere tutelato il diritto della salute umana? Supponiamo che nel corso di un’operazione chirurgica una casalinga, che non percepisse reddito, avesse a seguito di un errore medico subito una lesione alla sua salute; il suo diritto alla salute non avrebbe trovato tutela né nell’art 2043 c.c., il danno ingiusto ab origine era inteso solo come una lesione di un diritto soggettivo assoluto di natura patrimoniale e in questo caso la casalinga non avrebbe, per il danno causato dall’ errore medico, subito una diminuzione economica. Inoltre neppure l'art. 2059 c.c. le avrebbe assicurato tutela non esistendo una previsione legislativa a riguardo. Allora si è posto un interrogativo se la persona umana è il valore fondamentale, la salute va tutelata sempre è in ogni caso non si può attuare una distinzione sulla base della produzione di reddito o meno, è una situazione esistenziale, che si collega alla persona umana, che non è un principio, ma è un valore fondamentale, superiore, supremo, inviolabile da tutelare. Allora giurisprudenza e dottrina hanno cominciato ad estendere il concetto di danno ingiusto, ritenendo che non solo la lesione delle situazioni giuridiche soggettive assolute di natura patrimoniale ma anche quelle esistenziali, quindi il diritto alla salute, trovano tutela nell’art. 2043 c.c., in questo concetto ampliato di ingiustizia del danno.

Successivamente giurisprudenza e dottrina si sono poste un altro interrogativo, circa il fatto che quell’inciso contemplato nell’articolo 2059 c.c. "solo nei casi determinati dalla legge", facesse riferimento alla sola legislazione primaria, alla luce del fatto che i principi costituzionali non erano considerati legge. Principi che oggi sono direttamente precettivi e non meramente programmatici, sono fonte che si pone al vertice della gerarchia delle fonti. Allora i giudici di legittimità e i giuristi, hanno interpretato l'inciso, andando a ricomprendervi, non soltanto la legislazione primaria, attraverso una regola, ma anche l'applicazione diretta dei principi costituzionali, soprattutto dei diritti inviolabili dell'uomo, tra i quali il diritto alla salute, che oggi si trova collocato in un ambito di tutela diverso, più ampio, assenza di danno alla salute non è solo assenza di malattia, ma anche possibilità di vivere al meglio la propria vita, anche in relazione agli altri, nella collettività. Anche il diritto ad un ambiente salubre, in collegamento con la normativa urbanistica, ad es. con la lottizzazione, con il permesso a costruire, laddove non si permetta di costruire in una zona ad alto rischio sismico, al fine di tutelare la salute umana.

 
Caratteri delle situazioni giuridiche soggettive esistenziali

Le situazioni giuridiche soggettive esistenziali (diritti della personalità) sono situazioni soggettive di ogni uomo in quanto tale, nel senso che ne costituiscono attributi fondamentali. Caratteristica peculiare delle stesse è che la persona costituisce ad un tempo il soggetto titolare della situazione ed il punto di riferimento oggettivo della tutela. Esse sono trattate nel sistema interno nazionale in contrapposizione alle situazioni soggettive a contenuto patrimoniale. Attraverso l’astrazione, la dottrina ne ha individuato i caratteri salienti: indisponibilità, intrasmissibilità, imprescrittibilità al contrario di quelle a contenuto patrimoniale.

Tuttavia procedendo per astrazione, si coglie in massima parte il dato normativo, poiché ci sono situazioni esistenziali che possono presentare caratteri diversi.

Si pensi ad esempio alle informazioni o dati personali. Il codice per la protezione dei dati personali nasce attraverso il recepimento di una normativa dell’Unione Europea, permette la trasmissione dei dati sia dietro corrispettivo di un prezzo e sia a titolo gratuito. Se in un supermercato facciamo si attiva una carta di fedeltà gratuitamente, mediante essa si possono acquistare prodotti ad un prezzo inferiore non erogato a tutti i consumatori, oppure in un negozio di abbigliamento si dà ai clienti una carta e si è chiamati dal titolare, in via preventiva, all’inizio degli sconti. Tuttavia, per ottenere la carta il cliente trasferisce gratuitamente i suoi dati, per cui essa non è gratuita e spesso le informazioni non attengono solo al cliente, ma anche al suo nucleo familiare. Ciò costituisce un do ut des, c’è una trasmissione di dati personali dietro un corrispettivo: ottenere sconti o promozioni. Dunque il cliente/consumatore non acquista un vantaggio sine qua non, per poter ottenere quella promozione dovrà cedere un’informazione attinente alla propria sfera personale. Nel passaggio della carta, il soggetto dichiara quali sono le proprie esigenze. Es. l’acquisto di determinati farmaci, può rivelare il proprio stato di salute (dati sensibili). Il dato personale è un bene intangibile. La carta fa acquisire dati alle imprese. Così attraverso la carta si diventa fedeli e il cliente non comprerà presso altro centro commerciale.

Il trasferimento dei dati per le imprese, ciò è fondamentale, fidelizza il cliente e permette di impostare una politica commerciale concreta ed ottenere profitti. Questi sono studi di marketing che elevano il dato personale/l’informazione a sistema. Il dato personale è oggetto di scambio suscettibile di valutazione economica nel mercato e l’impresa trae profitti. Non è un vantaggio che il cliente acquista sine qua non, questi cede un’informazione attinente alla propria sfera personale. Nel passaggio della carta, il soggetto dichiara quali sono le proprie esigenze. Es. l’acquisto di determinati farmaci, può rivelare il proprio stato di salute (dati sensibili).

Di qui l’intrasmissibilità non è un carattere proprio di tutti i diritti della personalità.

 

Norme interne e sovranazionali di riferimento ai diritti della personalità

Nell'ordinamento i diritti della personalità sono sanciti nella Costituzione nell’art. 2 che fdelinea lo status personae, inteso come sintesi dei diritti inviolabili dell’uomo e dei doveri inderogabili di solidarietà.

Nel codice civile sono sanciti nel primo libro, che disciplina la persona e la famiglia, a partire dall’art. 5 c.c. all’art. 10 c.c., ad esempio, gli atti di disposizione del corpo (artt. 2 e 32 Cost.), diritto al nome e diritti all’immagine. Essi sono disciplinati, anche, in leggi speciali (come la legge sull’interruzione della gravidanza del 1978 n.194  e la legge 40/2004).

La tutela di diritti personalissimi come il diritto alla vita, il diritto alla riservatezza, il diritto all’immagine, il diritto all’identità sessuale, la si trova anche in normative dell’Unione Europea e nella Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Nell’ambito delle normative sovranazionali non si discorre di rispetto della Vita Privata, della Vita Familiare, del Domicilio e della Corrispondenza (art. 8 CEDU).

Talvolta, gli ambiti della vita privata e della vita familiare si sovrappongono, nel senso che entrambe sono tutelate in relazione alla stessa fattispecie.

Il diritto al nome del figlio rientra tanto nella vita privata, il nome è un diritto personalissimo, inoltre l’art. 22 Cost. lo pone tra i diritti inviolabili e non può essere mai sottratto neanche per motivi politici, tanto in quella familiare.

Una tutela si trova nell’art.7 della Carta di Nizza, con la differenza che nella Carta di Nizza non si parla di corrispondenza, ma si parla di comunicazione. La Carta di Nizza allarga la nozione, prevedendo non solo la corrispondenza, ma qualsiasi forma di comunicazione, come quella telematica.

Nel 2001 a seguito della riforma del titolo V della nostra Costituzione, il legislatore nazionale è stato chiaro nell’art.117 comma 1° sancendo che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”, ha aperto il nostro sistema delle fonti anche alle normative dell’Unione Europea e alle Convenzioni Internazionali pattizie. Di conseguenza le fonti primarie devono rispettare non solo la Costituzione e le leggi costituzionali ma anche le normative dell’Unione Europea (trattati e regolamenti, questi ultimi, una volta emanati, sono direttamente applicabili ai consociati) e le Convenzioni Internazionali.

Le sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, della Corte Costituzionale intervengono dopo la modifica dell’art. 117 Cost., quindi in un assetto normativo mutato. La Corte Costituzionale con queste due sentenze ha affermato che la CEDU rientra tra le Convenzioni aventi efficacia sub costituzionale e che il contenuto dell’obbligo internazionale derivante dalla stessa corrisponda a quanto si ricava dall’interpretazione data dalla Corte Europea.

È bene chiarire che la CEDU è l’unica convenzione internazionale che ha istituito un organo giurisdizionale (La Corte dei diritti dell’uomo, Corte EDU) che ha la funzione di controllare se gli Stati danno attuazione ai principi della stessa, assicurandone così applicazione e rispetto. La Corte dei diritti dell’uomo è organo giurisdizionale particolare che in virtù dell’art. 32 CEDU ha la funzione di dare contenuto a quei principi, cioè interpretare e applicare quei principi e verificare se la misura nazionale che costituisce ingerenza al diritto può essere considerata legittima o meno. La Corte EDU sebbene abbia sede a Strasburgo non è un’istituzione che fa parte dell’Unione europea; non deve essere confusa quindi con la Corte di Giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell’Unione.

La Corte di Giustizia ha la funzione della corretta e dell’uniforme interpretazione  delle norme primarie e derivate dell’Unione Europea.

La CEDU è un trattato ratificato dall’Italia che contiene principi ed è la Corte dei diritti dell’uomo che mediante l’attività ’interpretativa detta previsioni specifiche. E quindi il problema è diverso rispetto alle fonti dell’Unione e rispetto ai precedenti vincolanti della Corte di Giustizia Europea. Ci si trova dinanzi ad un precedente vincolante come nei sistemi anglosassoni.

Il giudice nell’applicare la legge italiana deve interpretarla in modo da assicurarne la compatibilità con la Convenzione. Nel caso di impossibilità di interpretazione conforme alla CEDU, cioè quando non è possibile un’interpretazione che adegua la fonte primaria al principio come interpretato dalla Corte, allora il giudice non può disapplicare la legge. La disapplicazione di una norma interna si può avere quando c’è contrasto con le fonti dell’Unione Europea. Se non è possibile l’interpretazione adeguatrice o conforme alla Convenzione, il giudice deve sollevare la questione di legittimità costituzionale per contrasto della legge o fonte primaria con l’art.117 primo comma Cost., rispetto al quale la Convenzione opera come norma interposta.

Le due sentenze “gemelle” n. 348 e n. 349 non hanno lo stesso contenuto, divergono per un aspetto che però è qualificante. Nella sentenza n. 348 la Corte Costituzionale chiarisce che la CEDU, per come interpretata, per poter aver valenza di norma interposta deve rispettare tutti i principi della Costituzione, invece con riferimento alle normative dell’Unione Europea, il trattato o il regolamento. Questa visione della Corte Costituzionale è stata in parte seguita in sentenze della Corte Costituzionale successive, tra le quali la n. 49/2015 sulla quale si rinvia all'introduzione.

 

Titolarità

Il discorso civilistico dei diritti della personalità non può prescindere dalle decisioni delle Corti sovranazionali.

Con riferimento al diritto alla vita, all’art.2 cost. e all'art. 2 CEDU, si pone l'interrogativo della tutela del gamete e dell'embrione.

Al concepito si è negata la titolarità di situazioni giuridiche soggettive, non essendo considerato come soggetto di diritto, sulla base dell’interpretazione dell’art. 1 del codice civile che sancisce che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”, quindi soggetto del diritto sembrerebbe essere il soggetto nato.

Il secondo comma dell’art. 1 c.c. introduce la possibilità di configurare il diritto in capo al concepito, i diritti che sembrano essere subordinati all’evento della nascita.

Domanda: il diritto è subordinato al momento della nascita non c’è ancora il soggetto? O l’azionabilità esiste già senza soggetto ovvero c’è una capacità giuridica prenatale?

Alcuni studiosi hanno affermato che non ci può essere capacità giuridica prima della nascita, per cui ci si poteva trovare dinanzi a situazioni prive momentaneamente del titolare. Altri, al contrario, sostengono che si può parlare di capacità giuridica prima della nascita, altri ancora discorrono di situazioni giuridiche soggettive che diventano tali se il titolare viene ad esistenza, subordinate alla condicio iuris, altri, invece, che le situazioni esistono ma l’azionabilità poteva essere fatta valere solo dopo la nascita.

Si può sostenere che l’embrione è soggetto e vanta delle situazioni giuridiche soggettive esistenziali.

Con l’entrata in vigore della Costituzione, ci si è posti l’interrogativo se il costituente non ha preso posizione su chi sia persona.

Il codice civile riconosce i diritti patrimoniali agli artt. 462 c.c. e 784 (lasciti testamentari e contratti di donazione). Si pensi ad un contratto di donazione a favore di concepiti.Gli articoli 320 c.c. e 321 c.c. riconoscono ai genitori la responsabilità genitoriale, ossia il potere di accettare e di far valere tutte le situazioni nell’interesse del concepito. Leggendo le diposizioni ci accorgiamo che il legislatore fa una differenza tra concepito e nascituro, inoltre, con la legge 40/2004, con le nuove tecniche, la creazione dell’embrione fuori dall’utero: l’embrione in vitro, prima dell’impianto nell’utero. Alla luce di tutto ciò sorgono diverse domande:

L’embrione cos’è? È vita? Ha diritto alla vita? Inoltre, il gamete, la cellula riproduttiva, cos’è?

Sembrano problemi banali, ma in realtà pongono conflitti tra interessi ed esigenze contrapposti: la sperimentazione sull’embrione, la brevettabilità dell’embrione, l’autodeterminazione di una donna nella scelta, ma l’embrione di chi è? Come si può qualificare? Ci si pone il problema se vengono riconosciuti dei diritti, quali prevalgono? Da chi possono essere esercitati? Quali, nel conflitto con altre situazioni, prevalgono?

Es. Se c’è un’indagine prenatale effettuata in maniera erronea e il feto nasce malformato o non nasce a seguito di un intervento chirurgico effettuato nella vita endouterina, cosa succede? A chi spettano i diritti della personalità? All’embrione? Al nascituro? Al concepito? Esiste un diritto alla vita? Esiste un diritto a nascere sano? Esiste un diritto a non nascere? Esiste un status prima della nascita?

La Corte Costituzionale nella sentenza del 2002 n. 494 ha stabilito che è diritto fondamentale della persona avere uno status filiationis.

L’art. 254 c.c. mette in luce un passaggio importante (siamo nell’ambito del riconoscimento, ossia nell’attribuzione di uno status filiationis al figlio nato fuori dal matrimonio): “Il riconoscimento del figlio è fatto nell'atto di nascita, oppure con una apposita dichiarazione, posteriore alla nascita o al concepimento, davanti ad un ufficiale dello stato civile o in un atto pubblico o in un testamento, qualunque sia la forma di questo”.

Il riconoscimento è la modalità, attraverso la quale il genitore attribuisce lo status filiationisal nato fuori dal matrimonio.

L’articolo 462 c.c. Capacità delle persone fisiche

“Sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione.

Salvo prova contraria, si presume concepito al tempo dell’apertura della successione chi è nato entro i trecento giorni dalla morte della persona della cui successione si tratta.

Possono inoltre ricevere per testamento i figli di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, benché non ancora concepiti”.

L’articolo 784 c.c. Donazione a nascituri

“La donazione può essere fatta anche a favore di chi è soltanto concepito, ovvero a favore dei figli di una determinata persona vivente al tempo della donazione, benché non ancora concepiti.

L’accettazione della donazione a favore di nascituri benché non concepiti, è regolata dalle disposizioni degli articoli 320 e 321.

Negli articoli in questione si ha la distinzione tra concepito e nascituro. Quest’ultimo non è stato ancora concepito, ma potrà esserlo in futuro da persone determinate.

Si rinvengono una serie di aperture per il riconoscimento di situazioni in capo al concepito e al nascituro, anche se non si consideravano diritti in capo a soggetti di diritto, dubitando della loro soggettività. Oggi il problema della soggettività del concepito è superato. La Corte Costituzionale, a partire dal ’71, ha affermato, ripetutamente, il diritto alla vita del concepito rientrante nell’art.2 cost. Si è rafforzata la concezione secondo la quale il diritto alla vita, nella sua accezione più lata, sia da ascrivere ai diritti inviolabili, cioè, a quei diritti, che nell’ordinamento occupano una posizione privilegiata, in quanto appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana. (Sentenze della Corte Costituzionale di riferimento 49/1971 27/1965 35/1997). La Corte aggiunge che questo diritto può subire affievolimento in considerazione di altri interessi costituzionalmente rilevanti che risultano prevalenti e, con riferimento alla legge sull’interruzione della gravidanza, rispetto alla salute della madre. Successivamente è stata emanata la legge sulla procreazione medicalmente assistita, l. 40/2004, che discorre altresì di tutela del concepito.

Analizziamo la problematica della qualificazione di gameti, ovocita ed embrione.

Gameti. La Corte Costituzionale, con sentenza 162/2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del divieto delle tecniche di procreazione eterologa, ritendendo diritto della persona umana, quello di portare avanti una gravidanza cosciente e responsabile, e ha dovuto valutare se i gameti, oggetto di donazione, possono essere considerati beni disponibili. Che cosa sono i gameti? Sono oggetto di proprietà? Oggetto di donazione?

Nel 2016, nella sentenza n. 39541, anche la Corte di Cassazione è intervenuta sulle cellule riproduttive (caso del ginecologo che ha sottratto gli ovuli ad una sua paziente contro la sua volontà), cioè sull’ovulo e lo spermatozoo, affermando che se non è certo che gli ovociti possano essere assimilati agli organi del corpo umano, non può, comunque, esservi dubbio che facciano parte del circuito biologico dell’essere umano. Pertanto, non possono essere considerati cose ai sensi dell’art. 810 c.c., solo temporaneamente detenute dalla donna nel proprio corpo umano.

Embrione. La definizione di embrione è stata data dalla Corte di Giustizia nelle seguenti pronunce.

Oliver Brüstle v. Greenpeace eV - Corte di Giustizia dell'Unione Europea causa C34/2010.

È stata posta questione pregiudiziale dinanzi alla Corte di Giustizia per stabilire cosa fosse l’embrione umano e se potesse essere oggetto di brevetto ai sensi dell’articolo 6, n.2, lett.c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 6 luglio 1998, 98/44/CE, concernente la protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche. Il 18 ottobre 2011 quindi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata in riferimento all’interpretazione del termine “embrione”.

Da un lato parliamo di un diritto personalissimo, che è il diritto alla vita, dall’altro di una situazione patrimoniale, per cui abbiamo diritti confliggenti. Se l’embrione è soggetto, vanta i diritti personalissimi, tra i quali quello alla vita e se così fosse, essendo l’embrione un soggetto vulnerabile, dovrebbe godere di una tutela prevalente rispetto agli interessi confliggenti. È per questo motivo che l’embrione non può essere oggetto di brevetto. La Corte di Giustizia dichiara che:

 
DIRITTI DELLA PERSONALITÀ: DIRITTO ALLA VITA, ALLO STATUS

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

La Corte costituzionale ha affermato che il diritto alla vita è uno dei diritti inviolabili ex art. 2 cost. Titolare è ogni persona. Per lungo tempo la stretta correlazione della capacità giuridica alla nascita del soggetto, dalla quale quindi si faceva dipendere la attribuzione di ogni situazione giuridica protetta, ha determinato la negazione di diritti in capo al nascituro.

Se non ché, il capoverso dell'art. 1 c.c. riconosce diritti anche al concepito. A titolo esemplificativo, in tema di filiazione si ricordano anche l'art. 254 c.c. che prevede il riconoscimento con apposita dichiarazione anche al concepimento[61]; l'art. 320 e 321 c.c. che attribuisce la rappresentanza e l'amministrazione dei genitori nei confronti dei figli nati e nascituri; gli artt. 462 comma 3, 687, 803, 768 quater e 784 comma 1, c.c., in tema di successioni, donazioni e patto di famiglia, che attribuiscono rilevanza ai figli sopravvenutivi)[62], e rispetto a tali ipotesi la dottrina ha elaborato diverse soluzioni interpretative: anticipazione della capacità giuridica e, quindi della soggettività, ovvero diritti senza titolare.

Sui diritti da attribuire al concepito, oltre a quelli indicati dalla legge,la giurisprudenza tende oggi a riconoscerne altri di natura esistenziale (diritto alla vita, alla salute, all’identità personale, onore e reputazione, ecc.). in particolare, si è pervenuti al riconoscimento di una tuela del concepito postulandone la soggettività e riconoscendogli quindi IL DIRITTO A NASCERE SANO[63].

Nel sistema italiano pronunce di segno opposto segnano le tappe di un percorso sofferto, non ancora del tutto tracciato, per giungere a riconoscere al nascituro, sul piano sostanziale ed in via diretta, un'autonoma soggettività giuridica PRENATALE e così attribuirgli diritti la cui azionabilità richiede o che si verifichi l’evento nascita o l’esercizio attraverso un rappresentante legale .

Ora, considerando il concepito “destinatario di tutela anche senza essere soggetto dotato di capacità giuridica ai sensi dell'art. 1 c.c.”, Cass. S.U. 22 dicembre 2015 n. 25767 ha affermato che l’embrione deve essere oggetto di tutele in quanto SI TRATTEREBBE DIDIRITTI PRIVI DI TITOLARE IN SITUAZIONE DI ATTESA.

 

Il Tribunale di Milano nella recente sentenza 31.5.2016 ha finache concesso, nell’interesse del concepito, la prova del DNA del padre defunto prima che questi fosse cremato, al fine di garantire la possibilità di esperimento dopo la nascita dell'azione giudiziale di accertamento della paternità. Evidentemente, l'interesse del concepito azionato dalla madre in stato di gravidanza poteva essere tutelato solo prima della sua nascita e, in particolare, prima della cremazione all’esito della quale sarebbe stato definitivamente impraticabile qualsiasi mezzo per l'acquisizione della prova della paternità.

 

Nell’ordinamento si tutelano anche i gameti, ma essi non sono equiparati alle "cose". Con riferimento alle Cellule riproduttive, la Cass., sez. feriale penale, 23 settembre 2016, n. 39541, ha affermato che riguardo agli ovociti che «è discutibile se possano essere assimilati agli organi del corpo umano, ma non può essere revocato in dubbio che facciano parte del circuito biologico dell’essere umano. Pertanto, non possono essere considerati "cose", solo temporaneamente detenute dalla donna all’interno del proprio corpo».

Sulla tutela della «vita umana dal suo inizio» e sul ricorso alle tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita) la normativa assicura i diritti «di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito» (rispettivamente, art. 1, l. n. 194/1978 ed art. 1, comma 1°, l. n. 40/2004).

Note sono inoltre le sentenze della Corte cost. 16 marzo 1971, n. 49; 18 febbraio 1975, n. 27 e 30 gennaio 1997, n. 35, ove si è affermato che «ha fondamento costituzionale la tutela del concepito, la cui situazione giuridica si colloca … tra i diritti inviolabili riconosciuti e garantiti dall’art. 2 della Costituzione, denominando tale diritto come diritto alla vita» e che «si è rafforzata la concezione, insita nella Costituzione italiana, in particolare nell’art. 2, secondo la quale il diritto alla vita, inteso nella sua estensione più lata, sia da ascriversi tra i diritti inviolabili, e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per così dire, privilegiata, in quanto appartengono … all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana».

La Corte cost., con sentenza 1 aprile - 8 maggio 2009, n. 151, ha poi dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 2 dell’art. 14 della l. n. 40/2004 «limitatamente alle parole “ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”», ritenendo appunto che costituisse una violazione del principio di regionevolezza e di uguaglianza limitare il numero degli embrioni da impiantare in misura prestabilita, ossia senza tenere conto delle possibili diversità tra situazioni concrete e della necessità di privilegiare sempre la salute psico fisica della donna e quella connessa del feto. Ha quindi dichiarato anche l'illegittimità costituzionale del comma 3 dell’art. 14 «nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come stabilisce tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna».

Tuttavia, il dibattito dottrinale e giurisprudenziale continua a rimanere aperto sulla definizione di embrione e di inizio vita e sul tipo di tutele da riconoscere ai gameti.

La Consulta ha affermato che l’esigenza di tutelare la dignità dell’embrione quale entità che ha in sè il principio della vita costituisce un valore di rilievo costituzionale riconducibile all’art. 2 cost. Embrione che «quale ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico» (Corte cost. 21 ottobre - 11 novembre 2015, n. 229). Con la stessa sentenza la Corte cost. ha dichiarato poi «l’illegittimità costituzionale dell'art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della l. n. 40/2004, nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta di selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l'impianto nell'utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all'art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela della maternità e sulla interruzione della gravidanza) e accertate da apposite strutture pubbliche».

Da ultimo, la Corte costituzionale si è espressa sulla questione di legittimità costituzionale dell’articolo 13 della legge n. 40/2004 che vieta la donazione degli embrioni soprannumerari per la ricerca scientifica in relazione agli articoli 9 e 32 della Costituzione (tutela della libertà di ricerca scientifica e della salute). Nella sentenza del 13 aprile 2016, n. 84la Consulta, ha esaminato la questione di legittimità costituzionale del divieto ex art. 13 per poi dichiararla inammissibile in ragione dell’elevato grado di discrezionalità, della complessità dei profili etici e scientifici che la connotano, del necessario bilanciamento lasciato al legislatore tra dignità dell’embrione ed esigenze della ricerca scientifica: bilanciamento che, impropriamente, il Tribunale chiedeva alla Corte di modificare, essendo possibile una pluralità di scelte, inevitabilmente riservate al legislatore. Richiamando la decisione della Corte di Strasburgo su un caso simile[64], afferma che compete unicamente al legislatore la valutazione di opportunità in ordine alla questione “inerente il bilanciamento costituzionalmente ragionevole tra tutela dell’embrione e interesse alla ricerca scientifica finalizzata alla tutela della salute (individuale e collettiva)”. Nella decisione un ruolo fondamentale occupano altri precedenti della Corte costituzionale tra i quali la citata sentenza, n. 229 del 2015[65].

 

La questione dell’“utilizzo” si ripropone, sia pur in termini non identici, per gli ovuli (rectius per le cellule riproduttive) che in quanto «parte del circuito biologico dell’essere umano ... non possono essere considerati “cose”, solo temporaneamente detenute dalla donna all’interno del proprio corpo»[66]. Di qui il non poter relegare all’area dell’irrilevanza giuridica la trasmissione del patrimonio genetico racchiuso nell’ovulo donato dalla donna nelle ipotesi di maternità portante o surrogata e nelle tecniche eterologhe di PMA[67].

 

Nella citata sentenza della Corte di Strasburgo, Grande Camera, caso Parrillo c. Italia, ricorso n. 46470/11, del 27 agosto 2015[68]. la Corte di Stasburgo ha stabilito per la prima volta che gli embrioni umani rientrano nel diritto della persona (madre biologica) al rispetto della vita privata segnando un'apertura sullo status di embrione umano. Gli embrioni sono considerati elementi fondamentali dell'identità biologica della persona titolare del gamete (genitore biologico), condividendone il patrimonio genetico. La Corte, qualificando l'embrione come elemento fondamentale del patrimonio genetico e dell'identità biologica di un'altra persona, ha deciso che il suo destino e l'utilizzazione (per la ricerca scientifica) rientra nel diritto di tale persona al rispetto della vita privata. In precedenza la Corte non si era espressa sulla questione del momento di inizio di vita tutelata dalla CEDU pur avendo esaminato casi concernenti la vita umana potenziale (v. Evans c. Regno Unito, 10 aprile 2007, ricorso n. 6339/05).

1. I principi stabiliti dalla Corte nel Caso Parrillo c. Italia del 27 agosto 2015:

- La Corte ribadisce che ai sensi dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 il concetto di “bene” ha un significato autonomo che non è limitato alla proprietà di beni materiali ed è indipendente dalla qualificazione formale del diritto interno: anche alcuni altri diritti e interessi che costituiscono situazioni attive possono essere considerati dei “diritti patrimoniali” e quindi dei “beni”ai sensi di tale disposizione. In ogni caso la questione che deve essere decisa è se le circostanze della causa, considerate globalmente, abbiano reso la ricorrente titolare di un interesse sostanziale tutelato dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 (si vedano Iatridis c. Grecia [GC], n. 31107/96, § 54, CEDU 1999 II, Beyeler c. Italia [GC], n. 33202/96, § 100, CEDU 2000 I, e Broniowski c. Polonia [GC], n. 31443/96, § 129, CEDU 2004 V).

- L’articolo 1 del Protocollo n. l si applica soltanto ai beni di una persona esistenti. Non si può ritenere che un futuro reddito costituisca un “bene”, a meno che esso non sia già stato guadagnato o non costituisca un credito certo. La speranza inoltre che possa essere riconosciuto un diritto di proprietà prescritto da molto tempo non può essere considerata un “bene”; né può esserlo un credito condizionale prescritto a causa dell’inadempimento della condizione (si veda Gratzinger e Gratzingerova c. Repubblica ceca (dec.), n. 39794/98, § 69, CEDU 2002 VII).

- Tuttavia in alcune circostanze anche la “aspettativa legittima” di ottenere un valore patrimoniale può beneficiare della tutela dell’articolo 1 del Protocollo n. 1.Così quando l’interesse patrimoniale ha la natura di un credito si può ritenere che l’interessato abbia un’aspettativa legittima qualora tale interesse abbia una base sufficiente nel diritto interno, per esempio in presenza di una giurisprudenza consolidata dei tribunali interniche ne confermi l’esistenza (si veda Kopecký c. Slovacchia [GC], n. 44912/98, § 52, CEDU 2004 IX).

 

Applicazione dei summenzionati principi al caso di specie:

- La Corte osserva che il caso di specie solleva la questione preliminare dell’applicabilità dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione al caso in esame. Rileva che le parti hanno opinioni diametralmente opposte in questa materia, specialmente riguardo allo status dell’embrione umano in vitro.

- Essa ritiene che non sia necessario esaminare qui la delicata e controversa questione del momento in cui inizia la vita umana, in quanto nel caso di specie non è in gioco l’articolo 2 della Convenzione. In ordine all’articolo 1 del Protocollo n. 1 la Corte ritiene che non si applichi nel caso di specie. Vista la portata economica e patrimoniale di tale articolo, gli embrioni umani non possono essere ridotti a “beni” ai sensi di tale disposizione.

- Dato che l’articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione non è applicabile nel caso di specie, questa parte del ricorso deve essere rigettata in quanto incompatibile ratione materiae con le disposizioni della Convenzione, in applicazione dell’articolo 35 §§ 3 e 4 di essa.

 

Opinione concordante del giudice Pinto De Albuquerque:

La vita del nascituro umano non è essenzialmente diversa dalla vita di un essere nato. In tutte le circostanze l’embrione umano deve essere trattato con il rispetto dovuto alla dignità umana. Le applicazioni della ricerca scientifica concernenti il genoma umano, in particolare nel campo della genetica, non prevalgono sul rispetto della dignità umana. Il progresso scientifico non deve essere costruito sul disprezzo per l’ontologica natura umana. L’obiettivo scientifico di salvare vite umane non giustifica utilizzazione di mezzi che sostanzialmente sopprimono tali vite. L’inizio e la fine della vita umana non sono questioni di politica soggette alla discrezionalità degli Stati membri del Consiglio d’Europa. L’”adeguatezza” della tutela fornita all’embrione dagli Stati parti della Convenzione è soggetta all’attento esame della Corte, in quanto gli Stati godono di un esiguo margine di discrezionalità riguardo alle fondamentali questioni connesse all’esistenza e all’identità dell’essere umano. In Europa la Convenzione ha stabilito un limite invalicabile alle nostre possibilità di fare esperimenti con la vita umana. Perciò la produzione, o l’utilizzazione, di embrioni umani viventi per preparare cellule staminali embrionali o produrre embrioni umani clonati, e successivamente sopprimerli al fine di produrre cellule staminali embrionali, sono incompatibili con la Convenzione. Nello spazio giuridico europeo la ricerca scientifica sull’embrione umano e sulle linee cellulari staminali embrionali è consentito solo nei due casi eccezionali precedentemente citati.

Opinione parzialmente dissenziente comune ai giudici Casadevall, Ziemele, Power-Forde, De Gaetano e Yudkivska:

La ricorrente deduce che il divieto previsto dalla legislazione italiana di donare alla ricerca scientifica gli embrioni concepiti mediante la riproduzione medicalmente assistita è incompatibile con il suo diritto al rispetto della vita privata. La Corte ha stabilito che la sua possibilità di esercitare una scelta consapevole e ragionata sul “destino degli embrioni” concerne un aspetto intimo della sua vita personale, e riguarda, conseguentemente, il suo diritto alla “autodeterminazione” (§ 159). Sulla base di ciò essa conclude che è applicabile l’articolo 8 della Convenzione e procede successivamente a dichiarare che non vi era stata alcuna violazione in quanto, inter alia, il divieto era “necessario in una società democratica” per tutelare i diritti e le libertà altrui ai sensi dell’articolo 8 § 2 della Convenzione.

Benché abbiamo votato per la non violazione dell’articolo 8 della Convenzione, vi è una differenza significativa tra la ragione per cui l’abbiamo fatto e i motivi delineati nella sentenza. Ci dissociamo dalla maggioranza molto prima che essa giunga alla sua valutazione della proporzionalità del divieto in questione. Riteniamo che la doglianza della ricorrente sia incompatibile ratione materiae con le disposizioni della Convenzione conformemente all’articolo 35 §§ 3 e 4 di essa.

A tutt’oggi sia la precedente Commissione che la Corte hanno esaminato molte cause sensibili che ponevano questioni fondamentali concernenti la vita umana potenziale, iniziale, embrionale o fetale e/o il suo collegamento con i diritti personali altrui. Benché la Corte abbia ritenuto che le questioni connesse alla procreazione e, in particolare, la decisione di diventare o di non diventare genitore, costituiscano un aspetto della vita privata della persona, essa si è astenuta dal pronunciarsi sulla fondamentale questione relativa al momento in cui inizia la “vita tutelata” ai sensi della Convenzione. Ha pertanto evitato di emettere qualsiasi pronuncia sullo status dell’embrione umano in quanto tale.

Come confermato dalla sentenza, la ricorrente ha in realtà rivendicato il diritto “di utilizzare gli embrioni” (si veda § 149) o, per dirlo con altre parole, il diritto di “decidere il destino” degli embrioni (si veda § 152) che erano stati creati mediante fecondazione in vitro. La Corte ha stabilito adesso, per la prima volta, che le questioni quali “decidere il destino” o “utilizzare” gli embrioni umani rientrano nel diritto della persona al rispetto della vita privata (si veda § 152). Conseguentemente la presente sentenza segna una svolta decisiva nella giurisprudenza della Corte. Essa prende una posizione di vasta portata e, a nostro avviso, inaccettabile sullo status dell’embrione umano.

La conclusione della maggioranza è sconcertante non solo sotto il profilo delle connotazioni utilitaristiche utilizzate nel parlare dell’embrione umano, ma anche a causa della logica inquietante che sta alla base della sua pronuncia. La ragione per la quale la maggioranza ha concluso che una scelta riguardante il “destino dell’embrione” rientri nell’ambito della vita privata della ricorrente è “il legame esistente tra la persona sottoposta a fecondazione in vitro e gli embrioni concepiti in tal modo”. Tale legame, afferma la maggioranza, è dovuto al fatto che “gli embrioni contengono il patrimonio genetico della persona in questione e rappresentano conseguentemente un elemento fondamentale del patrimonio genetico e dell’ identità biologica di quella persona” (§ 158) (grassetto aggiunto).

Concludere che l’embrione è “un elemento fondamentale” dell’identità della ricorrente è davvero una conclusione di vasta portata. A differenza della maggioranza non riteniamo che gli embrioni possano essere ridotti a elementi fondamentali dell’identità, biologica o di altro genere, di nessun altro. Benché condivida il patrimonio genetico dei suoi “genitori” biologici, l’embrione è contemporaneamente un’entità separata e distinta, quantunque si trovi nelle primissime fasi dello sviluppo umano. Se un embrione umano non è che un elemento fondamentale dell’identità di un’altra persona, perché tanta dovizia di relazioni internazionali, raccomandazioni, convenzioni e protocolli che concernono la sua tutela? Tali strumenti rispecchiano l’ampia accettazione generale nella comunità umana del fatto che gli embrioni sono più che semplici “cose”. Essi sono, come ha dichiarato l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, entità “che devono in ogni circostanza beneficiare del rispetto dovuto alla dignità umana” (§ 53).

Adottando l’approccio prescelto nella presente causa, la Corte ha sostenuto una visione positivistica e riduzionista dell’embrione umano. Lo ha qualificato come un “elemento fondamentale” del patrimonio genetico e dell’identità biologica di un’altra persona e ha pertanto deciso che il suo destino e “l’utilizzazione” che può esserne fatta siano una questione che rientra nel diritto di tale altra persona al rispetto della vita privata. Gli embrioni, come tutte le altre entità umane, condividono inevitabilmente il DNA genetico dei loro “genitori” biologici. La semplice condivisione del patrimonio genetico rappresenta una base rischiosa e arbitraria per determinare che il destino di un’entità umana rientri nel campo di applicazione del diritto di un’altra persona all’autodeterminazione.

8. Sfortunatamente il confuso ragionamento della maggioranza, che è evidente sulla questione della ricevibilità, persiste quando si tratta del merito (al paragrafo § 167). Nel valutare la proporzionalità del divieto in questione la Corte ritiene che esso possa essere collegato alla finalità di tutelare “i diritti e le libertà altrui” ma ciò, si affretta ad affermare la maggioranza, non comporta alcuna valutazione del fatto che la parola “altrui” si estenda o meno agli embrioni umani!!

9. A nostro avviso, e coerentemente con la giurisprudenza della Corte, a tutt’oggi, sarebbe stato preferibile concludere che, dato che nel caso di specie non è in questione un’eventuale genitorialità, semplicemente non sorge il diritto della ricorrente alla “auto-determinazione” quale aspetto della sua vita privata. Si prende atto dell’osservazione della ricorrente secondo la quale la donazione degli embrioni le conferirebbe qualche “nobile sentimento” ma la Convenzione, naturalmente, si occupa esclusivamente della tutela dei diritti umani fondamentali e non già di promuovere sentimenti di vario genere. Il diritto rivendicato dalla ricorrente di “utilizzare gli embrioni” a fini di ricerca scientifica non è un diritto rientrante nell’ambito dell’articolo 8 della Convenzione. Per l’effetto, a nostro avviso, questa parte del ricorso dovrebbe essere respinta in quanto incompatibile ratione materiae con le disposizioni della Convenzione conformemente all’articolo 35 §§ 3 e 4 di essa.

 

Sono di tutta evidenza gli interrogativi posti dalla materia in esame. Tale questione investe, infatti, non soltanto interessi esistenziali, ma anche la materia della libera circolazione, quella patrimoniale dei beni immateriali o intangibili con ricadute sulla concorrenza.

 

Cosa si intende per embrione e cosa consente l’individuazione dell’inizio della vita. Tali domande sono venute in rilievo nella giurisprudenza della Corte di Giustizia in materia di brevetto. Nell’ottobre 2011 nella causa Oliver Brüstle c. Greenpeace e V (C-34/10) la Corte di giustizia si è espressa sull’utilizzazione di embrioni umani a fini scientifici. Riguardo all’interpretazione di “embrione umano”, per la Corte del Lussemburgo il termine va “inteso in senso ampio”. Per tale motivo la Grande Sezione ha concluso che tale termine doveva intendersi riferito a qualsiasi ovulo umano sin dalla fase della fecondazione, in quanto tale momento segnava l’inizio del processo di sviluppo di un essere umano.Tale qualificazione doveva essere applicata anche all’ovulo umano non fecondato nel quale era stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi ed a svilupparsi attraverso la partenogenesi. La Grande Sezione ha ritenuto che l’utilizzazione di embrioni a fini di ricerca scientifica non fosse brevettabile. Ha tuttavia riconosciuto la brevettabilità dell’utilizzazione degli embrioni a fini diagnostici o terapeutici che si applichi all’embrione umano e sia utile all’embrione stesso. La Corte ha infine stabilito che la brevettabilità era altresì esclusa quando la realizzazione di un’invenzione richiedeva la previa soppressione dell’embrione umano o la sua utilizzazione come materiale di base, quale che fosse lo stadio nel quale ciò aveva luogo, e anche se la descrizione dell’insegnamento tecnico rivendicato non faceva riferimento all’utilizzazione di embrioni umani. Dato che l’embrione godeva della dignità umana dal momento della fecondazione, non era possibile distinguere fasi differenti di sviluppo successive alla fecondazione che giustificassero un inferiore livello di tutela dell’embrione nel corso di un certo periodo. Essendo “un concetto autonomo del diritto europeo”, l’embrione umano beneficiava di tutela giuridica obbligatoria concessa in virtù del rispetto della sua dignità umana, che precludeva la possibilità che gli Stati membri dell’Unione privassero l’embrione umano di tutela o fornissero un livello di tutela inferiore a quella affermata dalla decisione dei giudici della Corte del Lussemburgo.

A distanza di qualche anno la Corte Giustizia, sempre in Grande Sezione, sent. 18 dicembre 2014, Causa C- 364/13, è ritornata sulla nozione di “embrione umano” quale “organismo tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. Nella decisione la Corte afferma che tale qualificazione non doveva essere applicata all’ovulo umano non fecondato nel quale era stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso la partenogenesi. La Corte del Lussemburgo, cambiando orientamento, in una questione pregiudiziale interpretal’articolo 6, paragrafo 2, lettera c), della direttiva 98/44/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 6 luglio 1998, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche «nel senso che un ovulo umano non fecondato il quale, attraverso la partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi, non costituisce un «embrione umano», ai sensi della suddetta disposizione, qualora, alla luce delle attuali conoscenze della scienza, esso sia privo, in quanto tale, della capacità intrinseca di svilupparsi in essere umano, circostanza che spetta al giudice nazionale verificare».La decisione segue la teoria della causalità adeguata sostenendo che «secondo le conoscenze scientifiche ..., un partenope umano ... non è in grado in quanto tale di dare inizio al processo di sviluppo che conduce ad un essere umano».

 

L’affermazione della Corte nel Caso Parrillo c. Italia del 27 agosto 2015 secondo la quale gli embrioni sarebbero elementi fondamentali dell’identità, biologica o di altro genere, dei suoi “genitori biologici”, condividendone il patrimonio genetico non trova per vero conferma negli studi dell’epigenetica in campo medico e veterinario dai quali sembra potersi desumere che l’embrione è contemporaneamente un’entità separata e distinta dal genotipo, quantunque si trovi nelle primissime fasi dello sviluppo umano.

 

La disamina della giurisprudenza rivela quindi che se da una parte vi è ampio consenso sulla necessità di tutelare l’embrione anche in vitro, sulla definizione dello status dell’embrione si incontrano invece differenze fondamentali, basate su divergenti argomentazioni[69].

 

Relazioni internazionali, raccomandazioni, convenzioni e protocolli si sono occupate della tutela dell’embrione[70]. Tali strumenti pur rispecchiando l’ampia accettazione del fatto che gli embrioni sono più che semplici cose affermano anche che essi devono in ogni circostanza beneficiare del rispetto dovuto alla dignità umana.

 

In conclusione, la questione in oggetto chiama l’interprete, fin dai tempi del diritto romano classico, ad una complessa indagine sulla natura giuridica (e sulle sorti) dei diritti riconosciuti a colui qui in utero est (Dig., 1.5.7). Tale questione ingloba il significato di non “in utero”, stante le tecniche che consentono la “creazione” di un embrione al di fuori dell’utero per un suo eventuale impianto successivo nella donna genitrice biologica o in una gestante nel caso di maternità portante, o di una madre nelle ipotesi di adozione per nascita in caso di abbandono dell’embrione[71].

Il dibattito sulle necessità di tutela del preminente interesse del minore[72]e sui margini di tutela da attribuire all’'embrione è aperto. La soluzione richiederebbe un accordo sullo status dell’embrione da raggiungere anche grazie al contributo dei più recenti sviluppi in campo biomedico, dei potenziali progressi terapeutici connessi e delle altre scienze. Del pari, è opportuna la conoscenza delle fondamentali scelte compiute dai diversi paesi per tutelare l’embrione in vitro allo scopo di individuare dei possibili approcci comuni.

La questione induce inoltre ad indagare le “qualità” da attribuire (nella dimensione giuridica) al concepito ed all’embrione attraverso un percorso che non sia segnato soltanto dalle norme (rectius disposizioni ordinarie e costituzionali o meglio l’insieme di regole, principi e clausole generali del sistema Italo-europeo delle fonti). Nell’attuale dimensione vi è la necessità di prestare attenzione anche alle particolari culture ed ai differenti valori religiosi e sociali del Mediterraneo orientale e della regione araba[73]. La ricerca deve spaziare su posizioni e prassi dei Paesi anche non rientranti nel Consiglio d’Europa. A tal proposito, la Corte interamericana dei diritti dell’uomo (d’ora in avanti CIDU) ha sostenuto per esempio che, prima dell’impianto, l’embrione umano non può essere considerato una persona ai fini dell’articolo 4, paragrafo 1, della Convenzione americana sui diritti dell’uomo (causa Gretel Artavia Murillo c. Costa Rica)[74]. Altre convenzioni internazionali non prendono posizione sul diritto alla vita sin dal concepimento[75].

La realtà, superando la fantasia del giurista, è giunta oltre. Vicende sull’accertamento ed attribuzione dello status filiationis del nascituro durante il concepimento hanno ormai coinvolto l’interprete. I giudici di merito hanno ammesso o negato provvedimenti di urgenza (per es. ex art. 700 c.p.c. per accertamenti mediante le prove ematologiche o genetiche) chiesti da genitori per l’attribuzione dello status ai concepiti, prima della nascita dei medesimi[76]. Tutto ciò è potuto avvenire per la mancanza di un catalogo di situazioni attribuite al concepito.

 

 

CAPITOLO  7

 

GLI STATUS PERSONAE E FAMILIAE NELLA GIURISPRUDENZA DELLE CORTI SOVRANAZIONALI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Sommario: 1. Gli status personae e familiae nella giurisprudenza delle Corti sovranazionali. Superamento dell’esclusiva statale nella produzione del diritto di famiglia e dei minori. La rilettura del novellato art. 117, co. 1 cost. ad opera della Consulta ed il riconoscimento alla cedu di fonte subcostituzionale. - 2. La forza immediatamen­te precettiva della cedu. La nascita della Corte edu quale organismo permanente di garanzia dei diritti dell’uomo. Gli strumenti per definire la portata ed il significato delle norme della Convenzione. Rinvio. - 3. I mezzi di amplificazione dei diritti dell’uomo: l’interpretazione evolutiva, l’efficacia orizzontale e gli «obblighi positivi». – 4. La «compressione» dei diritti protetti dall’art. 8, comma 1, cedu: criteri per la valuta­zione della conformità alla cedu delle misure statali che costituiscono un’ingerenza legittima nel diritto al rispetto della vita privata e/o familiare. – 5. I criteri dettati dalla Corte edu per misurare il margine di apprezzamento statale: il primo caso Rasmussen c. Danimarca del 28 novembre 1984. – 6. Tutela dei diritti dell’uomo: gli apporti dell’Unione Europea. Dialogo tra le Corti ed evoluzione del diritto interno. – 7. Il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inutilità ed impossibilità di delineare in astratto l’ambito di applicazione degli artt. 8 e 12 conv. – 8. L’originaria «contaminazione» dei concetti vita privata e familiare. L’autonomia dei concetti e la possibile applicazione in concorso. - 9. Lo status personae e familiae nella normativa dell’Unione Europea: la Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. ed il Regolamento (ce) 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconosci­mento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di respon­sabilità genitoriale, che abroga il Regolamento (ce) n. 1347/2000. – 10. La proposta di modifica del Regolamento (ce) 2001/2003 e l’adozione del Regolamento (ue) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale.

 

1. Gli status personae e familiae nella giurisprudenza delle Corti sovranazionali. Superamento dell’esclusiva statale nella produzione del diritto di famiglia e dei minori. La rilettura del novellato art. 117, co. 1 cost. ad opera della Consulta ed il riconoscimento alla cedu di fonte sub costituzionale.

Lo status personae[77] trova una tutela «privilegiata» nella Costituzione, in particolare nei principi fondamentali dettati negli artt. 2 e 3. La disciplina degli status familiae (quale sintesi dei diritti-doveri dei singoli all’interno delle diverse tipologie di famiglie[78]) contemplata negli artt. 29-31 cost. ne costituisce un frammento. Tale ultima disciplina ha subito profondi mutamenti. La lettura costituzionalmente orientata ne ha determinato un’interpretazione innovativa. Alla luce dei principi fondamentali della Costituzione (artt. 2 e 3) e delle altre disposizioni dettate a tutela della persona (tra le quali spiccano quelle volte a garan­tire la salute, la libertà di manifestazione del pensiero, di coscienza e di religione) si è, infatti, spostato l’oggetto di tutela dall’ente famiglia dota­to di soggettività a garanzia di interessi superindividuali, alle persone all’interno della medesima. La rivisitazione costituzionale dei diritti della personalità ha condotto al superamento della concezione «antropomorfica» della famiglia. Le diverse tipologie di famiglia sono realtà-mezzo tutelate in quanto luoghi nei quali i singoli sviluppano la propria personalità nel loro reciproco rispetto[79]. Il valore persona umana ha così messo in primo piano lo status personae e, per tal via, il riconoscimento di una varietà di relazioni familiari e, quindi, di status familiae. Dal modello unico di famiglia «asimmetrica» retaggio del diritto romano si è passati a molteplici fattispecie o tipologie familiari[80] nelle quali la diversità di ruoli e dei poteri non è legata al genere o all’età, ma all’inclinazione ed alla capacità dei singoli.

Così nel mutato contesto, un ruolo particolare nella specificazione dei diritti inviolabili dell’uomo e nell’individuazione dei doveri inderogabili di solidarietà nelle famiglie ha giocato il diritto internazionale pattizio. I principi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (d’ora in avanti CEDU)[81], per come interpretati dalla Corte di Strasburgo (d’ora in avanti Corte EDU o Corte di Strasburgo), hanno segnato l’evoluzione legislativa ed interpretativa dei c.dd. diritti della personalità. Giova, infatti, ricordare che quando si parla di diritti fondamentali a tutela della persona umana nell’ordinamento statale non si può far riferimento esclusivamente alla disciplina costituzionale o alla legislazione ordinaria, così come la loro tutela non è riservata alle sole corti costituzionali e alle autorità giurisdizionali interne. Individuazione e applicazione degli status personae e familiae spettano, nell’esperienza giuridica europea, anche ad organizzazioni internazionali e giurisdizioni sovranazionali. Strumenti di protezione si rinvengono in fonti sovranazionali e nelle decisioni delle corti superiori, in particolare, quelle della Corte EDU e della Corte di Giustizia. Ciò in quanto l’art. 117, comma 1, cost., come modificato dall’art. 2 della legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, prevede espressamente che la potestà legislativa, sia statale che regionale, deve essere esercitata nel rispetto «dei vincoli derivanti dell’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Tale previsione costituzionale stabilisce, come limite alla potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, l’adempimento degli obblighi assunti in sede europea ed internazionale. Da quanto detto discende che la violazione dell’obbligo dello Stato di adeguarsi a dette fonti sovranazionali dà luogo alla violazione dell’art. 117 cost. e si traduce nella illegittimità delle leggi in contrasto con quelle esterne non attuate.

Alla luce della riformata disposizione costituzionale la Consulta ha riconsiderato la posizione ed il ruolo delle norme della CEDU allo scopo di verificare la loro incidenza sull’ordinamento giuridico italiano. Nelle sentenze 348 e 349 del 2007[82], la Corte ha affermato che l’art. 117, co. 1, cost., «colmando la lacuna esistente nella disciplina previgente, … ha previsto l’obbligo del legislatore ordinario di rispettare dette norme con la conseguenza che la norma nazionale con le stesse incompatibile viola per ciò stesso l’art. 117, co.1, cost. perché la norma convenzionale, alla quale la norma costituzionale fa rinvio «mobile», «dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali genericamente evocati e, con essi, al parametro, tanto da essere comunemente qualificata norma interposta»[83]. Da quanto detto discende che la Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali si colloca tra le norme internazionali pattizie alle quali la Costituzione «fa mobile rinvio». Il novellato testo dell’art. 117 cost. rende inconfutabile la maggior forza di resistenza delle norme CEDU rispetto alle leggi ordinarie successive (rectius alle fonti primarie).

La Consulta ricorda che nel sistema della CEDU gli Stati hanno istituito un organo giurisdizionale internazionale, la Corte europea per i diritti dell’uomo, cui è affidata l’esclusiva competenza di interpretare le norme della Convenzione stessa. L’art. 32, paragrafo 1, della detta Convenzione stabilisce che: «La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli che siano sottoposte ad essa alle condizioni previste negli articoli 33, 34 e 47». La Corte costituzionale afferma, quindi, che le norme della CEDU vincolanti per i Paesi contraenti sono il prodotto dell’interpre-tazione della Corte EDU e non le disposizioni convenzionali in sé e per sé considerate[84]. Ciò in quanto i principi della CEDU vivono e diventano norme in relazione all’inter­pretazione che ad essi viene data dalla Corte di Strasburgo[85].

Tuttavia, la Corte costituzionale ha chiarito che le pronunce della Corte di Strasburgo non sono incondizionatamente vincolanti ai fini del controllo di costituzionalità delle leggi nazionali. Tale controllo deve sempre ispirarsi al ragionevole bilanciamento tra il vincolo derivante dagli obblighi internazionali, imposto dall’art. 117, comma 1, cost., e la tutela degli altri interessi costituzionalmente protetti.

Alla luce dei principi metodologici illustrati dalla Consulta, il giudice nazionale deve interpretare la disposizione interna in modo conforme a quella internazionale. Qualora non sia possibile risolvere l’antinomia in via interpretativa, diversamente da quanto avviene con il diritto dell’U.E.[86], il giudice nazionale non può disapplicare la norma nazionale contrastante con la disposizione CEDU, ma deve sollevare la questione di legittimità della norma interna per contrasto con l’art. 117 cost. e della norma CEDU interposta[87]. Appare chiaro il complesso ruolo dell’interprete nell’ambito dell’ordinamento integrato da eterogenee fonti sovranazionali che presentano una posizione e ruolo del tutto singolare nel sistema.

 

2. La forza immediatamen­te precettiva della cedu. La nascita della Corte edu quale organismo permanente di garanzia dei diritti dell’uomo. Gli strumenti per definire la portata ed il significato delle norme della Convenzione. Rinvio.

Accanto alla maggior forza di resistenza rispetto alle leggi ordinarie (rectius alle fonti primarie), un altro aspetto del tutto peculiare della CEDU è la sua forza immediatamente precettiva. Ai diritti previsti nella Convenzione non corrisponde soltanto l’impegno futuro degli Stati aderenti di renderli effettivi con l’applicazione da parte dei giudici nazionali, ma l’obbligo immediato ed operativo di rispetto dei medesimi diritti. Siffatta forza precettiva si rinviene nella formulazione dell’art. 1 CEDU che afferma una vincolatività attuale dei diritti dell’uomo, assistita dalla garanzia giurisdizionale. La detta Convenzione ha, infatti, previsto la Corte EDU, organismo di giustizia internazionale al quale i singoli possono proporre ricorsi individuali per denunciare l’inadempimento degli obblighi internazionali da parte degli Stati aderenti. La l. 28 agosto 1997 n. 296 ha ratificato e reso esecutivo il Protocollo Addizionale n. 11 della CEDU recante la ristrutturazione del meccanismo di controllo e dell’applicazione della Convenzione. Detto Protocollo entrato in vigore il I° novembre 1998 ha segnato una svolta nella «giustiziabilità» dei diritti dell’uomo poiché ha introdotto il meccanismo del ricorso individuale alla Corte EDU (art. 34 CEDU) ed ha sancito all’art. 46 l’obbligo degli Stati aderenti di conformarsi alle sentenze definitive. La Corte si sovrappone alle giurisdizioni nazionali, aggiungendo un grado ulteriore di giudizio nella tutela dei diritti dell’uomo[88]. In tal modo, contribuisce all’evoluzione degli ordinamenti interni. Infatti, le violazioni strutturali della Convenzione obbligano l’ordinamento del Paese aderente a rivedere l’efficacia dei rimedi interni esistenti[89].

Il ricorso alla Corte di Strasburgo ex art. 34 CEDU rappresenta lo strumento di tutela di diritti umani non soltanto «tradizionali» come la libertà personale, di espressione e di stampa, ma anche di «nuovi», frutto dell’interpretazione evolutiva della Corte di Strasburgo. Al fine di preservare la concreta efficacia della Convenzione, essa (Corte) ha individuato la necessità di interpretare la Convenzione alla luce dei mutamenti politici, economici, normativi e sociali, ade­guando l’intensità di protezione e la tutela dei diritti alla realtà ed all’evoluzione storica esistente al momento della decisione. Siffatta interpretazione «evolutiva» dell’organismo di giustizia internazionale ha permesso l’affermazione di diritti in precedenza non tutelati come quello di poter far al ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita ed il riconoscimento agli omosessuali di poter fondare una famiglia. Il giudice di Strasburgo assume, quali canoni ermeneutici, i principi generali di diritto internazionale (c.d. contesto esterno sul quale infra) e le condizioni esistenti al momento della decisione. Ciò consente di decidere in ordine a questioni di recente emersione in precedenza non considerate come rientranti nella Convenzione.

Altri strumenti per definire la portata ed il significato delle norme CEDU e per elaborare nuove tecniche di protezione dei diritti in esse previsti sono l’efficacia orizzontale della Convenzione e la teoria degli «obblighi positivi» dello Stato. Questi sono strumenti ulteriori di amplificazione della tutela dei diritti fondamentali nel diritto civile italiano e nei rapporti interindividuali sui quali si tornerà più avanti.

L’efficacia immediatamente precettiva e la forza di fonti subcostituzionali di dette disposizioni convenzionali pongono una serie di problemi interpretativi. In primis, quello della coesistenza di detti principi internazionali con quelli costituzionali fondamentali e con quelli dell’U.E. La c.d. interpretazione evolutiva della CEDU mediante l’utilizzo degli accordi internazionali anche successivi all’adozione della Convenzione rendono complessa l’indagine di «compatibilità» tra ordinamento sovranazionale e quello interno. Di poi, i principi convenzionali nell’interpretazione della Corte di Strasburgo hanno un ruolo importante nell’evoluzione del diritto interno. Pronunciandosi su ricorsi aventi ad oggetto la violazione dell’art. 8 (che sancisce, tra gli altri, il principio di tutela della vita privata e familiare) e l’art. 12 (che contempla il diritto a sposarsi ed a formare una famiglia) il giu­dice europeo si è occupato di questioni di diritto di famiglia. La Corte di Strasburgo in applicazione dell’art. 8 e dell’art. 12, ha desunto un concetto di vita privata e familiare autonomo rispetto a quelli dei Paesi aderenti alla Convenzione.

Prima di passare ad un’analisi casistica di alcune pronunce della Corte EDU sul rispetto della vita «familiare» nelle sue varie declinazioni, è utile chiarire il significato e la funzione di alcuni strumenti suindicati dei quali la Corte di Strasburgo si serve per definire l’ambito di applicazione delle singole disposizioni e per elaborare tecniche di protezione dei diritti.

3. I mezzi di amplificazione dei diritti dell’uomo: l’interpretazione evolutiva, l’efficacia orizzontale e gli «obblighi positivi».

La Corte ha individuato l’esigenza di interpretare le norme CEDU alla luce delle condizioni esistenti al momento della decisione. Ciò consente di adeguare la portata ed il significato delle singole disposizioni all’evoluzione storica ed alla realtà del ricorrente. Come si è messo in luce, siffatta interpretazione evolutiva ha permesso la protezione di situazioni soggettive alle quali originariamente non è stata apprestata alcuna tutela. Altri strumenti significativi nella protezione dei diritti sono l’«efficacia orizzontale» della Convenzione e i c.dd. obblighi positivi dello Stato. Efficacia orizzontale significa applicare le disposizioni della CEDU direttamente ai rapporti interpersonali e tutelare l’esercizio di un diritto convenzionale ostacolato da privati. Le previsioni convenzionali non vincolano soltanto lo Stato aderente nei confronti del singolo, ma i privati cittadini nei loro rapporti orizzontali. L’immediata precettività della CEDU nei rapporti interperso­nali fa sorgere gli obblighi positivi dello Stato di attivarsi per assicurare l’effettivo esercizio dei diritti garantiti. Lo Stato non ha soltanto l’obbligo negativo di astenersi dal violare i diritti sanciti dalla Convenzione, ma deve intervenire per prevenire o, comunque, per ripristinare i diritti violati da privati limitando, se necessario, i contrapposti interessi dei terzi.

Siffatti strumenti di amplificazione della tutela dei diritti dell’uomo hanno dato vita all’evoluzione giurisprudenziale che ha toccato anche gli artt. 8 e 12 conv. L’art. 8 della CEDU mira a tutelare la vita privata e familiare nonché il domicilio e la corrispondenza. L’art. 12 CEDU riconosce ad uomini e donne in età matrimoniale, il diritto di sposarsi e fondare una famiglia nel rispetto delle leggi nazionali[90]. I diritti della persona trovano un ulteriore applicazione–rimedio din­nanzi alla Corte di Strasburgo. Diversamente dal sistema interno nel quale esiste una definizione di famiglia e di rapporti familiari, il concetto nella Carta è il frutto dell’interpretazione della Corte EDU. Detta nozione di «vita familiare» è autonoma rispetto a quella delineata nei Paesi aderenti alla Convenzione internazionale. L’esistenza o la non configurabilità della vita familiare è una questione che attiene all’esame della fattispecie concreta di volta in volta esaminata dalla Corte. Questa ultima accerta, indipendentemente dalla qualificazione in termini di famiglia nel paese aderente, i legami personali stretti esistenti tra i ricorrenti. Non è dato rinvenire nella giurisprudenza della Corte un’unica ed esaustiva definizione di vita familiare. L’esistenza di legami familiari è stata rinvenuta di fatto sulla base della vita in comune dei ricorrenti, pur in assenza di un riconoscimento giuridico della convivenza more uxorio nel Paese di origine. Non soltanto la comunanza di vita ha costituito un elemento costitutivo della vita familiare, ma la Corte ne ha desunto la sussistenza sulla base di altri presupposti. La Corte ha rinvenuto un legame familiare tra conviventi dalla durata della relazione, dall’esistenza di reciproci diritti e doveri assunti nei confronti della prole.

La tutela degli status personae e familiae non copre esclusivamente la sfera più intima della vita privata e/o familiare, ma si estende alle relazioni sociali ed economiche dell’essere umano. Ciò ha reso necessario la previsione di obblighi positivi dello Stato per la promozione della personalità degli individui anche nella famiglia[91]. Gli obblighi positivi desunti dall’applicazione degli artt. 8 e 12 sono spesso frutto di un’interpretazione «creatrice» della Corte e dell’affermazione implicita o espressa che l’obbligo inerisce al diritto protetto al fine di garantirne l’effettività. La costatazione della diversità dei sistemi giuridici e delle tradizioni e culture, o al contrario, l’individuazione di una base comune del consensus tra gli Stati contraenti del «nuovo» diritto protetto è frutto, talvolta, di una scelta «arbitraria» del giudice europeo che consente la previsione o l’esclusione di obblighi positivi e determina la misura del margine di apprezzamento degli Stati aderenti. L’imposizione di obblighi positivi consistenti nella protezione dei diritti individuali dalle illegittime ingerenze di privati ha favorito l’applicazione dell’art. 8 alle relazioni interindividuali. L’effettività del diritto al rispetto della vita familiare è, così, garantita contro le arbitrarie ingerenze non soltanto di poteri pubblici, ma anche di privati[92]. Orbene, l’efficacia orizzontale dell’art. 8 conv. pone il problema di individuare i nessi di prevalenza e compatibilità delle esigenze contrapposte di ordine pubblico o di altra natura con quello del rispetto della vita privata e/o familiare. Problemi di bilanciamento tra contrapposte situazioni soggettive per l’individuazione della regola «ragionevole».

In questo scenario, il controllo delle violazioni della vita privata e/o familiare non trova un’adeguata tutela mediante l’imposizione di soli obblighi di non ingerenza dello Stato. La compatibilità della misura interna con le dette disposizioni della CEDU non deve investire esclusivamente la qualità della legge nazionale che prevede un’ingerenza arbitraria dello Stato, ma richiede l’imposizione di obblighi positivi per assicurare all’individuo l’effettività del diritto. Alla dimensione originaria della protezione imposta allo Stato mediante obblighi di astensione, si aggiunge l’esecuzione di obblighi positivi consistenti in un facere nell’interpretazione evolutiva e dinamica degli artt. 8 e 12 conv. proposta dal giudice di Strasburgo[93]. Quest’ulti-mo rivisita, alla luce delle condizioni esistenti al momento della decisione, l’interpretazione ed applicazione della Convenzione. Siffatta attività ermeneutica permette alla Corte di inglobare negli artt. 8 e 12 fattispecie (diritti o obblighi) in precedenza escluse. A tal fine, la Corte ricorre, quali canoni ermeneutici, al c.d. contesto esterno rappresentato anche dalle convenzioni adottate dal Consiglio d’Europa regolamentanti diritti fondamentali tutelati dalla CEDU e dalle prassi successive adottate dagli Stati aderenti o non[94]. La Corte richiama, talvolta, nella motiva­zione le legislazioni e prassi degli Stati contraenti[95]. Di recente ha ampliato i richiami facendo uso di sentenze di Corti straniere quali la Corte suprema del Canada o la Corte suprema australiana ed anche a Convenzioni internazionali non ancora aperte all’adesione degli Stati membri[96].

Pur essendo la Corte ex art. 32 CEDU competente a decidere le questioni sull’interpretazione e applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli, l’art. 31, co. 3 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati include, tra gli strumenti utilizzabili per l’interpretazione degli accordi internazionali, le prassi degli Stati successive all’adozione del trattato, mediante le quali si è formato un accordo sull’interpretazione. Il concetto di prassi successiva è interpretato come includente gli atti unilaterali e gli accordi ulteriori non aventi carattere interpretativo del trattato originale. Questa ultima prassi giudiziaria è un indice di una «tendenza internazionale» delle società moderne. Tuttavia, attraverso il c.d. contesto esterno la Corte richiama ed applica convenzioni o prassi che non sempre sono fonti interne nei Paesi aderenti.

A titolo esemplificativo si ricorda il caso Emonet e altri c. Svizzera del 13 marzo 2008, nel quale la Corte in materia di adozione afferma che l’art. 8 conv. deve interpretarsi alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite del 20 novembre 1989 sui diritti dei fanciulli e della Convenzione europea del 24 aprile 1967 in materia di adozione di minori.

Siffatto dinamismo interpretativo ha determinato un graduale allargamento della nozione di vita privata e familiare e degli altri ambiti protetti dagli articoli in esame, non necessariamente in linea con l’evoluzione comune ai sistemi giuridici nazionali[97]. Esso (dinamismo interpretativo) induce, altresì, all’analisi delle condizione di esercizio del diritto per dare al medesimo piena effettività. L’effettività dei diritti dell’art. 8 conv garantita dal giudice europeo in maniera preferenziale con le due tecniche sopra esaminate degli «obblighi positivi» e dell’«effetto orizzontale». Con l’imposizione di obblighi positivi il giudice di Strasburgo ridefinisce i doveri degli Stati aderenti. L’interpretazione evolutiva, finalizzata ad adeguare la Convenzione ai mutamenti dei costumi e al rispetto delle diversità culturali e a renderla attuale, riduce il potere discrezionale (c.d. margine di apprezza­mento) riconosciuto agli Stati per la regolamentazione della materia. La Corte, pur affermando di interpretare «alla luce delle condizioni attuali» e, quindi, anche delle prassi seguita dagli Stati successivamente all’adozione della Convenzione, non ha proceduto se non in casi sporadici, nella ricerca di un eventuale base comune dei diritti fondamentali nei diversi sistemi giuridici degli Stati aderenti. Operando in modo discrezionale e, di volta in volta, riducendo o ampliando i margini di apprezzamento degli Stati, la Corte crea o affievolisce aspetti rientranti nella sfera della vita privata e familiare. Le situazioni originate in via giurisprudenziale non sempre poggiano, quindi, sulle tradizioni costituzionali comuni degli Stati aderenti, risentono di un deficit di democraticità e, talvolta, essendo legati al caso concreto non consentono di dedurne in via di astrazione una situazione giuridica. La Corte di Strasburgo quale giudice del caso concreto ha mutuato procedure e regole anche dagli ordinamenti di common law: vincolatività del precedente, motivazioni basate sul confronto del caso concreto con quelli oggetto dei precedenti, sulla ricerca di similitudini o divergenze, ricorso all’equità. In sintesi, si rileva una scarsa propensio­ne alla costruzione sistematica degli istituti. Di qui l’interrogativo della dottrina d’oltralpe[98] se sia possibile fondare un diritto comune di tutela della vita privata e/o familiare sulla base di casi concreti, di precedenti giurisprudenziali sia pur autorevoli. Lungi dal poter ope­rare un recepimento tout court dei principi desumibili dalle decisioni della Corte di Strasburgo è necessario muovere dall’analisi delle con­dizioni fattuali sulle quali esse poggiano per verificare l’applicazione delle soluzioni elaborate ad altri casi concreti che presentano la mede­sima esigenza di tutela. Essendo la decisione dettata per risolvere pro­blemi singolari la regola da essa desumibile può applicarsi ad altri casi concreti nei quali deve essere attuato il medesimo principio. Diversamente, se nella fattispecie concreta il principio corrisponden­te a quello sotteso alla decisione della Corte incontra l’esigenza di altri principi che in quella ipotesi devono prevalere, non si applicherà il pre­cedente giurisprudenziale. L’estensione della competenza giurispru­denziale sul controllo del rispetto della vita privata e familiare impo­ne, comunque, poteri di controllo dell’operato della Corte da parte del giudice di legittimità per il vaglio di compatibilità costituzionale della decisione e per la verifica della sussistenza di una tutela equivalente[99]. Per vagliare i nessi di compatibilità e/o di prevalenza tra i principi convenzionali e quelli costituzionali è necessaria l’analisi dei pre­cedenti giurisprudenziali della Corte di Strasburgo. Occorre ricordare che le sentenze definitive vincolano esclusivamente lo Stato al quale esse sono rivolte. L’art. 46 CEDU impone alle Parti contraenti di conformarsi alle sentenze definitive rese dalla Corte nei giudizi dei quali esse sono parti. Occorre precisare che tale obbligo vincola gli Stati nel fine da raggiungere, lasciando loro la scelta dei mezzi per perseguire gli scopi. In dottrina si discute sulla efficacia erga omnes delle senten­ze, per garantire l’effettività della tutela dei diritti[100]. Gli interpreti operano una distinzione tra efficacia vincolante inter partes rispetto al caso concreto deciso con la pronuncia e l’efficacia di precedente interpretativo vincolante erga omnes rispetto alle fattispecie simili. La sentenza costituisce un precedente «pilota» che può fungere da apri pista ad altri ricorsi analoghi ai quale le competenti autorità nazionali possono conformarsi nello spirito di leale collaborazione o per prevenire sanzioni pecuniarie.

 

4. La «compressione» dei diritti protetti dall’art. 8, comma 1, cedu: criteri per la valuta­zione della conformità alla cedu delle misure statali che costituiscono un’ingerenza legittima nel diritto al rispetto della vita privata e/o familiare.

I diritti protetti dal primo comma dell’art. 8 sono suscettibili di com­pressione. L’art. 8, comma 2 della CEDU sancisce che non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio dei diritti alla vita pri­vata e familiare «... a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui». Le misure statali vi possono introdurre delle deroghe, ma in presenza di un idonea fonte del diritto che abbia il carattere dell’accessibilità e della prevedibilità delle conseguenze. Deve innanzitutto esistere un idoneo fondamento giuridico che determini un’interferenza nel godimento dei detti diritti[101]. La Corte EDU ha interpretato le parole «prevista dalla legge» attribuendogli un significato che va oltre l’esi­stenza di una fonte nel diritto interno e che investe la «qualità» della legge. Secondo la giurisprudenza europea costante, una norma deve essere chiara e precisa, redatta in modo da permettere ai destinatari di conoscere le fattispecie per le quali è dettata e le conseguenze per essa previste. L’esistenza di una misura statale «prevista dalla legge» non è di per sé sufficiente a derogare alla previsione della CEDU. La detta misura deve perseguire una delle finalità previste dall’art. 8, comma 2, conv, e il mezzo adoperato deve essere proporzionato al fine che mira a realizza­re. La verifica della proporzionalità e della necessità, in una società democratica, delle misure che costituiscono un’ingerenza nel godimen­to del diritto alla vita privata e/o familiare, è effettuata in base all’analisi della specifica misura statale. Finalità che deve essere rilevante ai sensi dell’art. 8, co. 2 della Convenzione europea («necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui») e deve prevalere sugli interessi dei singoli. La Corte ritiene che la valu­tazione deve essere effettuata in base ad un bilanciamento effettuato caso per caso con il quale si accerti la prevalenza in concreto della finalità perseguita dalla misura statale rispetto agli interessi dei singoli[102].

A tal proposito, la Corte procede nell’esame considerando gli strumenti pertinenti del Consiglio d’Europa nonché il diritto e la prassi in vigore negli altri Stati contraenti (c.d. contesto esterno). Il consenso esistente all’interno dei Paesi contraenti riveste una importanza considerevole e riduce il «margine di apprezzamento» di quale dispone uno Stato convenuto per determinare i limiti consentiti all’ingerenze nella vita privata e/o familiare. L’ampiezza di siffatto margine è variabile e dipende da un certo numero di fattori come, ad esempio, la natura dei diritti oggetto della controversia, la loro importanza per gli individui, la natura dell’ingerenza nonché gli obiettivi perseguiti con l’ingerenza stessa. Esso tenderà a restringersi qualora il diritto in gioco risulti essenziale per garantire all’individuo il godimento effettivo di diritti fondamentali e «intimi» a lui riconosciuti[103]. Pertanto, nel caso nel quale la posta in gioco riguardi un aspetto particolarmente importante dell’esistenza o dell’identità di un individuo, il margine di apprezzamento riconosciuto allo Stato sarà, necessariamente, ridotto[104]. Al fine di dare un contenuto al margine di discrezionalità attribuito agli Stati (nell’introdurre misure che rappresentano un’ingerenza alla vita privata e/o familiare resa necessaria dal perseguimento di un fine legittimo e realizzato con mezzi proporzionati) è utile un esame della casistica della Corte EDU.

 

5. I criteri dettati dalla Corte edu per misurare il margine di apprezzamento statale: il primo caso Rasmussen c. Danimarca del 28 novembre 1984.

È a partire dal caso Rasmussen c. Danimarca del 28 novembre 1984, che nel costruire tale margine di apprezzamento degli Stati aderenti, la Corte ha individuato, in astratto, le variabili rilevanti: «L’estensione del margine di apprezzamento varia a seconda delle circostanze, della materia e del contesto; la presenza o l’assenza di un denominatore comune ai sistemi giuridici degli Stati contraenti può costituire un fattore pertinente al riguardo». La Corte ha individuato i criteri che le consentono di misurare lo spazio riservato alla discrezionalità statale. In detta sentenza la Corte esamina la disciplina danese sull’azione di disconoscimento di paternità. Nella specie, un padre legittimo sospettava che la sua secondogenita fosse nata da una relazione adulterina della moglie. Pertanto, negli accordi per il divorzio aveva statuito di non pagare il mantenimento della figlia, impegnandosi a non esperire l’azione di disconoscimento della paternità. Detto accordo fu invalidato ed il ricorrente obbligato al versamento di un assegno periodico. Di qui il padre legittimo esperì l’azione di disconoscimento della paternità. La legislazione danese all’epoca in vigore sottoponeva l’azione del padre ad un termine di decadenza di dodici mesi dalla conoscenza delle circostanze che giustificavano il disconoscimento o, comunque, nei cinque anni dalla nascita del bambino. Diversamente, detta azione poteva essere esperita dalla madre e dal presunto figlio legittimo, divenuto maggiorenne, senza limiti temporali. L’azione di disconoscimento del padre, introdotta fuori termine, fu dichiarata inammissibile. Il sig. Rasmussen adiva la Corte europea, asserendo che la legislazione danese violava l’art. 8 in correlazione con l’art. 14, in quanto realizzava una discriminazione fondata sul sesso. Nel merito, la Corte considerò la differenza del termine di decadenza per la proposizione dell’azione da parte del padre e della madre giustificata da finalità legittime rinvenute nella tutela dell’interesse del minore e nella certezza dei rapporti giuridici familiari; inoltre, considera la misura proporzionata al fine, atteso che l’interesse della madre, cui di solito sono affidati i figli in sede di divorzio, normalmente si identifica con quello del minore. Per giungere a tale soluzione la Corte ha fatto ricorso alla dottrina del margine di apprezzamento, asserendo che la legislazione danese fosse proporzionata al fine, «tenuto conto del margine di apprezzamento delle autorità locali» e ne detta i criteri suindicati di valutazione.

Le variabili che influenzano la Corte nella valutazione del margine di apprezzamento statale, ancor oggi, sono quelle fissate dalla sentenza Rasmussen, ossia la natura del diritto leso, le circostanze del caso di specie, il contesto culturale e sociale e l’esistenza di un denominatore comune tra le legislazioni e prassi degli Stati membri.

Lo stesso diritto convenzionale può godere di una tutela con diversa intensità. Ciò discende dalla natura del diritto e dalle circostanze del caso concreto. Al fine di dare contenuto alle variabili per la misura della discrezionalità del legislatore nazionale è opportuno richiamare un altro precedente della Corte. Con frequenza crescente, la Corte è chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità alla CEDU di situazioni create dalle legislazioni nazionali in violazione della «privacy geneti­ca» dell’individuo. Ed è proprio su questo tema che la Corte Edu si è pronunciata nel caso S. e Marper c. Regno Unito del 4 dicembre 2008. Il caso all’origine della sentenza ha come protagonisti due cittadini inglesi, uno dei quali minorenni, i quali lamentavano la violazione degli artt. 8 e 14 per la conservazione presso le forze di polizia di impronte digitali, dei campioni biologici e dei profili di DNA dopo la conclusione delle azioni penali promosse nei loro confronti. I ricorrenti sospettati di illeciti penali non furono successivamente riconosciuti colpevoli e chiedevano la cancellazione dei propri dati personali dalla banca dati del DNA. La Corte mette in luce che i diritti lesi possono assume un’importanza particolare e richiedere tutela con maggiore intensità di protezione se riguardano minorenni. La Corte ritiene che la conservazione dei dati personali riguardanti minorenni, anche in ipotesi che gli stessi sono sospettati della commissione di reati, può essere particolarmente pregiudizievole e ciò avuto riguardo sia alla peculiare situazione in cui essi si trovano sia all’importanza del loro sviluppo e della loro integrazione nella società. Per la tutela dei diritti dei minori, i giudici di Strasburgo interpretano l’art. 8 alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989[105]. A tal proposito, ispirandosi all’articolo 40 della detta Convenzione ONU, hanno avuto occasione di evidenziare la particolare posizione che i minori occupano nel sistema della giustizia penale sottolineando la necessità che nel corso delle procedure penali sia salvaguardata la loro vita privata[106]. In modo analogo, la Corte è dell’opinione che sia necessario prestare particolare attenzione a che i minori siano protetti da qualsiasi pregiudizio che possa scaturire dal fatto che le autorità pubbliche, successivamente alla assoluzione, decidano di conservarne i dati personali. La natura del diritto leso (dati sensibili) in relazione alla minore età del titolare dei dati, riduce ulteriormente il margine di apprezzamento degli Stati contraenti.

L’evoluzione delle legislazioni nazionali e, quindi, il margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati aderenti eccezionalmente incide sulla esistenza di un diritto quale profilo del rispetto della vita privata e familiare[107]. L’esistenza di un denominatore comune ha una ricaduta sul contenuto di tale diritto, ovvero per l’ampiezza delle obbligazioni che ricadono sugli Stati per la sua applicazione. Il detto margine è desumibile dalla natura del diritto leso, nelle circostanze del caso, dal contesto locale ed anche dallo stato delle legislazioni e prassi degli Stati membri in materia[108]. Il c.d. contesto esterno (ossia l’assetto delle legislazioni e prassi esistenti) ha un ruolo nelle motivazioni della Corte, non incidendo sull’identificazione del diritto quale nuova componente degli artt. 8 e 12, ma contribuisce a definirne il suo contenuto minimo[109].

La Corte richiama, talvolta, nella motivazione le legislazioni e prassi degli Stati contraenti (c.d. contesto esterno)[110]. Come si è illustrato, di recente la Corte ha ampliato i richiami facendo uso di sentenze di Corti supreme quali la Corte suprema del Canada o la Corte suprema australiana di Stati non aderenti allaCEDU ed anche Convenzioni internazionali non ancora entrate in vigore[111]. Questa ultima prassi giudiziaria è per la Corte diritto pertinente per decidere il caso, essendo un indice di una «tendenza internazionale» delle società moderne[112].

La dottrina ha individuato due tipologie di argomento comparativo: i casi nei quali l’argomento comparativo è utilizzato per l’integrazione tra ordinamenti o sistemi di riferimento[113]; e quelli nei quali esso è guidato da motivazioni di ordine culturale, poiché gli orientamenti in materia di diritti umani risentono di processi di assimilazione che trascendono i confini nazionali e i singoli ordinamenti di riferimento[114].

L’assenza di un denominatore comune tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa sull’importanza dell’interesse e sulle modalità per assicurare la protezione, amplia il margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati[115].

 

6. Tutela dei diritti dell’uomo: gli apporti dell’Unione Europea. Dialogo tra le Corti ed evoluzione del diritto interno.

Da qualche anno il monopolio europeo della Corte di Strasburgo nella protezione dei diritti fondamentali è venuto meno. L’intervento della Corte di Giustizia si è esteso progressivamente alla detta materia, rilevante per il diritto dell’Unione Europea a titolo di «principi generali». Le Corti sovranazionali ne hanno dato un’interpretazione autonoma, non essendo organizzate gerarchicamente. La Corte di Giustizia ha eretto i principi convenzionali (della CEDU) in principi costituzionali dell’Unione direttamente applicabili come base della legalità europea. Si assiste ad un processo di ascrizione della CEDU nell’ordine giuridico dell’Unione Europea. Processo di ascrizione rafforzato con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (di seguito Carta)[116], a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che potrà compiersi con l’adesione dell’Unione Europea alla CEDU (come previsto dall’art. 6 Tratt. U.E.). Si ha dunque, nei diritti dell’uomo una estrema complessità di strumenti giuridici e di organi giurisdizionali nazionali e sovranazionali non gerarchicamente sistemati con il rischio di conflitti, incertezze interpretative e del non rispetto delle culture nazionali.

Non soltanto la norma nazionale da applicare al caso concreto può derivare da disposizioni provenienti da un altro ordinamento (U.E. o CEDU), ma anche le tutele dei diritti fondamentali dell’uomo possono trovare applicazioni da giurisdizioni sovranazionali. La conoscenza del diritto interno non è più sufficiente per risolvere una controversia, così come la tutela di situazioni giuridiche soggettive travalica i confini statali.

Antinomie interpretative possono sussistere nei giudicati interni, in quelli della Corte di Strasburgo e di Lussemburgo per le quali è necessario indagare sul metodo compositivo alla luce dei principi della Carta fondamentale e del Giudice delle leggi. Le fonti di diritto sovranazionali specificando i principi costituzionali rendono necessario un coordinamento con le fonti primarie e vanno assunti come criteri interpretativi di queste ultime. I rapporti dell’ordinamento nazionale con quello dell’U-nione Europea e con il sistema della CEDU sono stati chiariti dalla Consulta nelle succitate sentenze del 2007 nn. 348 e 349. Al termine dell’inquadramento del sistema eterogeneo di fonti e giurisdizioni, al fine di cogliere l’evoluzione del diritto di famiglia e dei minori è utile muovere dalle decisioni della Corte EDU. Questa ultima ha avuto occasione di pronunciarsi sugli status familiae in casi nei quali è stata denunciata una presunta violazione dei diritti riconosciuti negli artt. 8 e 12 della CEDU, violazione derivante dalle legislazioni dei Paesi aderenti nell’interpretazione data dai tribunali nazionali. Successivamente si esamineranno gli interventi del legislatore dell’U.E. in materia di famiglia e minori, ricordando sin d’ora che l’art. 7 della Carta riproduce nella sostanza l’art. 8 della CEDU, e l’art. 24 della medesima Carta riconosce i diritti dei minori.

 

7. Il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inutilità ed impossibilità di delineare in astratto l’ambito di applicazione degli artt. 8 e 12 conv.

Il diritto al rispetto della vita privata e familiare è sancito nell’art 8 della CEDU. Sulla presunta violazione di siffatto principio i cittadini (anche minori di età) hanno proposto ricorsi individuali domandando protezione di situazioni giuridiche rientranti nel proprio status personae e/o familiae. In modo estremamente sintetico, si può affermare che la CEDU si è pronunciata su questioni relative al concetto di vita privata e familiare ed al suo rispetto, sul diritto di sposarsi e su quello di fondare una famiglia, questi ultimi previsti nell’art. 12.

In relazione alla nozione di vita privata[117] e familiare[118] la giurisprudenza della Corte di Strasburgo ne ha sottolineato l’indeterminatezza. La Corte reputa impossibile oltreché inutile tentare di definire in astratto detta nozione. Di recente ha chiarito che essa è ampia ed insuscettibile di una definizione esaustiva[119]. La detta giurisprudenza delinea concetti legati alla fattispecie concreta. Il concetto di vita privata e familiare varia in funzione del luogo, dell’epoca e dell’ambiente socia­le nel quale vive il ricorrente[120]. D’altronde contorni precisi non si traggono dal principio convenzionale stante l’espressione aperta del «diritto al rispetto della vita privata e familiare» dell’art. 8 conv. Il giudice europeo muove dalla costatazione della difficile definizione del concetto. La «sfera della vita privata e familiare» riprendendo l’espressione della Corte[121] ha così subito dei profondi cambiamenti dal 1950 ad oggi. La costruzione giurisprudenziale del concetto ne ha dilatato i contorni. Si tratta di una tecnica casistica di costruzione del diritto. Costruzione che parte dall’analisi del caso ed è aperta a sviluppi imprevedibili mediante la c.d. interpretazione evolutiva della Corte. L’interpretazione «creatrice» della Convenzione ad opera della giurisprudenza della Corte si pone talvolta in antitesi con quella «consensuale» delle legislazioni o della giurisprudenza degli Stati aderenti. La costruzione giurisprudenziale interna non sempre rappresenta un precedente vincolante ed ha una portata e un’efficacia ridotta. Siffatta efficacia dei precedenti della corte europea tocca problemi di politica del diritto, di tecnica di produzione delle norme, dei poteri del legislatore e dei giudici e dell’incidenza della giurisprudenza creatrice nel diritto positivo interno e sull’evoluzione dei comportamenti sociali. Problemi resi ancor più delicati dall’essere l’oggetto della opera creatrice della Corte «la vita privata e familiare». Nella ratio del testo del 1950 la vita privata e familiare è finalizzata alla tutela dell’intimità della persona fisica contro le ingerenze illegittime dei poteri pubblici. A partire dalla seconda metà del secolo scorso il contenuto del concetto muta in funzione delle idee, delle culture e costumi, dei valori e degli obiettivi perseguiti. La nozione ingloba tutto ciò che è strettamente collegato alla persona umana: il corpo, l’immagine, il domicilio, le scelte esistenziali, le relazioni affettive, sessuali, familiari, associative o professionali, le scelte politiche, filosofiche o religiose, il segreto della corrispondenza e delle diverse forme di comunicazioni, i diritti morali, o anche economici e sociali dell’individuo in quanto persona fisica. Le situazioni protette costituiscono un sistema aperto caratterizzato dalla protezione della persona umana nella sua singolarità. Si tratta di realizzare la persona e di consentirgli il divenire sé e, quindi, le situazioni protette dall’art. 8 conv. non sono individuabili a priori ed in astratto. Il diritto alla vita privata e, quindi, familiare è la sintesi delle situazioni riferibili all’individuo persona umana come singolo che nella formazione sociale privilegiata che è la famiglia. Denominatore comune delle situazioni è la persona umana nella sua individualità e singolarità.

 

8. L’originaria «contaminazione» dei concetti vita privata e familiare. L’autonomia dei concetti e la possibile applicazione in concorso.

La dottrina d’oltralpe ha messo in luce la «contaminazione» dei concetti di «vita privata « e di «vita privata e familiare». La Corte EDU, per lungo tempo, ha usato tali concetti come sinonimi e, pertanto, intercambiabili. Con il processo di espansione dei profili della sfera privata della persona tutelati dall’art. 8, i medesimi aspetti sembrano acquistare la loro autonomia e specificità[122]. All’ampliarsi dei diritti inglobati nella sfera della vita privata si assiste all’autonoma configurazione dei diritti alla vita familiare ed all’estensione dei medesimi. In linea del tutto generale, nelle sue prime applicazioni giurisprudenziali l’ambito di applicazione dello strumento di tutela della vita privata e familiare è stato circoscritto alla protezione dell’intimità della persona dalle ingerenze illecite dei poteri pubblici[123]. Il diritto al segreto concerne gli aspetti tradizionalmente rientranti nell’intimità della sfera privata che «recouvre l’intégrité physique et morale de la personne et comprend la vie sexuelles»[124]. La soluzione sembra riecheggiare la teoria americana della privacy del the right to be alone[125].

A partire dal noto caso Niemietz del novembre 1992, la dimensione individuale della protezione si allarga alla «vita privata sociale» nella quale la persona realizza se stesso, relazionandosi con gli altri. La Corte, pone alla base dell’evoluzione della nozione l’indivisibilità della vita privata da quella professionale[126]. Ed è così che afferma che «Il serait toutefois trop restrictif de la limiter à un «cercle intime» où chacun peut mêner sa vie personnelle à sa guise et d’en écarter entièrement le monde extérieur à ce cercle. Le respect de la vie privée doit aussi englober, dans une certaine mesure, le droit pour l’individu de nouer et développer des relations avec ses semblables»[127].

Il rispetto della vita privata ingloba, in una certa misura, il diritto dell’individuo di instaurare e sviluppare relazioni con i propri simili. Un tale allargamento non rompe il legame tra vita privata e segreto[128]. Invero, nel caso Niemietz il diritto al rispetto della vita privata è applicato nella sua dimensione tradizionale di diritto dell’uomo. Il denominatore comune delle situazioni protette (l’immagine, le scelte esistenziali, le relazioni affettive, sessuali, familiari, associative o pro­fessionali, le opinioni politiche filosofiche o religiose) è, comunque, il riferirsi alla persona umana. A partire dal caso Niemietz il diritto all’oblio si evolve nel diritto di creare e sviluppare relazioni con i propri simili. La sentenza contiene in germe la formula che collega il diritto alla realizzazione personale con il diritto di instaurare e svi­luppare relazioni personali, sociali ed economiche. Formula espressa compiutamente nel caso Bensaid del 2001 nel quale il diritto al rispetto della vita privata deve assicurare all’individuo un ambito nel quale può perseguire liberamente la propria realizzazione personale ed il rispetto della propria identità[129].

Il diritto al rispetto della vita privata protegge «l’integrità fisica e psichica», «l’identità fisica e sociale», «il diritto allo sviluppo personale e di stabilire ed intrattenere rapporti con il mondo esterno». Nel caso Pretty del 2002[130] la Corte riconosce il diritto all’autodeter-minazione ammettendo che la realizzazione personale può avvenire al di fuori di tutte le relazioni sociali. La Corte nella sentenza Pretty considera l’autonomia negoziale quale principio posto alla base dell’interpretazione delle garanzie dell’art. 8 conv. (§ 61). Siffatto principio di autodeteminazione è ripreso dalla Grande Camera nel caso Goodwin del 12 luglio 2002[131] nel quale la Corte afferma che «la dignité et la liberté de l’homme sont l’essence même de la Convention» prima di aggiungere che «la notion d’autonomie personnelle (è) un principe important qui soustend l’interprétation des garanties» dell’art.8 (§ 90).

La questione centrale è quella di interrogarsi sui risultati dell’interpretazione evolutiva dell’art. 8 conv. In particolare, sul rapporto tra dignità umana quale valore fondamentale della Convenzione ed il principio di autodeterminazione richiamato per l’interpretazione del diritto alla vita privata. Se si condivide l’opinione del giudice Pettiti il quale ritiene che «La protezione della vita privata è la protezione dell’intimità e della dignità della persona» si giunge a negare un’estensione illimitata della nozione, non ritenendo possibile farvi rientrare automaticamente tutto ciò che concerne la vita privata[132]. La dignità è per il giudice un valore preminente che giustifica anche la sottrazione di alcuni diritti dalla disponibilità del titolare[133].

 

9. Lo status personae e familiae nella normativa dell’Unione Europea: la Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. ed il Regolamento (ce) 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il Regolamento (ce) n. 1347/2000

Sul piano sovranazionale, è necessario esaminare gli interventi dell’Unione europea (di seguito U.E.). Il diritto di famiglia, pur essendo una materia di competenza degli Stati membri, è stato oggetto di interventi del legislatore dell’U.E.

Nel Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009, l’U.E. ha inserito per prima volta i diritti dei minori tra gli obiettivi comuni. Nell’art. 3 si legge che l’«Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore». Al riguardo si deve ricordare che la Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. (in prosieguo la Carta), all’art. 7 riproduce, nella sostanza, il dettato dell’art. 8, comma 1, della CEDU, all’art. 9 riconosce il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia al pari dell’art. 12 CEDU e all’art. 24 riconosce i diritti fondamentali del bambino[134]. La Carta, conformemente all’art. 6, comma 1 n. 1, TUE «ha lo stesso valore giuridico dei Trattati» e ai termini dell’art. 51 le sue disposizioni si applicano agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione non estendendone l’ambito di applicazione al di là delle competenze definite nei Trattati («né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati»). All’art. 53, n. 3 della Carta risulta che, laddove quest’ultima contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti loro dalla detta Convenzione internazionale nell’interpretazione che ne offre la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Siffatta disposizione non preclude al diritto dell’Unione di elevare i livelli di protezione.

In relazione alla disciplina dettata per gli status personae e familiae l’Unione se n’è interessata anche al fine di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione delle persone, nonché al buon funzionamento del mercato interno. Ostacoli derivanti dalle differenti normative nazionali nei Paesi membri, resi ancora più gravi dalla mancanza di una disciplina comune sulla giurisdizione ed sul riconoscimento delle sentenze. Ciò in quanto la materia matrimoniale non era disciplinata da convenzioni internazionali. La Convenzione di Bruxelles del 1968 espressamente la escludeva dal suo ambito di applicazione (art.1, par.2 n.1). Di qui il tentativo di porre un rimedio al vuoto normativo con la Convenzione di Bruxelles del 28 maggio 1998, che includeva la materia matrimoniale nella disciplina concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. Tuttavia, siffatta ultima convenzione non ebbe un grande riscontro. La convenzione non fu ratificata da tutti Stati dell’U.E. In ragione dell’insuccesso della Convenzione del 1998, U.E. (allora CE) è intervenuta con il Regolamento (CE) n. 1347/2000 del 29 maggio 2000 (ora abrogato) e successivamente con l’attuale 2201/2003[135]. Al fine di creare un unico spazio normativo comune ai Paesi dell’U.E., il Regolamento 2201/2003 sancisce il suo primato rispetto alle disposi­zioni delle convenzioni internazionali[136]. Nel sistema italiano siffatto primato non può rinvenirsi sulle c.d. fonti subcostituzionali ex art. 117 cost. come la CEDU.

Con il primo Regolamento (CE) n. 1347 del 29 maggio 2000, entrato in vigore il 1° marzo 2002, la competenza per le cause matrimoniali «internazionali» tra coniugi cittadini di diversi Paesi membri dell’U.E. non era più determinata dalle specifiche regole nazionali di diritto internazionale privato. Il suo ambito di applicazione era definito nell’art. 1 e comprendeva: i procedimenti civili relativi al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all’annullamento del matrimonio; i procedimenti civili relativi alla potestà dei genitori, instaurati «in occasione» dei procedimenti in materia matrimoniale e riguardanti i figli di entrambi i coniugi coinvolti nella causa matrimoniale.

In ragione dell’espandersi del fenomeno delle c.d. famiglie di fatto si è reso necessario un nuovo intervento comunitario. Ed è così che il Consiglio ha adottato il Regolamento (CE) 2201/2003. Detto Regolamento ha ampliato l’ambito di applicazione affrontando i problemi dell’affidamento dei figli naturali e della responsabilità genitoriale, indipendentemente da un procedimento matrimoniale (si v. Considerando n. 5). Detto ultimo Regolamento ha abrogato il prece­dente del n. 1347/2000 ed è in applicazione dal 1° marzo 2005.

Il Regolamento in esame introduce all’art. 2, comma 1 n. 7 una definizione di responsabilità genitoriale, nozione già contemplata nell’art. 1, co.2[137], della Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996[138]. La detta definizione comprende «i diritti e i doveri di cui è investita una persona fisica o giuridica in virtù di una decisione giudiziaria, della legge, di un accordo in vigore riguardanti la persona o i beni di un minore… in particolare, il diritto di affidamento e il diritto di visita». Per disciplinare i rapporti tra genitori e figli, al fine di rispettare i diritti fondamentali riconosciuti ai minori, si è inteso parlare di responsabilità superando il termine di potestà di tradizione romanistica.

L’interesse per il Regolamento 2201/2003 è dettato dalla sua portata innovativa. Il provvedimento ha introdotto disposizioni sulla giurisdizione, ma anche di carattere sostanziale. Sebbene il Regolamento si applica a quelle unioni «transazionali» nelle quali i coniugi o conviventi hanno una cittadinanza diversa, o vivono in Stati membri diversi, ovvero, in uno Stato membro del quale almeno uno dei due non è cittadino, esso influenza il sistema interno. Basti, a tal proposito, cita­re una recente decisione della Corte di Giustizia[139] sul diritto all’affidamento del minore nella quale si afferma «41. Nella misura in cui la nozione di “diritto di affidamento” è così definita dal regolamento n. 2201/2003, essa è autonoma rispetto alle normative nazionali. Infatti, dalla necessità di garantire tanto l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione quanto il principio di uguaglianza discende che i termini di una disposizione di tale diritto, la quale non contenga alcun espresso richiamo al diritto degli Stati membri ai fini della determinazione del suo senso e della sua portata, devono di norma essere oggetto, nell’intera Unione, di un’interpretazione autonoma e uniforme, da effettuarsi tenendo conto del contesto della disposizione stessa e della finalità perseguita dalla normativa in questione. Così, ai fini dell’applicazione del medesimo regolamento, il diritto di affidamento comporta, in ogni caso, il diritto di chi ne è titolare di decidere il luogo di residenza del minore… 52. Ne consegue che, nell’ambito della presente controversia, occorre tener conto della Carta ai meri fini dell’interpretazione del regolamento n. 2201/2003, senza procedere ad una valutazione del diritto nazionale in quanto tale. Più in particolare, si tratta di verificare se le disposizioni della Carta ostino all’interpretazione di detto regolamento esposta supra al punto 44, tenuto conto segnatamente del rinvio al diritto nazionale che tale interpretazione implica».

L’analisi del Regolamento deve muovere dall’individuazione del suo ambito di applicazione definito nell’art. 1. Come nel previgente regolamento, le questioni disciplinate concernono i procedimenti civili relativi al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all’annullamento del matrimonio (di seguito indicati quali procedi­menti in materia matrimoniale); i procedimenti civili relativi alla responsabilità dei genitoriale. Questi ultimi riguardano, in particolare: il diritto di affidamento e di visita; gli istituti di protezione del minore quali la tutela, la curatela ed altri analoghi; la designazione e le funzioni di chi esercita la responsabilità genitoriale o di chi rappresenta o assiste il minore; la collocazione del minore in una famiglia affidataria o in un istituto; le misure di amministrazione e di prote­zione del patrimonio del minore (art. 1, comma 2 lett. a) b) c) d) e) Reg). Esso non include espressamente le controversie sugli obblighi patrimoniali sorti nella fase patologica del rapporto matrimoniale. In virtù dell’art. 1, comma 3, lett. e) del Regolamento che esclude le obbligazioni alimentari, vi è chi ritiene che le «controversie sull’assegno di mantenimento» siano riconducibili al Regolamento (CE) n.44/2001. Tuttavia, l’interpretazione sistematica in una con la ratio del Regolamento in esame non giustifica l’esame separato delle questioni patrimoniali collegate alle controversie in materia matrimoniale o di responsabilità genitoriale. Pertanto, le questioni patrimoniali sull’assegno di mantenimento nei confronti del coniuge «debole economicamente» o dei figli dovrebbe seguire, ratione materiae, i titoli di giurisdizione indicati dal Regolamento 2201/2003. Deve, inoltre, osservarsi che gli artt. 4 e 5 del Regolamento estendono ope legis la giurisdizione del giudice adito a titolo principale in una causa matrimoniale, a qualunque domanda riconvenzionale che abbia per oggetto una questione rientrante nel campo di applicazione del Regolamento, nonché ad una domanda con la quale si intenda convertire l’oggetto del procedimento da separazione a divorzio ove ciò sia consentito dalla lex fori.

Il Regolamento in esame detta, inoltre, le norme sulla giurisdizione e disciplina, altresì, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni straniere.

Per i procedimenti in materia matrimoniale l’art. 6 attribuisce carattere esclusivo ai criteri alternativi di giurisdizione indicati dagli artt. 3, 4 e 5 a condizione che il coniuge risiede abitualmente in uno Stato membro o vi ha la cittadinanza. I criteri di giurisdizione sanciti dall’art. 3, comma 1 lett. a e b, alternativamente operanti sono: la residenza abituale di uno o di entrambi i coniugi, ovvero la cittadinanza dei coniugi[140]. La residenza abituale è intesa quale luogo nel quale l’interessato ha fissato con carattere di stabilità il centro permanente o abituale dei suoi interessi. Le Sezioni Unite della Cassazione con l’ordinanza del 17 febbraio 2010 n. 3680[141] hanno affermato che: «Ai fini della corretta individuazione della giurisdizione in un giudizio di separazione personale tra coniugi, cittadini di diversi Stati membri dell’Unione Europea, secondo i criteri stabiliti dall’art. 3 del Regolamento Cee n. 2201 del 2003, per “residenza abituale” della parte ricorrente deve intendersi il luogo in cui l’inte-ressato abbia fissato con carattere di stabilità il centro permanente ed abituale dei propri interessi e relazioni, sulla base di una valutazione sostanziale e non meramente formale ed anagrafica, essendo rilevante, sulla base del diritto comunitario, ai fini dell’identificazione della residenza effettiva, il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale ed eventualmente lavorativa alla data di proposizione della domanda». (massima). La Suprema Corte delinea un concetto di “residenza effettiva”, ai sensi del regolamento stesso, “luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale e eventualmente lavorativa, alla data di proposizione della domanda”». Ancora, sempre nella massima della citata ordinanza si chiarisce che la residenza abituale dell’attore in Italia può valere come criterio di collegamento «stretto» per individuare la giurisdizione: «Il giudizio di separazione personale tra coniugi, cittadini di due diversi Stati membri dell’Unione Europea, può essere validamente instaurato nella residenza abituale della parte attrice, così come previsto nell’art. 3, n. 1, lett. a), del Regolamento CE n. 2201 del 2003, anche se la domanda non sia proposta congiuntamente da entrambi i coniugi, in quanto tale criterio di collegamento è previsto in via alternativa sia in caso di domanda congiunta sia in caso di domanda proposta da una sola parte, in presenza (come nella specie) di una durata almeno annuale della residenza abituale dell’attore prima della proposizione della domanda.». La residenza «effettiva» o la cittadinanza rappresentano il collegamento «stretto» tra l’interessato e lo Stato membro, cui è attribuita la giurisdizione. Qualora possono in astratto essere applicati più criteri alternativi per adire giudici di Stati diversi, la determinazione è rimessa all’attore o ad entrambe le parti se presentano domanda congiunta. Si ha, quindi, la sostituzione dell’attribuzione di giurisdizione operata dai legislatori nazionali. Il Regolamento parte dal principio che l’autorità giudiziaria degli Stati membri può decidere solo in ordine a situazioni che presentino un significativo collegamento con il proprio ordinamento. L’art. 3 Reg. 2201/2003, a tal fine, stabilisce i criteri esclusivi di giurisdizione senza instaurare tra loro un ordine gerarchico. Siffatti criteri rendono inoperante l’attribuzione di giurisdizione alle autorità giudiziarie italiane effettuata dalla legge di Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato del 31 maggio 1995 n. 218 (artt. 3, 4, 32 e 37).

L’art. 7 definisce la «competenza residuale» della legge nazionale nelle ipotesi nelle quali nessun giudice è individuabile mediante le disposizioni del Regolamento[142], potendo esplicarsi qualora nessuno dei titoli di giurisdizione ivi stabiliti operi a favore di un altro Stato membro. Ancora, trattando cause su diritti indisponibili, è attribuito eccezionalmente alla volontà delle parti la scelta del giudice competente (cfr. art.9, comma 2, del regolamento)[143]. Pertanto, il difetto di giurisdizione deve essere verificato d’ufficio del giudice adito (art.3).

In materia di responsabilità genitoriale, il legislatore dell’Unione mira a tutelare l’interesse superiore del minore e individua criteri autonomi da quelli indicati per le controversie in materia matrimoniale. Il Regolamento n. 2201/2003 impernia, infatti, il sistema della competenza giurisdizionale sul foro generale della residenza abituale del minore ai sensi dell’art. 8. Il Regolamento non contiene alcuna disposizione definitoria di «residenza abituale del minore». Detta nozione è interpretata dai giudici di legittimità come «il luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, ha il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, derivanti dallo svolgersi in detta località della sua quotidiana vita di relazione» (così sentenza n. 22507 del 19 ottobre 2006)[144]. Il criterio è stato definito dalla dottrina in termini di «residenza emotiva del minore»[145] che permette di individuare, di volta in volta ed in concreto, la competenza giurisdizionale in relazione alla situazione personale, familiare e sociale del fanciullo al momento della proposizione della domanda. La Cassazione a S.U. ha individuato il Paese di residenza abituale del minore facendolo coincidere con quello del genitore affidatario (S.U. sentenza del 2 novembre 2007 n. 23030)[146].

Nel caso di lecito trasferimento del minore da uno Stato membro ad un altro, l’art. 9 lascia ferma per tre mesi, relativamente alle controversie sul diritto di visita, la competenza giurisdizionale del giudice che ha emesso la decisione anche dopo il trasferimento lecito del minore, se il titolare del diritto di visita abbia conservato in quello Stato la sua residenza abituale. La ultrattività della giurisdizione è limitata alla modifica di una decisione sul diritto di visita pronunciata dallo Stato membro prima del trasferimento.

La Suprema corte, a S.U. con l’ordinanza del 9 dicembre 2008 n. 28875[147] ha ribadito che «è lo stesso prevalente interesse del minore, per il quale i procedimenti che lo riguardano vanno improntati ai canoni di effettività e immediatezza, che possono essere attuati più semplicemente dall’ufficio giudiziario nella cui area di pertinenza vive abitualmente il minore, dovendosi dare rilievo al concorrente criterio di prossimità o vicinanza e dichiararsi competente l’ufficio giudiziario specializzato del distretto in cui il minore si trova, nel quale ha instaurato il legame particolare ed esclusivo che vive con gli affidatari, in relazione alla lettera della l. n. 184 del 1983, art. 4, comma 3». In particolare, le Sezioni Unite hanno risolto il problema della competenza nei procedimenti di affidamento temporaneo dei minori ex art. 374 c.p.c. Nel caso di specie, a temperamento del criterio della perpetuatio competentiae (art. 5 c.p.c.) i giudici hanno rinvenuto la residenza abituale del minore come coincidente con quella della famiglia affidataria, richiamando a conferma della lettura costituzionalmente orientata le disposizioni del Regolamento in esame[148].

Accanto al criterio della residenza abituale del minore ex art.8, comma 1, gli artt.12 e 13 ne indicano altri. Il primo dispone che le questioni sulla responsabilità genitoriale rilevate nel corso di controversie su vicende matrimoniali (divorzio, separazione, o annullamento del matrimonio), sono assorbite nella giurisdizionale del primo giudice al verificarsi di specifiche condizioni. Per garantire la connessione tra le domande l’art. 12 richiede che almeno un genitore eserciti la responsabilità genitoriale sul minore, che la giurisdizione sia stata accettata dai coniugi e dai titolari della responsabilità genitoriale e sia «conforme all’interesse superiore del minore». In presenza di siffatti elementi di collegamento, qualora sia pendente una causa matrimoniale la decisione in materia di responsabilità genitoriale spetta soltanto allo Stato membro competente per la prima.

L’art. 13 indica un criterio residuale che si applica qualora non sia possibile stabilire la residenza abituale del minore e non trovi applicazione l’art. 12. L’articolo sancisce che sono competenti i giudici dello Stato membro nel quale il minore si trova. Detto criterio vale anche per i minori sfollati o rifugiati a causa di disordini nei loro Paesi (art. 13, comma 2).

Ove corrisponda all’interesse superiore del minore, l’art. 15 del Regolamento, stabilisce che, in circostanze eccezionali, il giudice competente, in base al Regolamento, può decidere di trasferire il procedimento o parte di esso ad un giudice di un altro Stato membro «con il quale il minore abbia un legame particolare più adatto a trattare il caso». Il trasferimento del procedimento avviene su domanda di una parte ovvero su iniziativa del giudice a quo o del giudice ad quem, ma, in quest’ultimo caso, è necessaria l’accettazione di almeno una delle parti. Perché la controversia possa essere trasferita il minore deve avere un «legame particolare» con lo Stato membro di destinazione e, cioè, la residenza abituale, o, quella che il minore aveva in precedenza, ovvero, la cittadinanza del minore o di uno dei genitori o dei titolari della responsabilità genitoriale, oppure lo Stato membro deve coincidere con il luogo dove si trova il patrimonio del minore della cui amministrazione, conservazione, alienazione si controverte. Tale disposizione prevede la possibilità che il trasferimento riguardi non l’intero caso, ma una parte di esso. Si può pensare alle decisioni sul diritto di visita e all’affidamento del minore nell’ipotesi del trasferimento di residenza nelle more di un giudizio di affidamento. In virtù della perpetuatio fori sancita dall’art. 9 del Regolamento, il giudice della precedente residenza abituale mantiene la competenza anche sul dirit­to di visita. Tuttavia, siffatta scelta potrebbe realizzare l’interesse del minore limitatamente all’affidamento perché il giudice godrebbe di informazioni della realtà familiare, sociale e personale vissuta dal minore e dei rapporti affettivi ed educativi instaurati con ciascun genitore, mentre potrebbe trasferire la parte di decisione sulle modalità concrete di visita, non conoscendo la nuova realtà del fanciullo successivamente al suo trasferimento. In ogni caso il trasferimento ex art. 15 può avvenire solo una volta che il giudice ad quem abbia accettato la competenza, mentre in caso contrario essa permane in capo al giu­dice originariamente adito.

Ancora, l’art. 20, n.1, del Regolamento n. 2201/2003 per l’adozione di provvedimenti provvisori in relazione alla responsabilità genitoria-le (quale un provvedimento di presa a carico urgente di un minore), consente l’intervento di autorità giurisdizionali le quali, ai sensi del Regolamento non hanno giurisdizione. Alle autorità giurisdizionali deve essere consentito, in casi d’urgenza, adottare qualsiasi provvedimento necessario nell’interesse superiore del minore. L’autorità giurisdizionale dello Stato nel quale si trova il minore è, infatti, in grado di valutare, a causa della sua vicinanza, se, ed eventualmente quali provvedimenti d’urgenza devono essere adottati. Essa può inoltre provvedere all’esecuzione dei medesimi.

Il Regolamento consente alcune riflessioni in materia di limitazioni alla sovranità nazionale nella definizione del regime degli status familiae, sull’intervento nomopoietico-supplettivo delle giurisdizioni sovranazionali, oltre ad offrire spunti nella valutazione dei profili di rilevanza di specifiche costruzioni. Si può osservare che relativamente alla disciplina degli status filiationis, il Regolamento dà attuazione al principio di parità di trattamento (in applicazione del principio di non discriminazione sancito dall’art. 21 della Carta). Non operando alcuna discriminazione in ragione dell’evento nascita, il concetto di responsabilità genitoriale è dettato per i minori. È, così, superato il dato normativo interno che detta regimi differenziati per figli legittimi, naturali e adottivi. Sempre nell’interesse «superiore» del minore deve essere letto il criterio della residenza abituale del minore ai fini delle decisioni sulla responsabilità genitoriale. Concetto di residenza abituale che non coincide con quello di residenza dettato nel sistema civilistico per i minori. Analogamente, la previsione dell’art. 15 e quella dell’art. 20 sul possibile trasferimento ad altro giudice delle controversie attinenti ai minori o sulla possibilità di emanare provvedimenti provvisori e cautelari vanno lette quali applicazioni dell’interesse del minore. A tal proposito, non può ritenersi sussistente una illegittimità costituzionale degli artt. 15 e 20 per contrasto con principio del giudice naturale precostituito per legge di cui all’art. 25 cost. e dell’art. 6, par.1, della CEDU. Ciò in quanto, le previsioni pur attribuendo la competenza ad un giudice diverso da quello indicato dal Regolamento, mira a tutelare in concreto l’interesse superiore del minore. Esigenza dettata dalla trasnazionalità delle controversie che può rendere opportuna una deroga alla certezza del diritto e alla prevedibilità in astratto del titolo della giurisdizione.

Stante l’indisponibilità dei diritti controversi e la tendenziale inderogabilità della giurisdizione per volontà delle parti, l’art. 17 obbliga il giudice a rilevare d’ufficio e a dichiarare il difetto di giurisdizione, ove accerti la non applicazione dei criteri dettati dal Regolamento. A ciò si aggiunge l’art.18, in base alla quale, nel caso di mancata comparizione del convenuto, che abbia residenza abituale in uno Stato membro diverso da quello nel quale è stato chiamato in giudizio, l’autorità giudiziaria adita deve sospendere il giudizio per accertare il diritto di difesa del convenuto.

Il Regolamento si propone di eliminare gli ostacoli alla circolazione e al riconoscimento delle decisione nello spazio europeo, semplificandone il procedimento di esecuzione. Sono escluse dall’ambito di applicazione del Regolamento in esame, poiché disciplinate dal Regolamento del Consiglio CE del 22 dicembre 2000, n. 44 concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale: la determinazione e l’impugnazione della filiazione; – la decisione inerente l’adozione del minore e l’eventuale annullamento o revoca; – i nomi e cognomi del minore; – l’emancipazione; – i trust e le successioni;– le obbligazioni alimentari; – provvedi­menti derivanti da illeciti penali commessi da minori.

Come si è messo in luce, il Regolamento, nelle materie da esso disciplinate, prevale sulle convenzioni concluse fra due o più Stati membri. Il primato del Regolamento 2201/2003 sancito dall’art. 60 si applica alla Convenzione de L’Aja, del 5 ottobre 1961, sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori; alla Convenzione del Lussemburgo, dell’8 settembre 1967, sul riconoscimento delle decisioni relative al vincolo matrimoniale; alla Convenzione de L’Aja, del 1° giugno 1970, sul riconoscimento dei divorzi e delle separazioni personali; alla Convenzione europea, del 20 maggio 1980, sul riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di affidamento dei minori e di ristabilimento dell’affidamento; alla Convenzione de L’Aja, del 25 ottobre 1980, sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori.

Per quanto riguarda le relazioni con la Convenzione de L’Aja del 19 ottobre 1996[149], concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecu-zione delle decisioni e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori, il Regolamento de quo si applica integralmente nel caso in cui il minore interessato abbia la sua residenza abituale nel territorio di uno Stato membro (art. 61). Fermo restando il primato del Regolamento, le dette Convenzioni hanno efficacia tra gli Stati membri che ne sono parti contraenti, nel rispetto dell’art. 60 ed in base al successivo art. 62, n. 2, così come sancito dal Considerando 17. Pertanto, le diverse fattispecie risultano regolamentate da un insieme di disposizioni delle suindicate convenzioni completate da quelle del Regolamento n. 2201/2003, fermo restando che, nell’ambito di applicazione del Regolamento, il primato spetta a questo ultimo. Ciò è chiarito dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 5 ottobre 2010 nel procedimento C–400/10 PPU, nella quale ha affermato al § 36 «le sottrazioni di minori da uno Stato membro all’altro sono regolamentate ormai da un insieme di regole costituite dalle disposizioni della convenzione dell’Aja del 1980 come completate da quelle del regolamento n. 2201/2003, fermo restando che, nell’ambito di applicazione del regolamento, il primato spetta a quest’ultimo». Le S.U. della Cassazione con la sentenza n. 27188 del 2006 hanno affermato l’applicabilità del Regolamento n. 2201 del 2003, in quanto fonte interna, anche ai rapporti tra l’Italia e Paesi non appartenenti all’Unione Europea («…1. Premesso che il ricorso sarebbe ammissibile perché diretto contro un provvedimento definitivo e di natura decisoria, in quanto incidente sul bene della vita dell’unità familiare, la ricorrente con il primo motivo deduce la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 5 c.p.c. e del regolamento CE n. 2201/2003 nonché il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. La corte territoriale avrebbe errato nel ritenere sussistente la giurisdizione italiana e, comunque, non avrebbe fornito adeguata motivazione delle sue affermazioni. In realtà le disposizioni di cui all’art. 5 c.p.c., dovrebbero applicarsi anche alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della proposizione del gravame e, pertanto, poiché in tal momento la minore aveva la sua residenza abituale negli Stati Uniti, dove si era trasferita dal gennaio 2005, la giurisdizione apparteneva all’autorità giudiziaria statunitense, ai sensi dell’art. 21 della convenzione dell’Aja del 1980. Peraltro, la competenza giurisdizionale dello stato di abituale residenza del minore è affermata anche nel regolamento CE n. 2201 del 2003, che sarebbe applicabile, in quanto norma vigente in Italia, anche nei rapporti con paesi diversi da quelli appartenenti all’Unione europea»).

Per garantire un’adeguata conoscenza del Regolamento, gli Stati membri designano un organismo che garantisce lo scambio d’informazioni sulle procedure nazionali (offrendo anche altri mezzi di risoluzioni delle liti come la mediazione), la comunicazione tra autorità giurisdizionali e assicura l’assistenza ai genitori.

Da quanto esaminato, nelle ipotesi nelle quali il coniuge convenuto risieda abitualmente o sia cittadino di un Paese membro dell’U.E. o, nelle controversie sulla responsabilità genitoriale, il minore non abbia la residenza abituale in Italia, la giurisdizione interna ha una portata residuale.

 

10. La proposta di modifica del Regolamento (ce) 2001/2003 e l’adozione del Regolamento (ue) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una coopera­zione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale.

La proposta di modifica del Regolamento (CE) 2001/2003 e l’adozione del Regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale.

Sulla base del principio di sussidiarietà ed al fine di attuare la cooperazione giudiziaria rafforzata nella materia di divorzio e di separazione personale il Consiglio dell’U.E. ha adottato il Regolamento (UE) n. 1259/2010[150]. Il provvedimento n. 1259/2010 è stato adottato la risposta alla mancanza di unanimità per la proposta della Commissione del 17 luglio 2006 di modifica del Regolamento n. 2201/2003. Come è emerso dall’esame del provvedimento, esso consente ai coniugi di scegliere tra diversi titoli di giurisdizione alternativi. Il Regolamento (CE) n. 2201/2003 non dispone in merito alla legge applicabile nei procedimenti matrimoniali internazionali. Instaurato il procedimento matrimoniale davanti alle autorità giurisdizionali di uno Stato membro, la legge applicabile è individuata attraverso le norme di conflitto di tale Stato. Molti Stati determinano la legge applicabile attenendosi ad una serie di criteri di collegamento diretti a garantire che il procedimento sia disciplinato dall’ordinamento giuridico con il quale presenta il legame più stretto. Altri Stati applicano la legge nazionale (lex fori). La Commissione il 17 luglio 2006 ha proposto di modificare il Regolamento 2201/2003 con l’obiettivo di istituire un quadro normativo chiaro e completo in materia matrimoniale nell’Unione europea, e garantire ai cittadini la certezza del diritto, la prevedibilità, la flessibilità e l’accesso alla giustizia[151].

La proposta di modifica muoveva dai problemi riscontrati nel libro verde sul diritto applicabile e sulla giurisdizione in materia di divorzio presentato dalla Commissione il 14 marzo 2005[152]. Il libro verde ha individuato i limiti del Regolamento n. 2201/2003 e ha indicato una serie di soluzioni possibili: mantenimento dello status quo; armonizzazione delle norme di conflitto; introduzione di una limitata possibilità di scelta per i coniugi in ordine alla legge applicabile; revisione dei criteri di competenza giurisdizionale di cui all’articolo 3 del regolamento (CE) n. 2201/2003; revisione della norma sulla competenza resi­duale di cui all’articolo 7 del Regolamento (CE) n. 2201/2003; introduzione di una limitata possibilità di scelta per i coniugi in ordine all’autorità giurisdizionale competente; introduzione di una limitata possibilità di trasferire la causa; combinazione delle diverse soluzioni.

Le leggi nazionali sono molto diverse sia in termini di diritto sostanziale che di norme di conflitto. La grande diversità e la complessità delle norme di conflitto nazionali rendono difficile, per una coppia internazionale, prevedere quale legge si applicherà al loro procedimento matrimoniale. In quasi tutti gli Stati membri i coniugi non hanno la possibilità di scegliere la legge applicabile ai procedimenti matrimoniali, può essere applicata una legge con cui i coniugi hanno solo un legame debole. Inoltre, le norme del Regolamento che prevedono titoli di giurisdizione alternativi, possono indurre un coniuge a precipitarsi in tribunale per adire il giudice per primo, in modo da assicurarsi che il procedimento sia disciplinato da una legge particolare che ne tuteli gli interessi.

La proposta di modifica del regolamento (CE) n. 2201/2003 limitatamente alla competenza giurisdizionale e alla legge applicabile in materia matrimoniale, non è stata approvata. Successivamente taluni Stati membri tra i quali l’Italia, hanno manifestato l’intenzione di instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel settore del diritto applicabile in materia di divorzio e di separazione personale. al fine di raggiungere di rafforzare la certezza del diritto e la prevedibilità.

Il Regolamento (UE) n. 1259/2010, che si applicherà ai procedimenti avviati e agli accordi dei coniugi sulla legge applicabile conclusi a decorrere dal 21 giugno 2010[153], introduce norme uniformi sulla legge applicabile in materia matrimoniale con esclusione delle controversie sull’annullamento del matrimonio (Considerando 10 e art. 1, comma 2, lett. C). Il detto Regolamento si applica ai casi che comportino un conflitto di leggi per le controversie aventi ad oggetto separazione personale e divorzio. Al fine di permettere ai coniugi di prevedere facilmente quale legge si applicherà al procedimento matrimoniale il Regolamento attribuisce una scelta limitata ai coniugi. Scelta delle leggi con le quali il matrimonio presenta uno stretto legame. Il Regolamento introduce una limitata autonomia delle parti in materia matrimoniale è assai ridotta. Le norme di conflitto nazionali prevedono in linea di principio un’unica soluzione a una data situazione, applicando ad esempio la legge nazionale comune dei coniugi o la legge del foro. Il provvedimento rende più flessibile il quadro normativo in quanto riconosce ai coniugi una limitata possibilità di scelta in ordine alla legge applicabile nei procedimenti di divorzio e separazione personale. L’art. 5 sulla scelta della legge applicabile dalle parti pre­scrive che «1. I coniugi possono designare di comune accordo la legge applicabile al divorzio e alla separazione personale purché si tratti di una delle seguenti leggi: a) la legge dello Stato della residenza abituale dei coniugi al momento della conclusione dell’accordo; o b) la legge dello Stato dell’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora al momento della conclusione dell’accordo; o c) la legge dello Stato di cui uno dei coniugi ha la cittadinanza al momento della conclusione dell’accordo; o d) la legge del foro». Solo in mancanza di scelta, la legge applicabile è determinata in base a una serie di criteri di collegamento idonei a sottoporre la controversia alla disciplina dell’ordinamento giuridico con il quale il matrimonio presenta un lega­me stretto «…il divorzio e la separazione personale sono disciplinati dalla legge dello Stato: a) della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza; b) dell’ultima residenza abituale dei coniugi sempre che tale periodo non si sia concluso più di un anno prima che fosse adita l’autorità giurisdizionale, se uno di essi vi risiede ancora nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza; c) di cui i due coniugi sono cittadini nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza; d) in cui è adita l’autorità giurisdizionale» (art. 8). Tuttavia, il provvedimento esclude l’applicazione della legge straniera stabilita ai sensi del Regolamento qualora tale applicazione sia «manifestamente contraria all’ordine pubblico del foro» adito (Considerando 25 e art. 12).

Sono introdotte garanzie speciali affinché i coniugi siano consapevoli delle conseguenze della loro scelta (Considerando 17).

Il Regolamento affronta il problema della «corsa in tribunale», di quella situazione cioè nella quale è il coniuge che propone l’azione per primo per scegliere l’autorità giurisdizionale e, quindi, assicurarsi che il procedimento sia regolato da una legge che ne tuteli gli interessi. Introducendo una limitata possibilità di scelta ai coniugi e prevedendo norme di conflitto armonizzate, si propone di risolvere il problema lasciato aperto dal Regolamento 2201/2003 dal momento che qualsiasi autorità giurisdizionale adita nella Comunità applicherà la legge designata in base a norme comuni.

Ai sensi del Considerando 11 il Regolamento si applica ai soli Stati membri che partecipano alla cooperazione rafforzata[154]. Il detto Regolamento, per aumentare la mobilità dei cittadini ritiene di rafforzare la flessibilità e garantire una maggiore certezza del diritto. A tal fine, potenzia l’autonomia delle parti in materia di divorzio e separazione personale riconoscendo una limitata possibilità di scelta in ordine alla legge applicabile al divorzio o alla separazione personale (Considerando n. 15). Il Regolamento prevale sulle convenzioni internazionali che riguardino la materia matrimoniale e fa salva l’applicazione del Regolamento 2210/2003. È rimessa all’in-terprete la reductio ad unitatem delle diverse ed eterogenee fonti che disciplinano la materia.

Da ricordare, infine, che la Corte di Giustizia è competente a titolo pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE a statuire sull’interpretazione del diritto dell’Unione. Sul tema del cd. «rinvio pregiudiziale» la giurisprudenza della Corte di Giustizia ha osservato che «spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità dell’emananda decisione giurisdizionale, valutare alla luce delle particolari circostanze di ciascuna causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale per essere in grado di emettere la propria sentenza sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte» (sentenza del 30 novembre 2006, cause riunite C–376/05 e C–377/05, Brünsteiner e Autohaus Hilgert, punto 26 e giurisprudenza ivi citata). Sul punto il giudice nazionale di ultima istanza, sulla base delle decisione della Corte di Giustizia, ha ribadito che «Il rinvio pregiudiziale della causa alla Corte di Giustizia, presuppone: che la questione interpretativa riguardi norme comunitarie, che la stessa sia rilevante ai fini della decisione e che sussistano effettivi dubbi sulla interpretazione, essendo il rinvio inutile (o non obbligato) quando l’interpretazione della norma sia evidente o il senso della stessa sia già stato chiarito da precedenti pronunce della Corte» (Cass. 17 maggio 2011 n. 10813[155]).

Come dispone l’art. 53, n. 3 della Carta, i diritti dell’U.E. corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, devono avere il significato e la portata agli stessi data dalla Corte di Strasburgo. Sempre più spesso la Corte di Giustizia richiama la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. In materia di affidamento dei figli naturali è interessante analizzare due decisioni, la prima della Corte di Giustizia (sez. III del 5 ottobre 2010 nel procedimento C–400/10 PPU nella causa J.McB. c. L.E.) e la seconda della Corte Edu (sez. V Zaunegger c. Germania sen­tenza del 3 dicembre 2009). La Corte di Giustizia è chiamata a decidere in via pregiudiziale su una questione di affidamento dei figli naturali sorta tra i genitori dopo la rottura della convivenza more uxorio. Il padre sosteneva l’illiceità del trasferimento in Inghilterra, a sua insaputa, dei figli minori insieme alla madre. Illiceità del trasferimento sostenuto sulla base dell’art. 3 della Convenzione de L’Aja del 25 ottobre 1980 suindicata e dell’art. 2, punto 11 del Regolamento n. 2201/2003. Prima del detto trasferimento, il padre intentava un giudizio in Irlanda, luogo di residenza abituale dei figli, per l’affidamento dei minori. Il procedimento non veniva incardinato a causa della man­cata notifica dell’atto alla madre trasferita in Inghilterra. Conformemente al diritto processuale irlandese, l’azione non era stata debitamente introdotta e la competenza del giudice irlandese non risultava incardinata. Il padre intentava ricorso nel Regno Unito per ottenere il ritorno dei figli in Irlanda ed il giudice adito chiedeva ai sensi dell’art. 15 della succitata convenzione, la decisione o l’attestato delle autorità irlandesi comprovante l’illiceità del trasferimento dei figli. L’autorità irlandese competente respingeva la richiesta dichiarando che il padre naturale non aveva alcun diritto di affidamento dei figli alla data del loro trasferimento, motivo per il quale tale trasferimento non era illecito. Ciò in quanto secondo il diritto irlandese un padre naturale non è ipso iure titolare del diritto di affidamento dei figli minorenni. La normativa interna prevede in siffatta ipotesi che il giudice può, su richiesta del padre naturale, attribuire «a quest’ultimo con sentenza la potestà sul minore». Il padre impugnava tale decisione ed il giudice dell’impugnazione sospendeva il procedimento e sollevava la questione pregiudiziale chiedendo se «il regolamento (n. 2201/2003), interpretato conformemente all’art. 7 della (Carta) …osti a una normativa di uno Stato membro in base al quale un padre naturale deve prima ottenere dal giudice competente una decisione che gli attribuisca l’affidamento del figlio per vedersi riconosciuto un “diritto di affidamento” che renda il trasferimento del minore del suo paese di residenza abituale illecito ai sensi dell’art. 2, punto 11, del suddetto regolamento». Al punto 43, la Corte di Giustizia chiarisce che «il regolamento n. 2201/2003 non stabilisce chi debba avere il diritto di affidamento che può rendere illecito il trasferimento del minore….bensì rinvia – per la designazione del titolare di tale diritto– alla normativa dello stato membro in cui il minore aveva la sua residenza abituale immediatamente prima del suo trasferimento...». La Corte di Giustizia afferma che «53. Risulta, poi, dall’art. 52, n. 3, della Carta che, laddove quest’ultima contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti loro dalla suddetta convenzione. Detta disposizione non preclude, tuttavia, che il diritto dell’Unione conceda una protezione più estesa. Ai termini dell’art. 7 della medesima Carta, «[o]gni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il testo dell’art. 8, n. 1, della CEDU è identico a quello dell’art. 7 suddetto, tranne per il fatto che utilizza la locuzione «propria corrispondenza» al posto di «proprie comunicazioni». Ciò posto, si deve constatare che detto art. 7 contiene diritti corrispondenti a quelli conferiti dall’art. 8, n. 1, della CEDU. Occorre pertanto attribuire all’art. 7 della Carta lo stesso significato e la stessa portata che sono conferiti all’art. 8, n. 1, della CEDU nell’interpretazione che ne offre la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (v., per analogia, sentenza 14 febbraio 2008, causa C?450/06, Varec, Racc. pag. I ?581, punto 48)». Nel paragrafo successivo i giudici del Lussemburgo richiamano i precedenti della Corte EDU «54. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già esaminato una controversia analoga, nei fatti, a quella oggetto della causa principale – il figlio minore di una coppia non sposata era stato condotto in un altro Stato membro dalla madre, che sola aveva su di lui potestà genitoriale – ed ha statuito, in sostanza, che una normativa nazionale che accorda di pieno diritto la potestà genitoriale su un minore unicamente alla madre non è contraria all’art. 8 della CEDU, interpretato alla luce della convenzione dell’Aia del 1980, purché permetta al padre del bambino, non investito della potestà genitoriale, di chiedere al giudice nazionale competente la modifica dell’attribuzione di tale autorità (Corte eur. D.U., sentenza Guichard c. Francia del 2 settembre 2003, , Recueil des arrêts et décisions 2003-X; v. anche, nel medesimo senso, sentenza Balbontin c. Regno Unito del 14 settembre 1999, ricorso n. 39067/97)». Sul problema dell’affidamento dei figli naturali la Corte EDU è di recente tornata con la decisione sul caso succitato Zaunegger c. Germania sentenza del 3 dicembre 2009. La Corte EDU si trova a giudicare della legittimità dell’inter-ferenza nella vita familiare ex artt. 8, comma 2, e 14 CEDU della disciplina tedesca sull’affidamento dei figli. Il codice civile tedesco impediva al ricorrente di ottenere l’affidamento congiunto dei figli contro la volontà della madre e di chiedere il controllo giurisdizionale. La Corte EDU, pur riconoscendo alle autorità nazionali e ai giudici, in particolare, un ampio margine di apprezzamento in merito alle decisioni relative alla custodia dei figli, nel caso di specie ritiene superato siffatto margine di discrezionalità dalle norme interne e dalle decisioni dei tribunali basate su di esse. Così motiva «62. La Corte ritiene che il Governo non ha esposto ragioni sufficienti per giustificare che la situazione in esame debba consentire un minor controllo giudiziario rispetto a quei casi e a quelle ragioni, dal momento che il ricorrente è stato riconosciuto come un padre e ha agito in quel ruolo, né per spiegare perché dovrebbe essere trattato in modo diverso da un padre che aveva inizialmente esercitato la potestà e poi si era separato dalla madre o aveva divorziato. 63. Alla luce delle considerazioni che precedono, la Corte conclude che per quanto riguarda la discriminazione di cui trattasi non c’è stato un ragionevole rapporto di proporzionalità tra l’esclusione generale del sindacato giurisdizionale di attribuzione iniziale di affidamento esclusivo alla madre e lo scopo perseguito, vale a dire la tutela degli interessi di un figlio nato fuori del matrimonio. 64. Vi è stata pertanto una violazione dell’articolo 14 della Convenzione, insieme con l’articolo 8 nel caso di specie».

Tuttavia, l’Unione Europea non è ancora parte della CEDU e le due Corti sovranazionali (Corte di Giustizia e Corte EDU), pur operando con leale collaborazione, non sempre riescono a prevenire la formazione di decisioni incompatibili. Pur ridotte le ipotesi, permangono evenienze nelle quali vengono pronunciate decisioni che possono pre­sentare aspetti tra loro incompatibili. In siffatte ipotesi, una prospettiva d’ispirazione assiologica con apprezzamento del caso concreto, può portare alla soluzione di antinomie. I conflitti tra giudicati, in quanto conflitti di valori, devono essere risolti con la tecnica del bilanciamento. In base all’apprezzamento in concreto del singolo e peculiare caso, si deve stabilire, di volta in volta, quale sia la regola e, quindi, la sentenza più adeguata, idonea alla miglior sintesi di prevalenza e compatibilità di ordine assiologico. Il dialogo con la giurisprudenza delle Corti europee dovrà trovare sintesi nella scelta assiologicamente orientata del parametro di costituzionalità di volta in volta «prioritario», valutando caso per caso l’integrazione del sistema, mediante la tecnica del giudizio per norme interposte.

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 8
 
DIRITTO AL NOME

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Il diritto all'identità personale non è espressamente previsto nell’ambito degli articoli (5-10) che il codice civile riserva ai diritti della personalità.

Art.5 c.c. Atti di disposizione del proprio corpo

Art.6 c.c. “Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati.”

Il cognome ha la funzione pubblicistica di individuare e distinguere un soggetto rispetto ad un altro, ma è anche elemento di identità della persona.

Quest’ultimo articolo deve essere collegato all'art. 22 Cost. il quale sancisce che “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Il costituente mette in luce come il nome, la capacità giuridica e la cittadinanza abbiano una valenza costituzionale. Memore del fatto che nell’ordinamento previgente le persone potevano subire una capitis deminutio, il costituente ha preso una posizione netta dicendo che la capacità giuridica non è attribuita, ma è riconosciuta, è propria di ciascun essere umano: ogni persona è titolare dei diritti fondamentali e inviolabili dell'uomo e dei doveri inderogabili di solidarietà. Anche la Corte Costituzionale, nella sentenza n.84 del 2016, si esprime nel senso di negare un affievolimento della tutela dell’embrione per il solo fatto che si tratti di embrioni affetti da malattia genetica, mostrando che non si possono operare discriminazioni in ragione della condizione personale. Effettuare un tale distinguo equivarrebbe a considerare inferiori le persone solo perché affette da malattie psico-fisiche. Oltre alla capacità giuridica e alla cittadinanza, il costituente richiama il diritto al nome, diritto inviolabile.

Nel 2016 è entrata in vigore la legge sulle unioni civili e le convivenze (l. del 2016 n. 76), che con riferimento alle coppie omosessuali ha sancito la possibilità, mediante dichiarazione resa all’ufficiale di stato civile, di assumere per la durata dell’unione un cognome comune, scegliendolo tra i loro cognomi. Quindi alle coppie omosessuali si lascia una libera scelta in ordine al cognome, anche in virtù della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della norma sul patronimico. A seguito del caso Fazzo-Cusan, anche la Corte di giustizia aveva affermato che l'Italia non potesse imporre il patronimico, essendo l'identità personale del figlio data da 23 gameti dell'uomo e 23 gameti della donna. Il doppio cognome sarebbe la soluzione migliore per avere l'identità personale rappresentata in toto. Inoltre il nome è tra i diritti personalissimi dell'essere umano, non è collegato semplicemente allo status familiare, infatti anche se una persona viene abbandonata ha diritto al nome ed al cognome.

Un altro problema che si pone oggi, è quello della continuità degli status, in virtù della libera circolazione delle persone nello spazio europeo. Vi è un diritto alla continuità? Cosa accade?

 

Art. 22 cost.

Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

 

Nessuno può essere privatodel nome.

Si tratta della disposizione costituzionale che attribuisce al soggetto il diritto al nome, quale uno dei componenti l’insieme delle relazioni tra gli altri diritti personalissimi volti a comporre l’identità della persona, conseguentemente costituendo il diritto della stessa alla propria identità.

Il nome è il primo momento di costituzione dell’identità della persona: infatti il nome è un attributo della personalità che è utilizzato per individuare e identificare una persona.

Il disposto costituzionale si completa con la normativa codicistica, cui all’art.6 c.c. ai sensi della quale: “Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati.”

Già nella relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942 (infra), si evince come il nome sia una componente inscindibile dell’identità:

“Nell'art. 6 del c.c. si afferma il diritto al nome, elemento distintivo della personalità, precisandosi che nella espressione «nome» si comprendono il prenome e il cognome, il che avrà il vantaggio pratico di coordinare l'art. 6 con i successivi articoli 7 e 8, che provvedono alla tutela del diritto al nome. È sembrato utile mantenere la disposizione con cui si dichiara che non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati. È vero che, nella legge sull'ordinamento dello stato civile, viene regolata la materia in generale dei cambiamenti dei nomi, ma la legge speciale fissa soltanto la procedura relativa, mentre nel codice occorre affermare il principio fondamentale della immutabilità del nome; salvo sempre l'intervento dello Stato anche in questa materia”.

Come e quando si acquista? Il diritto al nome, così come chiarito dalla Cass. n. 3779/1978, si acquista al momento della nascita ed in base al rapporto di filiazione (anche adottivo nel caso di adozione legittimante) e, quindi, va riscontrato essenzialmente alla stregua degli atti di nascita

A chi spetta la scelta del nome? A seguito della riforma del diritto di famiglia, è innegabile che la scelta spetti ad entrambi i genitori congiuntamente.

Ai sensi del D.P.R. 396/2000, artt. 29 e ss. in caso di minori abbandonati, o i genitori siano ignoti, egli vi provvede, vietandogli di scegliere quei prenomi e cognomi idonei a rivelare l’origine, o cognomi di importanza storica o appartenenti a famiglie particolarmente conosciute nel luogo in cui l’atto di nascita è formato”.

Linearità del cognome. Il cognome, rappresentando un carattere distintivo della famiglia, si trasmette da uno o entrambi i genitori al figlio, e analogamente può accadere in caso di adozione (anche in aggiunta a un eventuale cognome originario).

Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia, nella sentenza 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo c. Italia la normativa non consentiva di dare al figlio il cognome della madre, configurandosi una discriminazione tra coniugi e un'ingerenza dello stato nella vita privata. la Corte di Strasburgo ha affermato che l’impossibilità per i genitori di attribuire al figlio, alla nascita, il cognome della madre, anziché quello del padre, integra violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata) della CEDU, e deriva da una lacuna del sistema giuridico italiano, per superare la quale «dovrebbero essere adottate riforme nella legislazione e/o nelle prassi italiane». La Corte EDU ha, altresì, ritenuto che tale impossibilità non sia compensata dalla successiva autorizzazione amministrativa a cambiare il cognome dei figli minorenni aggiungendo a quello paterno il cognome della madre.

La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.

La previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno.

Recependo i principi di questa sentenza, e, quindi, la necessità di garantire tale continuità ha ispirato la sentenza 286 del 2016 della Corte Costituzionale, sfociando nella conseguente dichiarazione  di illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 Ordinamento dello stato civile; e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396,Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127, nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. In quella circostanza la Corte si è trovata a giudicare del caso di un figlio minore nato in costanza di matrimonio con doppia cittadinanza, al quale in Brasile (Stato in cui le coppie possono scegliere quale cognome attribuire ai figli) erano stati attribuiti i cognomi di entrambi i genitori, mentre in Italia (Stato in cui era previsto il patronimico) egli risultava con il solo cognome del padre. In ragione di ciò, il minore veniva identificato diversamente nei due Stati dei quali è cittadino. La Corte ha ritenuto la questione fondata e ha asserito di essersi trovata in diverse occasioni ad esaminare la disciplina della prevalenza del cognome paterno, ma di aver dichiarato inammissibili tutte le relative questioni, ritenendo che esse rientrassero nella discrezionalità del legislatore e che fosse quindi necessario un suo intervento. Tuttavia, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che siffatta previsione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, allo stesso tempo, realizzi un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione. Per questi motivi, la Corte ha affermato il diritto al nome come diritto della persona e ha dichiarato costituzionalmente illegittime le norme che prevedevano l’attribuzione del patronimico al figlio.

Può cambiare un individuo il proprio nome? Il diritto di un individuo a cambiare il proprio nome originario, quello cioè assegnatogli alla nascita, è riconosciuto in alcuni paesi (per usi non contrari alla legge) e non riconosciuto in altri. Vi è anche il caso degli Stati Uniti, in cui ciascuno dei singoli stati componenti l'Unione legifera per suo conto sulla materia e si hanno differenti esiti procedurali o di ammissibilità dell'istanza.

Nei paesi in cui la pratica è consentita, il cambio disesso consente anche il cambio di nome, in modo da permettere l'utilizzo di un nome proprio coerente con la nuova identità sessuale. Possono peraltro sussistere condizioni normativamente fissate che prevedono come requisito per la variazione identitaria ai fini dello stato civile la materiale sottoposizione ad un intervento chirurgico.

***

La competenza ad emanare norme in materia di status personae spetta a ciascuno stato, non vi è competenza dell’UE e quindi manca una normativa uniforme a livello europeo. È ben possibile che una persona acquisti in un paese uno status che non le sia riconosciuto nel paese di destinazione. Questo problema sussiste anche per il nome.

Si prendi in considerazione, ad esempio, il caso di un bambino che nasce mediante tecnica di maternità surrogata in un paese dove tale tecnica è lecita e la cui legge prevede che quel bambino avrà il cognome di entrambi i genitori. Nell'ordinamento italiano l’atto di nascita non può essere trascritto in quanto il ricorso a tale tecnica procreazione non è consentito. Non abbiamo regolamenti dell'Unione europea o convenzioni internazionali che stabiliscono il recepimento automatico di provvedimenti giurisdizionali o di provvedimenti di autorità di stato civile di altri paesi. Si rende necessario che i provvedimenti definitivi, non contrari all’ordine pubblico emanati all’estero, siano vagliati positivamente per essere trascritti o per avere rilevanza. In alcuni casi, il sistema interno contempla le norme di diritto internazionale privato, cioè quelle norme che si applicano quando ci si trova di fronte a persone che non vedono applicate il diritto interno. Oggi i tratti identificativi della personalità possono trovare una ridotta tutela nelle ipotesi transnazionali. Questi diritti personalissimi trovano delle limitazioni con il passaggio da uno Stato ad un altro. Questi ultimi hanno un margine di discrezionalità e quindi possono introdurre misure diversificate che però incidono sull'identità personale del soggetto. I costituenti collegavano il diritto al nome alla cittadinanza,ma questo non può avvenire   essendo il diritto al nome un diritto inviolabile dev’essere riconosciuto ovunque.Il diritto al nome è un diritto che preesiste all'uomo e gli deve essere riconosciuto, anche in un ordinamento diverso nel quale non ha la cittadinanza.

L’art. 30 Costituzione stabilisce che la responsabilità genitoriale discende dal concepimento.Il problema era una dicotomia tra disciplina codicistica e Costituzione nel codice civile ante riforme che si sono susseguite, non tutti i figli avevano diritto al nome dei propri genitori e ad uno status.

•    Es: l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità non poteva essere esperita come avviene oggi. I figli nati da relazione incestuosa non avevano diritto status.

Per lungo tempo i principi costituzionali sono stati considerati programmatici e non precettivi, veniva applicato il codice civile benché lontano dalla filosofia della Costituzione.

 

Sentenza n. 286/2016:

Caso concreto. Unfiglio minore nato in costanza di matrimonio e titolare di doppia cittadinanza, italiana ed inglese, è stato registrato in virtù della legge vigente in Inghilterra con il cognome materno.

Lo stesso bambino aveva dei segni di identità diversi a seconda del paese. In Italia il bambino si vedeva attribuire dei segni dell’identità diversi, ossia il cognome paterno. La Corte costituzionale affronta il problema nel considerato in diritto.

 

Con ordinanza emessa il 28 novembre 2013, la Corte d’appello di Genova ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 29, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione –questione di legittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile, 72,primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile) e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella parte in cui  prevede «l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa contraria volontà dei genitori».

Quindi non c'è la possibilità alla luce di questa normativa, per i genitori di derogare al patronimico. I passaggi salienti della sentenza sono i seguenti:

“Nel caso in esame, la norma sull’automatica attribuzione del cognome paterno è oggetto di censura per la sola parte in cui non consente ai genitori –i quali ne facciano concorde richiesta al momento della nascita –di attribuire al figlio anche il cognome materno.

3.2. –Così ricostruito l’oggetto della presente questione, va rilevato che già in precedenti occasioni questa Corte ha esaminato la disciplina della prevalenza del cognome paterno, al momento della sua attribuzione al figlio, ma ha dichiarato inammissibili le relative questioni, ritenendole riservate alla 5discrezionalità del legislatore, nell’ambito di una rinnovata disciplina.”

La Corte aveva già esaminato la questione di legittimità in precedenti occasioni ma aveva affermato l'impossibilità di giungere ad una pronuncia di illegittimità costituzionale la scelta ricadeva nella discrezionalità del legislatore (sentenze del 176 del 1998 e 61 del 2006)

“Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane così tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre.3.4. –La Corte ritiene che siffatta preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi.”

 Partendo dal presupposto che l'identità personale di una persona è il frutto della pari partecipazione genetica di entrambi i genitori, la Corte ritiene che, la preclusione della possibilità di attribuire il cognome materno, pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi.

“Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e laconsapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.È proprio in tale  prospettiva  che  questa  Corte  aveva,  da  tempo,  riconosciuto  il  diritto  al mantenimento dell’originario cognome del figlio,anche  in  caso  di  modificazioni  del  suo  status derivanti da successivo riconoscimento o da adozione.

Il  processo  di  valorizzazione  del  diritto  all’identità  personale  è  culminato  nella  recente affermazione, da parte di questa Corte, del diritto del figlio a conoscere le proprie origini e ad accedere alla propria storia parentale, quale «elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona» (sentenza n. 278 del 2013).La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.”

La Corte ha ritenuto illegittimo il patronimico.

Problemi si pongono in relazione all’art. 143bis. Questo aveva un senso quando i figli venivano identificati con il cognome paterno, ma a seguito della sentenza del 2016 n.286, non si comprende il cognome del marito debba essere aggiunto a quello della moglie. La Corte non è intervenuta la questione dell’art. 143bis esulava da quanto sottoposto al suo vaglio. Anche alla luce della legge Cirinnà, che

lascia alle parti dell’unioni civili la facoltà di scegliere il cognome che contraddistinguerà la formazione sociale, si rende necessario un intervento legislativo.

Infine nella sentenza 286/2016 si fa riferimento al diritto di conoscere le origini genetiche. Nell'adozione legittimante l’adottatoperde i diritti e doveri nei confronti della famiglia d’origine e li acquista nei confronti di quella adottiva. La medesima problematica si pone in relazione alla procreazione eterologa ed alla maternità surrogata. La psicoanalisi muove dal presupposto che, per formare pienamente la nostra identità personale, dobbiamo conoscere da chi, comee siamo venuti al mondo.  La Corte Costituzionale è stata chiamata a rispondere in ordine all’ art 28 della legge 184/83 (legge dell'adozione). Nel nostro ordinamento è consentito il parto anonimo, la partoriente può decidere di non essere nominata e di sottrarsi di conseguenza alla responsabilità genitoriale.  L'art.28 c.7 della legge del 1983 n. 184, nella precedente formulazione, considerata illegittima costituzionalmente con sentenza n. 278 del 2013 della Corte Cost., prevedeva il divieto, in caso di parto anonimo, della reversibilità del segreto, con conseguente impossibilità per ilfiglio di conoscere le proprie origini biologiche. Tale normativa ha portato diversi casi all’ attenzione della Corte di Strasburgo, la quale si è espressa nel senso dell’illegittimità del segreto sine die per   violazione del diritto alla vita privata della persona nata e adottata,condannando l’Italia.  In seguito è stata sollevata questione di legittimità costituzionale di detto articolo 28 c.7 “nella parte in cui esclude la possibilità di autorizzare la persona adottata all’accesso alle informazioni sulle origini senza avere previamente verificato la persistenza della volontà di non voler essere nominata della madre”, con ordinanza del 13 dicembre 2012 del tribunale per i minorenni di Catanzaro. La Corte Costituzionale ha affermato che l'anonimato, scelta nell’autodeterminazione della donna, non può essere letto in una visione diacronica, cioè non può essere cristallizzato al momento del parto ma bisogna verificarne l’attualità. In caso contrario si finirebbe per non tutelare il benessere della partoriente e del figlio adottato.  Altro passaggio di grande rilievo è relativo alla possibilità per il figlio adottato di instaurare un rapporto di genitorialità naturale (rapporti umani ed affettivi) con la famiglia biologica, lasciando intonsa la genitorialità giuridica venutasi a creare a seguito dell’adozione. Nel caso Anita Godelli (sentenza 25 settembre 2012 - Ricorso n.33783/09) emergono ulteriori interrogativi. Si tratta di un caso portato innanzi alla Corte di Strasburgo e che si è concluso con la condanna dell’Italia. A seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 28 c.7 della l. del 1983 n. 184, la signora Godelli ha chiesto la reversibilità del segreto al tribunale dei minorenni competente, ma la ricorrente ormai settantenne, la madre risultava deceduta. L'interrogativo da porsi è se nel caso di decesso, si perdano i diritti personalissimi, quelli legati all’autodeterminazione e quindi debba essere concessa la possibilità di conoscere le proprie origini oppure la madre, non consentendo la reversibilità, avrebbe voluto tutelare prioritariamente la propria famiglia, e quindi non si debba concedere la possibilità di conoscere le proprie origini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 9

 

IL PROBLEMA DELLA CONTINUITÀ DEI DIRITTI DELLA PERSONALITÀ

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Risulta importante affrontare il problema circa l’abbassamento dei livelli di protezione dei diritti fondamentali, in particolare sugli status personali, in relazione al passaggio di un individuo da uno stato ad un altro. Gli Status personali non rientrano nella competenza dell’Unione Europea, e il Consiglio d’Europa e la CEDU non hanno possibilità di introdurre misure vincolanti per i Paesi che hanno aderito alla Convenzione.

Quindi ogni Stato, compresa l’Italia, regolamenta gli statuti personali per i cittadini in un determinato modo e, quando si tratta di dare rilevanza a status acquisiti da persone che hanno una diversa cittadinanza ogni Stato, provvede attraverso le norme di diritto internazionale.

Es. L 76/2016 prevede che quando due persone dello stesso sesso decidono di contrarre matrimonio nei paesi in cui ciò è consentito, come ad esempio la Spagna, e in seguito questi cittadini decidono di trasferirsi in Italia, quel matrimonio viene convertito automaticamente in unione civile, nel sistema italiano per le coppie omosessuali si è prevista non la parificazione ai coniugi, ma è stato introdotto un istituto ad hoc, appunto le Unioni Civili.

Ciò significa che i diritti e i doveri che gravano sugli uniti civili, che non sono quindi uniti in matrimonio, sono diversi e quindi il regime e gli statuti sono diversi.

“Lo status è un diritto della personalità, rappresentato da una sintesi di diritti e doveri. Quando il sistema (o meglio la formazione sociale) cambia, ed è regolamentato da un istituto diverso, come quello delle unioni civili rispetto al matrimonio, cambiano i diritti e i doveri, quindi si perdono quelli che possono essere i diritti della personalità riconosciuti nello stato nel quale il matrimonio è stato contratto.

Si passa all’analisi della seguente pronuncia:

Sentenza della Corte Cost 170/2014.

In questa sentenza la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima una disposizione della legge sul divorzio che prevedeva lo scioglimento automatico del matrimonio, quando uno dei due coniugi procedeva alla rettificazione del sesso, con la modifica anagrafica del nome. Quindi veniva imposto ai coniugi, venuta meno la diversità di sesso, l’eliminazione del rapporto matrimoniale, e di conseguenza la perdita automatica dello status.

E’ stata appunto sollevata la questione di illegittimità costituzionale e si è messo in luce in questa sentenza un altro diritto della personalità: quello dell’autodeterminazione, autodeterminazione non soltanto con riferimento ai trattamenti sanitari, come richiamato sempre dalla Corte nella sentenza 438/2010, e con riferimento all’art 32 cost, il quale, nell’ambito dei trattamenti sanitari, mette in luce che tali trattamenti non possono essere imposti se non in casi eccezionali (diversamente il trattamento è illegittimo) e solo se c’è il consenso informato, e cioè il paziente si autodetermina e accetta quel trattamento; con riguardo alla sentenza 170/2014 la Corte delinea un diverso concetto di autodeterminazione, concetto non legato al trattamento sanitario, ma alla scelta della formazione sociale che ognuno intende perfezionare e che può essere diversa.

La Corte mette in luce come per la scelta, nel sistema italiano vi sia:

  1. Matrimonio per gli eterosessuali

  2. Unioni civili per gli omosessuali

  3. Ed una terza ipotesi di formazione sociale: le convivenze di fatto, che possono essere scelte tanto da una coppia eterosessuale, quanto da una coppia omosessuale.

    La Corte muove dicendo che l’autodeterminazione, diritto della personalità, ha una sua valenza anche nella scelta della formazione sociale e familiare.

    Se la coppia unita in matrimonio sceglie di proseguire nella relazione anche dopo il mutamento del sesso, non gli si può imporre la perdita dello status che aveva acquistato, rientra nella sua identità personale. Quindi la Corte sostiene che il legislatore potrebbe tutt’al più prevedere la trasformazione della relazione, del matrimonio, in un altro istituto il quale però deve garantire i diritti e i doveri dello status precedentemente goduto dalla coppia.

    Per gli uniti civili nulla è previsto nella L 76/2016; quindi abbiamo una unione civile che non può sussistere se le persone diventano di sesso diverso a seguito della rettificazione. Ci si trova davanti ad una situazione nella quale viene ridotto uno status personale, a seguito della rettificazione del sesso, nello stesso Paese all’interno del quale si ha la cittadinanza.

    Si consideri allora lo Status Libertatis: essere libero è una condizione, un requisito per poter contrarre matrimonio o per poter perfezionare un’unione civile. Ciò significa che un nubendo non può essere già coniugato, altrimenti ci sarebbe il reato di bigamia, così come per le unioni civili si prevede che gli uniti civili, per essere tali, non debbano avere un’altra unione civile in essere, è necessario lo scioglimento per riacquistare lo stato libero e contrarre un nuovo matrimonio/unione. Diversamente la convivenza non incide sullo status Libertatis della persona, dunque la persona che ha una convivenza di fatto non vede limitate le sue possibilità di sposarsi o di unirsi con un’altra persona dello stesso sesso.

    Ciò fa capire come il trasformare l’unione civile in convivenza non attribuisce alle parti dell’unione civile un regime giuridico analogo a quello precedentemente goduto, quindi basta una rettificazione del sesso, che però è in linea con l’identità personale della persona, ed anche contro la volontà delle parti dell’unione civile si ha una trasformazione con una perdita di diritti e doveri, senza che le parti possano far valere alcunché.

    La Corte Costituzionale nel dichiarare illegittima la disposizione che dettava uno scioglimento imposto del matrimonio, anche contro la volontà dei coniugi, metteva in luce la possibilità di attribuire un istituto diverso tra le parti, ma che riconoscesse lo stesso statuto giuridico.Il legislatore con la L. 76/2016 è intervenuto sulle coppie unite in matrimonio, ma già quel passaggio dal matrimonio all’unione civile non riconosce appieno le stesse prerogative, e già per questo si potrebbe dubitare della conformità a costituzione.

    Ma ancor di più se si pensa al passaggio da un’unione civile a convivenza, in questo caso cambia proprio lo Status dei conviventi rispetto alle parti di una unione civile.

     

    Problemi con riferimento alla continuità dei diritti della personalità

    Al riguardo si muovono due alternative:

  1. Problema del riconoscimento di un diritto della personalità a seguito del trasferimento da una nazione ad un’altra

  2. Perdita della cittadinanza con il trovarsi nella condizione di apolidia, cioè senza cittadinanza, collegandolo alla lettura dell’art 22 Cost. che metteva in luce un collegamento tra nome e cittadinanza.

    Entrambe le questioni rientrano nei diritti della personalità e trovano dei problemi interpretativi nel sistema di protezione.

    Con riferimento alla prima ipotesi: problema del riconoscimento di un diritto della personalità a seguito del trasferimento da una nazione all’altra, vi sono due sentenze;

Gli articoli da prendere in riferimento sono: Art 35 - 36 L. sulle adozioni 184/83. Diritto del minore ad una famiglia.Si analizzi l’art 36:

L'adozione internazionale dei minori provenienti da Stati che hanno ratificato la Convenzione, o che nello spirito della Convenzione abbiano stipulato accordi bilaterali, può avvenire solo con le procedure e gli effetti previsti dalla presente legge. 2. L'adozione o l'affidamento a scopo adottivo, pronunciati in un Paese non aderente alla Convenzione né firmatario di accordi bilaterali,possono essere dichiarati efficaci in Italia a condizione che: a) sia accertata la condizione di abbandono del minore straniero o il consenso dei genitori naturali ad una adozione che determini per il minore adottato l'acquisizione dello stato di figlio legittimo degli adottanti e la cessazione dei rapporti giuridici fra il minore e la famiglia d'origine; b) gli adottanti abbiano ottenuto il decreto di idoneità previsto dall'articolo 30 e le procedure adottive siano state effettuate con l'intervento della Commissione di cui all'articolo 38 e di un ente autorizzato; c) siano state rispettate le indicazioni contenute nel decreto di idoneità; d) sia stata concessa l'autorizzazione prevista dall'articolo 39, comma 1, lettera h). 3. Il relativo provvedimento è assunto dal tribunale per i minorenni che ha emesso il decreto di idoneità all'adozione. Di tale provvedimento è data comunicazione alla Commissione, che provvede a quanto disposto dall'articolo 39, comma 1, lettera e). 4. L'adozione pronunciata dalla competente autorità di un Paese straniero a istanza di cittadini italiani, che dimostrino al momento della pronuncia di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purché conforme ai principi della Convenzione (40). (40) L'intero Capo I (artt. da 29 a 39) è stato così sostituito dall'art. 3, L. 31 dicembre 1998”.

Il caso: due cittadini italiani si recano all’estero e adottano un bambino; in quanto stato estero, per l’adozione, si applica la legge dello Stato nel quale i cittadini si recano. Gli stessi cittadini dovevano dimostrare di aver vissuto per almeno due anni in quel paese, ciò per evitare di aggirare la legge italiana sulle adozioni. Per i cittadini che dimostrano di aver avuto la residenza di almeno due anni nello stato estero, quell’adozione viene riconosciuta con effetto in Italia e con provvedimento del Tribunale per i minorenni, purché conforme ai principi della Convenzione dell’Aja 1998. L’interprete in questa ipotesi deve conoscere non solo la CEDU ma anche un’altra Convenzione, e la conformità non è soltanto alla Costituzione e ai principi costituzionali, qualsiasi Convenzione in virtù dell’art 117 Cost. può avere una forza attiva e passiva superiore alle fonti primarie, ma non può essere in contrasto con i principi costituzionali.

Quindi in relazione a tale fattispecie si pone l’interrogativo relativo a quale normativa si debba applicare con riferimento ai requisiti dell’adozione. Quelli previsti dalla legge italiana? O si potrebbe applicare quella del paese nel quale i bambini sono stati adottati?

Ogni Stato disciplina la materia in maniera diversa: ad esempio in Spagna anche le coppie omosessuali possono adottare, mentre in Italia possono adottare soltanto le coppie congiunte e non quelle conviventi; inoltre è richiesta una differenza di età tra l’adottante e l’adottato e che ci sia il certificato di idoneità, vale a dire che i coniugi vengono sottoposti a delle indagini anche psicologiche per verificare se sono in grado di gestire un rapporto di responsabilità genitoriale, ed infine nel certificato di idoneità vengono dati degli input sulle modalità per individuare il bambino da adottare.

Si passa all’analisi di un’altra pronuncia: Tribunale per i minorenni di Firenze sezione adozioni, decreto di riconoscimento, per una sentenza di adozione avvenuta all’estero.

Si tratta di una sentenza recente dell'8 Marzo 2017.

E’ il caso di una coppia omosessuale che aveva fatto ricorso per adozione in un paese dove l’adozione era consentita, e dopo due anni di residenza all’estero nel Paese in cui i bambini erano stati adottati, ritornano in Italia in quanto cittadini italiani e, chiedono il riconoscimento del provvedimento giurisdizionale di adozione in ragione dell’art 36 L. 184/83.

Le Autorità interne, l’ufficiale di stato civile, avevano negato la trascrizione per la mancanza di quelli che erano i requisiti previsti dalla legge nazionale interna sull’adozione, sostenendo che nel nostro paese la L. 76/2016 prevedesse la non applicazione dell’adozione legittimante.

Art. 1 c. 20, L. 76/2016 : Al solo fine di assicurare l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione,di cui al periodo precedente, non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge, nonché alle disposizioni di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti.

Si è detto che il legislatore per gli uniti civili prevede che: se una coppia omosessuale si sposa all’estero, una volta arrivata in Italia si trasforma quel matrimonio in Unione civile, quindi si applica la disciplina italiana. Nel caso delle adozioni, agli uniti civili si applicano le norme del codice civile espressamente richiamate e, con riferimento alla L 184/83 si fa salva l’applicazione delle norme che possono applicarsi alle unioni civili.

La Legge Cirinnà ha originato un ampio dibattito perché in effetti l’art 5 del disegno di legge originario prevedeva il diritto di adottare degli uniti civili. Questa disposizione successivamente è stata però eliminata e si è introdotto un rinvio alla L. 184/83 solo per le norme compatibili, cioè che prevedono una possibilità di applicazione anche alle coppie dello stesso sesso. Se si analizzano le disposizioni, non si riscontra una previsione espressa che si applica alle persone dello stesso sesso e tale problema è stato affrontato dalla giurisprudenza, decidendo che non è possibile il ricorso all’adozione legittimante, tra i requisiti dell’adozione legittimante c’è: l’essere uniti in matrimonio tra persone di sesso diverso, quindi non ci sarebbe la possibilità di una adozione legittimante per le persone dello stesso sesso. Allora il problema che si è posta la Giurisprudenza del Tribunale per i minorenni era quello di usare un’altra disposizione della legge sull’adozione, l’art 44 relativo alle adozioni particolari. ART 44, L. 184/83- I minori possono essere adottati anche quando non ricorrono le condizioni di cui al comma 1 dell'articolo 7: a) da persone unite al minore da vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo, quando il minore sia orfano di padre e di madre;b) dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge ; c) quando il minore si trovi nelle condizioni indicate dall'articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e sia orfano di padre e di madre; d) quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo. 2. L'adozione, nei casi indicati nel comma 1, è consentita anche in presenza di figli legittimi. 3. Nei casi di cui alle lettere a), c), e d) del comma 1 l'adozione è consentita, oltre che ai coniugi, anche a chi non è coniugato. Se l'adottante è persona coniugata e non separata, l'adozione può essere tuttavia disposta solo a seguito di richiesta da parte di entrambi i coniugi. 4. Nei casi di cui alle lettere a) e d) del comma 1 l'età dell'adottante deve superare di almeno diciotto anni quella di coloro che egli intende adottare.

I requisiti

- Stato di adottabilità: è una dichiarazione. Il bambino è adottabile quando viene accertata dal tribunale per i minorenni la sua situazione di privazione di assistenza, morale e materiale, da parte dei genitori e dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio. L’ipotesi utilizzata dal Tribunale per i minorenni per consentire l’adozione a persone dello stesso sesso è la seguente: Impossibilità di affidamento preadottivo, art. 44 L. 184/83; adozione mite. Una caratteristica di questa adozione in casi particolari è quella di non interrompere i rapporti con la famiglia d’origine. Ad esempio l’ipotesi di un bambino che ha già una famiglia, inidonea però a curare il suo interesse, continua ad avere il rapporto di filiazione con chi lo ha generato; bisogna privilegiare questo rapporto a meno che non è deleterio per lo stesso bambino, e si può pensare ad una persona che condivida la responsabilità genitoriale con chi è tale giuridicamente. Dunque il genitore è affiancato da un altro soggetto, e non si producono gli effetti dell’adozione legittimante, e taluni sostengono che in questa ipotesi non si creano rapporti di parentela. Quindi i Tribunali per i minorenni hanno sostenuto che: la lett. d dell'art. 44, laddove contempla l'ipotesi nella quale non si possa dare luogo all'affidamento preadottivo, si riferisce anche alle ipotesi nelle quali ad esempio un partner è genitore, ed il convivente dello stesso sesso vuole adottarlo; in questi casi non si può avere affidamento preadottivo, c’è un genitore, oggettivamente non si può sottrarre la responsabilità genitoriale che grava già sulla persona che ha generato. Però nell’interesse preminente del minore, quando c’è già una relazione di fatto tra il partner ed il genitore, si può addivenire in ragione di questo art 44 letto d sulle adozioni, ad una adozione, da parte della persona unita civilmente con il genitore del bambino.Quindi attraverso una lettura particolare, taluni hanno ritenuto che il genitore sociale poteva acquisire la genitorialità giuridica ex art. 44 lett. d), l. ad.

L’attenzione viene posta sul caso Paradiso Campanelli, 24 gennaio 2017, la Grande Chambre:

Si tratta di un caso che ha ad oggetto la maternità surrogata che due cittadini italiani avevano operato all’estero in un paese dove tale tecnica è lecita. A livello mondiale sulla maternità surrogata vi sono normative diversificate, paesi che lo vietano la tecnica, altre normative stabiliscono che la partoriente non deve dare l'ovulo. Altre normative ancora stabiliscono che i genitori sociali non possono agire con l’azione di disconoscimento della paternità o con l’azione di impugnazione per difetto di veridicità dle riconoscimento.

La regolamentazione è diversa. Il problema è riguardo a ciò che succede al bambino che fa rintro in Italia insieme ai genitori committenti. Cioè il cognome, lo status filiationis, la cittadinanza, tutta una serie di diritti fondamentali, dipendono dalla legge nella quale è applicata la tecnica.

La Corte Costituzionale nella sentenza 162/2014 che ha dichiarato illegittimo il ricorso alla procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, ha riaffermato come perdurante il divieto, penalmente sanzionato del ricorso alla maternità surrogata. La Corte Costituzionale ha ribadito il divieto di maternità surrogata.

Sulla base di queste conclusioni cosa succede in Italia, in Francia, se le coppie si recano all’estero e tornano con bambini che non sono tali biologicamente?

Seuno dei due genitori committenti è genitore genetico del bambino  si applica l’art 30 cost. che sancisce "la responsabilità per il fatto della procreazione".

Nel caso Paradiso Campanelli?

Nessuno dei due ricorrenti è genitore biologico o genetico del bambino, quest'ultimo trascorre con loro 6 mesi ma arrivati in Italia viene negata la trascrizione dell’atto di nascita.Viene nominata una persona che funge da tutore, il bambino viene considerato privo di genitori, di parenti e viene dichiarato in stato di abbandono e dato in affidamento preadottivo ad un'altra coppia. I sigg.ri Paradiso-Campanelli sollevano la questione dinanzi alla Corte EDU per violazione dell’art 8 CEDU ed il Tribunale in sezione semplice nella decisione sostenne che quella relazione di fatto instaurata tra i genitori sociali ed il bambino rientrava nel concetto di vita familiare delineato dalla Corte e quindi condanna l’Italia per aver violato il rispetto della vita privata e familiare dei due genitori sociali e del bambino.

Il Governo Italiano ha chiesto alla Corte di rivalutare il caso, mettendo in luce che, nel sistema, quel concetto di vita privata e familiare che si era instaurato di fatto per la convivenza dei genitori sociali con il bambino, non fosse lecito.

La Grande Camera cosa ha deciso?

La Corte esclude la sussistenza di una vita familiare ex art. 8 CEDU. Il diritto all’autodeterminazione dei coniugi ad avere un figlio attraverso una tecnica diversa da quella statuita in Italia, non era lecito. La Corte considera il rapporto che si era instaurato tra i coniugi e il bambino come vita privata. La misura interna realizzava uno scopo legittimo ed era proporzionata. Pertanto, l'Italia non ha violato l'art. 8 CEDU.

 

Il caso esaminato dal Tribunale dei minorenni di Firenze tocca la problematica della continuità transnazionale dei diritti della personalità. Godere dei diritti della personalità significa, avere la possibilità di portare con sé questi segni identificativi oltre i confini nazionali. Non sempre avviene a causa dell’assenza di normative internazionali e non avendo le Corti sovranazionali la possibilità di introdurre diritti e principi uniformi. Ogni Stato, dunque, ha una propria disciplina.

La sentenza sopra citata tocca vari argomenti: lo status filiationis e il cognome del figlio; la continuità affettiva e i rapporti di parentela; il concetto di ordine pubblico, interno e internazionale; il rapporto tra legge 184/83 sull’adozione con la Convenzione dell’Aja del '93, la Convenzione europea sull'adozione dei minori modificata dal Consiglio d'Europa nel 2008, la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.

Il caso è il seguente: due persone, cittadini italiani residenti per almeno 2 anni nel Regno Unito, avevano fatto ricorso all’adozione di un bambino del Regno Unito, applicando la disciplina di questo Paese. Il primo problema è l'individuazione della normativa da applicare, rinvenuta nell'art. 36 della L. 184/83.

L'art. 36 L. 184/83 al comma 4 prevede che:

"L'adozione pronunciata dalla competente autorità di un Paese straniero a istanza di cittadini italiani, che dimostrino al momento della pronuncia di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purché conforme ai principi della Convenzione” .

Altro problema che si pone è quello della continuità: il bambino aveva già acquisito nel Regno Unito lo status filiationis della coppia che aveva proceduto all’adozione e aveva assunto, secondo la legge del Paese, i due cognomi.

Giova ricordare che quando si discorre di minori di età, la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, firmata nell’89, prevede tra i principi fondamentali quello del preminente interesse del minore.

La Convenzione sull’esercizio dei diritti del fanciullo prevede che l’interesse del minore non è un interesse astratto: tutte le decisioni devono valutare l’interesse preminente concreto del minore in quella concreta fattispecie; quando il giudice si trova a dover decidere su una controversia che tocca un minore di età non ha poteri dispositivi ma inquisitori. Deve agire nel preminente interesse del minore, deve valutare tutte le circostanze per poter giungere alla verifica dei fatti e creare una regola ad hoc per il minore.

Questa regola ex art. 36, comma 4, l. ad., viene qualificata già dalla Cassazione come regola speciale, deroga ad una disciplina generale prevista nell’art. 35 che fa un riferimento agli artt. 29 e 6 sui requisiti dell’adozione interna. L’art. 35 prevede la necessità che esistano tutti i requisiti per procedere all’adozione nazionale, tra cui l'essere coniugi, quindi persone di sesso diverso.

Ci si trova di fronte ad un’adozione di un minore straniero, cittadino di un paese che non ha ratificato la Convenzione dell’Aja del 1993 e che non ha un accordo con l’Italia.

Nel 2011, la Cassazione, con la sentenza n. 3572 del 14 febbraio, aveva affermato che anche l’art. 36, comma 4, doveva vedere applicate tutte le condizioni previste per l’adozione nazionale e per le diverse altre forme di adozione internazionale.

Il tribunale per i minorenni arriva ad una soluzione diversa.

La Cassazione ha fornito una data interpretazione, mentre il giudice del tribunale per i minorenni è giunto a conclusioni diametralmente opposte, consentendo la trascrizione del provvedimento di adozione emanato dal Regno Unito dall’autorità di quel paese, secondo la normativa di quel paese. L’art.36, comma 4, richiama in modo esplicito, come requisito per la trascrizione, il rispetto dei principi della Convenzione. Quindi il rispetto dei principi della Convenzione dell’Aja è l’unico limite. Il legislatore italiano, nel recepimento della Convenzione dell’Aja, ai principi statuiti all’art. 24, che stabilisce la possibilità da parte dell’organo giurisdizionale interno competente, o dell’organo amministrativo interno e competente, di valutare il riconoscimento del provvedimento straniero e il rispetto dell’ordine pubblico, tenuto conto del superiore interesse del minore.

Qual è il concetto di ordine pubblico delineato dalla Cassazione?

La Cassazione ha più volte affermato (a far data dalla sentenza n. 19405 del 2013) che "è acquisizione sufficientemente consolidata quella per cui la nozione di ordine pubblico – in forza della quale la norma straniera che vi contrasti non può trovare ingresso nel nostro ordinamento in applicazione della pertinente disposizione di diritto internazionale privato – non è enucleabile esclusivamente sulla base dell’assetto ordinamentale interno, racchiudendo essa i principi fondamentali della Costituzione o quegli altri principi o regole che rispondono all’esigenza di carattere universale di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo o che informano l’intero ordinamento in modo tale che la loro lesione si traduce in uno stravolgimento dei valori fondanti del suo assetto ordinamentale" (..); in altri termini come messo in rilievo da Cass. 26 aprile 2013 n. 10070, il concetto di ordine pubblico ai fini internazionalprivatistici si identifica con quello indicato con l’espressione “ordine pubblico internazionale”, da intendersi come “complesso di principi fondamentali caratterizzanti l’ordinamento interno in un determinato periodo storico o fondati su esigenze di garanzia, comuni ai diversi ordinamenti, di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Quanto all’interesse del minore (rectius dei minori nel caso di specie), lo stesso si ricava dalla documentazione ampiamente prodotta dai ricorrenti che, prima di diventare genitori adottivi, si sono sottoposti a una lunga, complessa e approfondita procedura di verifica.

L’art. 24 della Convenzione individua l’ordine pubblico e la tutela del preminente interesse del minore come i principi che devono essere attuati in tutte le forme di adozione. L’interesse concreto del minore va verificato sulla base di quello che vivono i bambini nel momento in cui si chiede il riconoscimento e tante volte si chiede anche l’ascolto dei minori. Ma si può ritenere sussistente un interesse concreto del minore valutato prima dell’adozione dall’autorità del Regno Unito?

È il caso di rilevare che, una volta accertata la sussistenza delle condizioni per la trascrizione ai sensi del comma 4 dell’art. 36, non va esclusa la valutazione discrezionale da parte dell’autorità giudiziaria italiana del best interesse del minore. In virtù dell’art. 24 di deve valutare l’interesse concreto del minore al momento della trascrizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 10

 

IL DIRITTO A CONOSCERE LE ORIGINI

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Tra i principi inviolabili della persona umana si colloca il diritto a conoscere le origini. La Corte nel caso Godelli vs Italia ha introdotto nel sistema, ma prima ancora nel caso Odievrè vs Francia 13 Febbraio 2003; Grande Camera, il diritto a conoscere le origini quale elemento dell'identità personale del nato. Ciò vale nel caso di un'adozione legittimante, con la recisione dei rapporti giuridici con la famiglia biologica, poteva residuare nel figlio adottato la necessità di creare la propria identità personale tramite la conoscenza delle origini biologiche..

Cosa succede in caso di parto Anonimo? L'art. 30, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 consente agli operatori sanitari diredigere l'atto di nascita senza le generalità della madre che saranno conservate solo ai fini della tutela della salute e, eventualmente, anche per evitare incesti quando il figlio procederà a chiedere di poter contrarre matrimonio. Ai sensi dell’art. 30, comma 1, l'atto di nascita è redatto dall'ufficiale di stato civile e il D.P.R. prevede la forma e il contenuto della dichiarazione da effettuare all’ufficiale di stato civile, nonché i soggetti “obbligati”: le strutture o gli operatori socio-sanitari o direttamente i genitori, che devono inviare la dichiarazione di nascita entro 10 giorni; può essere anche tardiva, se la donna dichiara di non essere nominata si deve omettere l'indicazione della madre.

La normativa vigente, ossia la Legge n.184 del 1983, all'art. 28 c.7, non consentiva di poter superare l’anonimato rivelando le informazioni relative alla partoriente, se non decorsi 100 anni dalla redazione dell'atto. Tale articolo è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sent. 278 del 2013 “lede, in una visione diacronica, il diritto del figlio di poter ricostruire la propria identità personale attraverso la conoscenza delle origini”; quindi, quella regola rigida che fissava e cristallizzava l'anonimato ab origine, era illegittima.

Ritornando al caso della partoriente voluta rimanere anonima all’atto di nascita: Cos'è la dichiarazione di voler mantenere l'anonimato, il segreto sul concepimento e la nascita? È la volontà di non voler essere madre giuridicamente.

Qual è la ratio che giustifica il parto anonimo?

Lo scopo è quello di evitare aborti, soprattutto quelli clandestini che inficiano non solo il diritto alla vita del nascituro ma anche quello della stessa partoriente. Emerge il bilanciamento tra i due contrapposti interessi e si cerca di individuare la misura proporzionata: è preferibile tutelare l'anonimato perché garantisce la nascita, il diritto alla vita e quindi questo evita gli aborti. Già con la sentenza n. 425 del 2005, la Corte Costituzionale confermò l’irreversibilità del segreto in riferimento proprio agli artt. 2, 3 e 32 Cost., poiché nel bilanciamento, considerò prevalente «da un lato, assicurare che il parto avvenga in condizioni ottimali e, dall’altro, distogliere la donna da decisioni irreparabili». Storicamente il diritto all'anonimato per la partoriente non coniugata (quando il concepimento avveniva fuori dal matrimonio) era riconosciuto già prima della normativa sull'interruzione di gravidanza. Al riguardo c'è stata un'evoluzione: il legislatore ha esteso la possibilità del parto anonimo anche alla coppia coniugata al fine di tutelare la vita nascente, senza ledere l'integrità psicofisica della partoriente.

La Corte Costituzionale nella sent. n. 278/2013, mutando il suo precedente dictum del 2005 considerò maturi i tempi, soprattutto sulla scorta del caso Godelli c Italia (sentenza 25 settembre 2012 - Ricorso n.33783/09), per porre luce sul diritto all’oblio. Che significato ha il negozio di durata nell'ambito che si sta indagando?

Il problema attiene al fatto che dal momento nel quale la donna ha deciso di mantenere il segreto passano degli anni e nel figlio può maturare, in maniera sempre più intensa, l'esigenza di conoscere le proprie origini per costruire la propria identità o addirittura talvolta per evitare un danno all'integrità psichica. La Corte Costituzionale nella sentenza 22 novembre 3013, n. 278 ha dichiarato illegittimo l'art. 28, comma 7 l. ad., ponendo in luce come “tocca al legislatore intervenire su come bilanciare i due contrapposti interessi, in modo tale da non ledere l'uno o far soccombere l'altro e viceversa, non è possibile un semplice intervento a rime obbligate, ma necessita di un intervento del legislatore, volto a “procedimentalizzare” le modalità e i mezzi per verificare la perdurante attualità dell’anonimato della donna nel momento della richiesta del figlio”. A tale monito però, il legislatore non ha reagito.

Sulla scorta dell’“horror vacui” lasciato dal legislatore e sulla scia di quanto deciso dalla Corte Costituzionale, i Tribunali per i minorenni, hanno autonomamente operato detta procedimentalizzazione.

Cosa è successo? I tribunali per i minorenni competenti, si sono sostituiti al legislatore, prevedendo un iter procedimentalizzato: la nomina di un giudice che doveva recarsi, in modo del tutto anonimo e conservando la segretezza, dall’ufficiale di stato civile rinvenendo il nominativo della madre, per poi sempre nell’anonimato con la richiesta alla partoriente se voleva mantenere o meno il segreto. La Corte Costituzionale parlava di rapporti di genitorialità naturale. Infatti, ciò si evince dal passo della sentenza riportato di seguito “Sul piano più generale, una scelta per l’anonimato che comporti una rinuncia irreversibile alla “genitorialità giuridica” può, invece, ragionevolmente non implicare anche una definitiva e irreversibile rinuncia alla “genitorialità naturale”: ove così fosse, d’altra parte, risulterebbe introdotto nel sistema una sorta di divieto destinato a precludere in radice qualsiasi possibilità di reciproca relazione di fatto tra madre e figlio, con esiti difficilmente compatibili con l’art. 2 Cost.".

In altri termini, mentre la scelta per l’anonimato legittimamente impedisce l’insorgenza di una “genitorialità giuridica”, con effetti inevitabilmente stabilizzati pro futuro, non appare ragionevole che quella scelta risulti necessariamente e definitivamente preclusiva anche sul versante dei rapporti relativi alla “genitorialità naturale”: potendosi quella scelta riguardare, sul piano di quest’ultima, come opzione eventualmente revocabile (in seguito alla iniziativa del figlio), proprio corrispondente alle motivazioni per le quali essa è stata compiuta e può essere mantenuta.

La disciplina all’esame è, dunque, censurabile per la sua eccessiva rigidità.”

Che significa genitorialità naturale?

La Corte Costituzionale si riferiva alla possibile istaurazione di rapporti di fatto, cioè rapporti lasciati alla libera disponibilità del figlio e della madre, senza responsabilità giuridica.

Generalmente, in caso di partoriente in vita, a seguito dell’iter “procedimentalizzato” già esposto, la donna può rinunciare all'anonimato; ma cosa accade (caso Godelli) per il caso in cui la madre sia morta?

La Cassazione, con sentenza n. 22838/2016 ha statuito nel seguente modo:

"Non si ritiene, pertanto, che ogni profilo di tutela dell'anonimato, si esaurisca alla morte della madre naturale, in quanto da collegarsi soltanto alla tutela del diritto alla salute psicofisica della madre e del figlio al momento della nascita.

“ Il diritto dell’adottato – nato da donna che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata – ad accedere alle informazioni concernenti le proprie origini e l’identità della madre biologica sussiste e può essere concretamente esercitato anche se la stessa sia morta e non sia possibile procedere alla verifica della perdurante attualità della scelta di conservare il segreto, non rilevando nella fattispecie […] , salvo il trattamento corretto, lecito e non lesivo dei diritti di terzi dei dati personali conosciuti".

Sempre nella sentenza:

-           "Il diritto all'identità personale del figlio, da garantirsi con la conoscenza delle proprie origini, anche dopo la morte della madre biologica, non esclude la protezione dell'identità "sociale" costruita in vita da quest'ultima, in relazione al nucleo familiare e/o relazionale eventualmente costituito dopo aver esercitato il diritto all'anonimato".

-           "Il trattamento delle informazioni relativo alle proprie origini deve, in conclusione, essere eseguito in modo corretto e lecito (D.lgs. n. 196 del 2003, art. 11, lett. a)) senza cagionare danno anche non patrimoniale all'immagine, alla reputazione, ed ad altri beni di primario rilievo costituzionale di eventuali terzi interessati (discendenti e/o familiari)".

Rimane da analizzare il profilo della tutela dei diritti dei terzi ai sensi del D. lgs. 96/2003 (disciplina di protezione dei dati personali), che dal 2018 sarà sostituito dal Regolamento UE 2016/679.

Problema irrisolto è il diritto dei figli di conoscere il padre genitore, specie nei casi di partoriente coniugata.

 

CAPITOLO 11

 

CONSENSO INFORMATO E DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO

Prof.ssa Giovanna Chiappetta

 

Disposizioni anticipate di trattamento o di fine vinta: le diverse ipotesi

Dopo aver studiato il principio contemplato nell’art 2 CEDU sul diritto alla vita ed averlo collegato al sistema interno e alla Carta di Nizza, il problema che si andrà ad affrontare nel presente capitolo è quello, ancora oggi oggetto di discussione, sulle disposizioni anticipate di trattamento o di fine vita, facendo in particolar modo riferimento a quello che l’orientamento giurisprudenziale interno e sovranazionale prevede circa le decisioni che ognuno può prendere in ordine al fine vita.

È individuare tre ipotesi diverse tra di loro:

1)       La prima ipotesi ha ad oggetto il problema dell’accanimento terapeutico che è collegato alla scelta di sottoporsi o meno a trattamenti sanitari, nel caso in cui non vi è terapia, la possibilità di scegliere se ritardare o non ritardare l’esito mortale della vita. Rifiuto ad un trattamento che si può avere ab origine o anche dopo che lo stesso è già iniziato, indipendentemente dal fatto che abbia prodotto dei benefici o meno;

2)       La seconda ipotesi è quella del suicidio assistito, cioè la possibilità di scegliere di anticipare la propria morte, sia nel caso in cui un soggetto si trovi ad essere affetto da una patologia con esito sicuramente mortale, sia nelle ipotesi nelle quali l’esito non vi è ma si potrebbe avere una vita non dignitosa, o le ipotesi nelle quali liberamente una persona sceglie di finire la propria esistenza;

3)       La terza ipotesi è quando una persona si trova in queste situazioni però è in una situazione d’incapacità d’intendere e di volere e quindi il problema che si pone è di verificare la volontà presunta.

 

La normativa vigente

L’analisi delle diverse ipotesi illustrate deve prendere le mosse dalla normativa vigente. Il codice penale, all’art. 579, punisce l’omicidio del consenziente e all’art. 580 punisce l’istigazione o aiuto al suicidio; anche codici di deontologia medica o degli infermieri annoverano disposizioni in ordine a queste ipotesi.

Si fa poi riferimento al codice civile dove l’art. 5 che si occupa dell’integrità psicofisica recita: “Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionano una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”. Bisogna collegare questo articolo con l’art 32 della Costituzione che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizioni di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Dal combinato disposto tra le due norme discende che nessuno può essere sottoposto ad un trattamento contro la sua volontà a meno che non ci si trovi nelle ipotesi nelle quali il legislatore abbia previsto un trattamento obbligatorio. Il diritto alla salute che va coniugato con il principio di autodeterminazione, che la Corte Costituzionale nella sentenza n. 438 del 2010 ha ribadito essere un principio autonomo rispetto alla tutela della salute. Quindi il diritto a poter essere curati dve coniugarsi con la necessità del consenso da parte del paziente (consenso al trattamento).

 

Il problema della manifestazione del consenso

Il sistema italiano prevede la necessità per il trattamento sia legittimo, che venga esternato il consenso. Il legislatore non prevede in tutte le ipotesi le modalità attraverso le quali il consenso deve essere esternato. Ci sono casi in cui il legislatore lo prevede espressamente come nel caso della procreazione medicalmente assistita, dove c’è una possibilità di revoca affievolita (dopo che l’embrione è stato impiantato la donna non potrà decidere in ordine alla sua fine e il padre può revocare il consenso all’uso del gamete solo prima della fecondazione e della creazione dell’embrione). Il consenso che generalmente nei negozi esistenziali può essere revocato in qualsiasi momento, in talune ipotesi nell’interesse di un altro soggetto che è ritenuto prevalente, non può essere revocato se non entro determinati termini. Ma il problema che si pone con riferimento al trattamento sanitario è appunto quello del consenso. Dove si trova questo diritto, questo esercizio consacrato del consenso informato? Negli artt. 2, 13, 32 della Costituzione. Consenso dunque libero e informato, previa informativa cioè che deve essere sulla diagnosi, sulle possibili terapie alternative, espostaco un linguaggio chiaro e comprensibile.

 

La posizione della Corte EDU sul fine vita e il principio di sacralità della Vita. L’accanimento terapeutico: Il caso Pretty

Si immagini di trovarsi di fronte ad un’attività che deve essere svolta nei confronti di un minore o di una persona incapace. Analizzando la questione del fine vita, partendo dai casi delle Corti sovranazionali, si nota come la Corte di Strasburgo si sia occupata in diverse decisioni del suicidio assistito. Primo caso: sentenza del caso Pretty contro Regno Unito del 29 aprile del 2002. Nel caso la signora, che era una cittadina inglese, era affetta da una malattia degenerativa incurabile ed era paralizzata; chiedeva pertanto alle autorità del suo paese di poter essere autorizzata al suicidio con l’aiuto del marito, senza che il marito potesse essere incriminato per omicidio, come invece previsto nella legislazione nazionale. L’argomento che la ricorrente utilizzava partiva dall’interpretazione dell’art 2 della CEDU sul diritto alla vita, sostenendo che il diritto alla vita tutelasse anche la libera scelta della persona titolare di poter cessare la propria esistenza. Quindi sullo Stato gravava, secondo la teoria della ricorrente, l’obbligo negativo di astenersi dall’intervenire su questa scelta di fine vita. La corte sul punto chiarisce che l’art 2 salvaguarda il diritto alla vita e non può assolutamente desumersi a contrario, nell’ambito dell’interpretazione di questo articolo, il diritto a porre fine alla propria esistenza. Quindi non c’è libera scelta: sebbene l’art 2 abbia un’ampia interpretazione, non può essere interpretato diversamente se non a costo di una distorsione linguistica tale da conferire un diritto diametralmente opposto; segnatamente, il diritto alla morte, non può neanche creare un diritto all’autodeterminazione nel senso di conferire al singolo il diritto a scegliere la morte piuttosto che la vita. Ciò che praticamente afferma la corte è che se si tutela il diritto alla vita questo non significa diritto alla morte; il diritto alla vita è previsto in positivo e la norma vuole creare tutto un sistema di tutele per cercare in qualsiasi ipotesi di curare la salute della persona. Il secondo argomento della ricorrente è quello secondo il quale l’impossibilità di procedere al suicidio l’avrebbe sottoposta ad una vita inumana, cioè l’opposizione dello Stato al poter decidere di cessare la propria vita avrebbe determinato un trattamento inumano, mentre l’art 3 della CEDU impone agli stati di non consentire trattamenti inumani. La Corte stabilì che per divieto di trattamento inumano non si può intendere se non l’attività che lo Stato deve porre in essere affinché, ad esempio le situazioni carcerarie o le situazioni degli ospedali possano permettere alle persone che si trovano in condizioni di vulnerabilità di non vivere in uno stato degradante. Quindi l’obbligo dello Stato non è quello di intervenire con la morte se una persona si trova in uno stato di salute precaria o degenerativo ma, al contrario, lo Stato deve cercare di creare un sistema di cure palliative o una cura che renda meno dolorosa la prosecuzione della vita, senza porle fine. In conclusione, secondo la Corte il suicidio assistito non trova riferimento né nell’art 2 e né nell’art 3. Ma la ricorrente pone attenzione anche all’art 8 della CEDU (tutela della vita privata e familiare dell’individuo) ritenendo che questo diritto include anche la possibilità di disporre liberamente del proprio corpo. Anche in questo caso la Corte dice, nel paragrafo 61, che “anche se non è stato dimostrato in nessun caso precedente che l’articolo comporta il diritto all’autodeterminazione in quanto tale, la Corte ritiene che la nozione di autonomia personale riflette un principio importante che sottende all’interpretazione delle garanzie di cui all’art 8”. Quindi la Corte riconosce l'esistenza di un principio all’autodeterminazione desumibile dal diritto alla vita privata contemplata nell’art 8. La corte osserva che "il diritto di ciascuno di vivere la propria vita come desidera può anche includere la possibilità d’impegnarsi in attività in grado di mettere in pericolo la propria persona, sia dal punto di vista fisico sia da quello morale”: cioè ognuno di noi può scegliere anche un’attività lavorativa rischiosa e su questo lo Stato non può intervenire, è esplicazione della propria personalità rientrante nell’art 8. Anche "quando il comportamento in questione costituisce un rischio per la salute e si può ragionevolmente ritenere che rappresenti un pericolo per la vita, la giurisprudenza della Convenzione considera l’imposizione da parte dello Stato di misure costrittive o di carattere penale come non rispettose della vita privata, ai sensi dell’art 8 della CEDU”. Poi la Corte fa riferimento a dei precedenti nei quali ha ritenuto che lo Stato non poteva ingerirsi neppure nel caso in cui qualcuno a seguito della partecipazione ad attività sadomaso consensuale abbia riportato delle ferite e dei colpi anche gravi per la salute. Cioè se si sceglie una pratica, anche se mette a rischio la propria vita, quella è una libera scelta e lo Stato non può ingerirsi in questa scelta. Di conseguenza, “come riconosciuto dalla giurisprudenza nazionale una persona può rivendicare il diritto ad esercitare la sua scelta di morire rifiutandosi di acconsentire ad un trattamento che potrebbe avere l’effetto di prolungare la sua vita”, quindi qui esiste il principio all’autodeterminazione, cioè rientra nella vita privata la scelta di non sottoporsi a trattamenti che possono prolungare la vita, dice la Corte, ma qui invece la signora non chiedeva il prolungamento della vita ma chiedeva la morte anticipata con l’aiuto del proprio marito e la Corte sul punto sottolinea che non è possibile il suicidio assistito. La Corte riconosce che la libertà e la dignità dell’uomo sono l’essenza stessa della Convenzione e quindi esiste il principio di sacralità della vita, art 8, e non è possibile praticare la morte con l’aiuto di una terza persona. La Corte afferma che, con riferimento ai trattamenti sanitari, vige il principio all’autodeterminazione, e analizzando l'esperienza degli altri paesi del Consiglio d’Europa verifica che non c’è un consenso raggiunto: alcuni stati riconoscono il suicidio assistito, altri stati vietano il suicidio assistito, altri lo ammettono solo per particolari circostanze, altri puniscono chi aiuta nel suicidio, altri prevedono che le strutture sanitarie e i medici possano intervenire valutando prima la capacità della persona che decide in ordine al fine vita. Quindi non essendoci il consenso (il consenso è uno dei criteri che la Corte adotta per valutare il margine di apprezzamento dello stato e se si tratta di una questione morale di particolare interesse, consenso o meno, il margine di apprezzamento è ampio, a meno che non incide su diritti fondamentali valutati dalla Corte, mentre nelle altre materie il margine di apprezzamento, se c’è il consenso, viene ridotto), ecco che il criterio del margine di apprezzamento, quello del consenso, quello del principio etico, variano a seconda delle situazioni, indipendentemente o meno dall’esistenza del consenso europeo la Corte ampia o riduce il margine di apprezzamento. Allora ben si comprende che questi criteri adottati dalla Corte sono molto elastici e flessibili. Quindi la Corte conclude che non c’è il diritto, proprio non c’è il consenso e ogni stato potrà decidere in ordine al suicidio assistito come intenderà, per cui non è violazione dell’art 8 la misura statale che vieta o che punisce come reato il suicidio del consenziente o l’aiuto o istigazione al suicidio.

 

Il caso Haas: le peculiarità dell’ordinamento svizzero sul fine vita. Il suicidio assistito

Successivamente nel 2011 la Corte ritorna sempre in materia di suicidio assistito e qui c’è un’evoluzione sul problema. Il caso è leggermente diverso rispetto al precedente Pretty. Infatti in questo secondo caso, diversamente dalla patologia della signora Pretty, la malattia del signore (uno svizzero di nome Haas) non avrebbe necessariamente condotto alla morte. Quindi si trattava di una persona che si trovava di fronte ad una patologia grave che, a suo dire, non gli consentiva una vita dignitosa, una vita cioè secondo la sua filosofia di vita, pertanto chiedeva, nonostante la malattia non portasse alla morte, il fine vita. La Corte, nella sentenza 20 gennaio 2011 su ricorso numero 31322 del 2007, al paragrafo 55, ha sostenuto “le ricerche condotte dalla Corte permettono di concludere che gli stati membri del Consiglio d’Europa sono lungi dall’aver raggiunto un consenso per quanto riguarda il diritto dell’individuo di decidere come e quando la propria vita debba avere fine”. Qui si trattava di un caso che riguardava la Svizzera e in Svizzera, a norma dell’art 115 del codice penale, l’istigazione e l’assistenza al suicidio sono punibili solo quando l’autore di tale atto è spinto a commetterli da motivi egoistici. Quindi esiste il reato ma la fattispecie penale richiede motivi egoistici che spingono chi aiuta al suicidio a dare una mano alla persona che ha scelto di farlo. Dunque non è come la nostra fattispecie che non opera distinzioni in base al motivo in quanto la nostra visione è quella di tutelare la vita consentendone la cessazione solo eccezionalmente. Ancora dice la Corte: "A titolo di confronto i paesi del Benelux, in particolare, hanno depenalizzato l’atto del suicidio assistito, ma solo per circostanze molto specifiche. Infine alcuni altri paesi accettano solo gli atti di assistenza passiva e va notato che la stragrande maggioranza degli stati membri sembra attribuire maggior peso alla protezione della vita piuttosto che al diritto di privarsene”. Quindi la Corte mette in luce che solo pochi stati hanno depenalizzato o eliminato in alcune fattispecie il reato, la stragrande maggioranza degli altri paesi invece pone il divieto. Ancora la Corte: "ne consegue che gli stati godono di un ampio margine di apprezzamento in questo settore”. Quindi la Corte non ritiene esistere l’una o l’altra soluzione adeguata, è come se la Corte dicesse: “io posso valutare e dire che siccome non c’è il consenso, non c’è violazione da parte dello Stato del diritto alla vita privata quando lo Stato pone il divieto al suicidio assistito o punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio. In particolare nel paragrafo 58 della sentenza: “la Corte ritiene che i rischi di abuso insiti in un sistema che facilita l’accesso al suicidio assistito non devono essere valutati. Al pari del governo la Corte è del parere che le restrizioni di accesso al sodio pentobarbitale è stato progettato per proteggere la salute e la sicurezza pubblica e prevenire azioni illegali” (la persona richiedeva di poter morire con l’uso di questo medicinale.) “A questo proposito la Corte condivide l’opinione della Corte federale secondo la quale il diritto alla vita di cui all’art 2 della CEDU obbliga gli stati membri a stabilire una procedura in grado di garantire che la decisione di porre fine alla vita corrisponde in effetti alla libera volontà dell’individuo interessato. Essa ritiene che il requisito di una prescrizione medica rilasciato sulla base di una valutazione psichiatrica è un mezzo che consente il rispetto di tale obbligo. Inoltre questa soluzione corrisponde allo spirito della Convenzione internazionale sulle sostanze psicotrope e della convenzione adottata da alcuni stati membri del Consiglio d’Europa”. Quindi cosa dice in sostanza la Corte? Molti ricorrono alle cliniche svizzere che permettono il fine vita attraverso l’uso di questa sostanza. Ma come questa veniva ammessa? Mediante una relazione scritta di un medico che valutava la volontà e quindi la capacità del soggetto che chiedeva l’uso della sostanza. La Corte ha ritenuto in questo caso che il requisito della prescrizione medica rilasciata da uno psichiatra è un mezzo che consente il rispetto dell’obbligo al diritto alla vita, garantito dall’art 2 della Convenzione. Però che cosa c’è di diverso rispetto alla precedente sentenza? Non parla più di sacralità della vita e dice che l’art 2 può essere interpretato nel senso che ne implica anche l’aspetto negativo. Invece nella precedente sentenza del 2002 si diceva che il diritto alla vita non poteva assolutamente essere letto in negativo, nonostante l’art 8 preveda il diritto all’autodeterminazione, in quanto l’autodeterminazione incide sulla scelta di sottoporsi o meno a un trattamento ma non sul diritto a poter cessare la vita in contrasto con l’art 2. In questa sentenza abbiamo un passo in avanti: la Corte dice che l’art 2 può contemplare il diritto di scegliere di privarsi della vita, però deve trattarsi di una decisione consapevole e libera e quindi non ci si deve trovare in una condizione di vulnerabilità (occorre essere pienamente consapevoli di ciò che l’atto produrrà) e, addirittura, ritiene conforme alla convenzione il caso della Svizzera laddove dopo una valutazione psichiatrica si arrivava a dichiarare la capacità di poter scegliere liberamente del paziente. E se il medico, anche in Svizzera, procede senza seguire la normativa potrebbe incorrere nel reato di aiuto al suicidio o dell’omicidio del consenziente.

 

Il caso Englaro: la volontà presunta dell’incapace

Per introdurre il caso Englaro bisogna ritornare sulla tematica del consenso e segnatamente sulle forme richieste per la sua validità. Alcuni ritengono valido solo il consenso personale, espresso, specifico, consapevole escludendo che possa desumersi per facta concludentia. Altri ritengono che possa essere espresso attraverso libertà delle forme, altri ancora hanno una posizione intermedia, cioè purché ci siano indizi certi si può desumere la volontà dell’individuo. Quindi passiamo alla terza ipotesi prevista all’inizio di tale trattazione, cioè l’ipotesi in cui si ha volontà di fine vita di persona che a seguito di un evento traumatico sia priva di consapevolezza e ci sono due possibilità: o che la stessa persona abbia redatto il testamento biologico o abbia lasciato delle disposizioni in ordine al fine vita, ovvero dare rilevanza in particolari circostanze alla volontà presunta.

Cosa è successo nel caso Englaro? Il signor Englaro si rivolge al giudice al fine di poter staccare la spina di sua figlia che viveva in uno stato vegetativo permanente da moltissimi anni (il tempo generalmente nel diritto sembra non avere rilevanza, però il tempo, quando si tratta ad esempio di provvedimenti che riguardano i figli minori e quindi la vita personale del minore che può subire dei danni, ha rilevanza. Per esempio si immagini la separazione tra coniugi che vivono in due realtà o stati completamente differenti e il giudice non interviene sulla richiesta di assegnazione avanzata da uno dei due coniugi. Il minore potrebbe rimanere nelle mani dell’altro coniuge che potrebbe coartare la sua volontà e quindi incidere negativamente sulla sua sfera psico-fisica. Dunque il tempo arriva a rappresentare per la Corte una violazione alla vita privata). Nel caso Englaro, la ragazza a seguito di un incidente si trovava in uno stato vegetativo ormai da anni. Occorre premettere che figurava un tutore in quanto la ragazza in questione era priva totalmente della capacità d’intendere e di volere e era tenuta in vita artificialmente. A fronte di tale situazione, il padre nonché tutore, chiede di staccare la spina cioè d’interrompere i trattamenti medici, ossia l’alimentazione e l’idratazione artificiale tramite un sondino naso-gastrico. A tutto questo si oppongono delle suore che si occupavano della ragazza nella struttura. Dopo una prima risposta negativa il padre-tutore ricorre in Cassazione ed è molto importante analizzare la soluzione promanante dal giudice di ultime istanza. Nel caso specifico, si parlava anche di accanimento terapeutico, perché si riteneva non ci fossero speranze per la ragazza ad un ritorno alla vita senziente

La Cassazione come decise? “Sulla base delle precisazioni che precedono (cioè mette in luce il discorso dell’accanimento terapeutico, il fatto che la ragazza non potesse tornare ad uno stato di vita senziente, il fatto che da anni si trovava in uno stato vegetativo ) la decisione del giudice dato il coinvolgimento nella vicenda del diritto alla vita come bene supremo, può essere nel senso dell’autorizzazione soltanto ad interrompere il trattamento sanitario, quando la condizione di stato vegetativo sia in base ad un rigoroso apprezzamento clinico irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale che lasci supporre che la persona abbia la benché minima possibilità di un qualche seppur flebile recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno (si ricordi la teoria della causalità adeguata: conoscenze scientifiche e tecniche in un dato momento storico anche a livello internazionale, quindi risultati scientifici che travalicano i territori nazionale per essere universalmente riconosciuti). La Cassazione appunto parla di “minima possibilità di un qualche seppur flebile recupero", quindi impossibilità non in assoluto, ma in base alle conoscenze non secondo lo standard-medio ma massimo, cioè parla di conoscenze a livello internazionale “sempre che tale istanza sia realmente espressiva in base ad elementi di prova chiari, concordanti e convincenti della voce del rappresentato, tratto dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dai suoi convincimenti, corrispondente al suo modo di concepire, prima di cadere nello stato d’incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona. Allorché l’una o l’altra condizione manchino il giudice deve negare l’autorizzazione”.

Allora a quali delle tre teorie fa riferimento la Cassazione? Rileggendo il passo in cui si afferma "sempre che tale istanza d’interruzione del trattamento che porterà alla morte sia realmente espressiva in base ad elementi di prova chiari, concordanti e convincenti della voce del rappresentato, tratto dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dai suoi convincimenti, corrispondenti al suo modo di concepire, prima di cadere nello stato d’incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”, si può notare come si parli di consenso presunto, cioè senza che sia necessario un testamento o una disposizione di fine vita, quindi consenso non formalmente espresso, né tantomeno alla presenza dei testimoni. Quando si è parlato dei negozi esistenziali si è giunti alla conclusione che con riferimento alla forma, non necessariamente bisogna rifarsi ad una forma solenne ma bisognerà lasciare all’interprete l'individuazione della forma necessaria, talvolta potendo desumenrsi la volontà anche da facta concludentia. Il caso Englaro è emblematico, addirittura qui si parla del fine vita, cioè di un non trattamento che porterà sicuramente alla morte e siccome si tratta di diritti personalissimi puri, non si ammettono forme di rappresentanza, al più potendo esserci un nuncius. Proprio il nuncius può essere uno dei mezzi per valutare quegli elementi indiziari desumibili dallo stile di vita, dalla personalità, dai convincimenti che corrispondono al modo di concepire l’idea di dignità della persona, prima di cadere nello stato d’incoscienza. Si parla allora di tutela della dignità come valore fondamentale anche con riferimento alla vita da continuare o da non portare avanti. Quindi qual è il principio di diritto emanato dalla Cassazione che viene dettato alla Corte d’Appello? La Cassazione infatti cassava e rinviava ad una nuova sezione della Corte d’Appello alla quale dava il principio di diritto che doveva essere attuato (la Cassazione non valuta il merito, quindi non poteva valutare se nel caso concreto, Englaro avesse espresso durante la sua vita prima dello stato d’incoscienza quel tipo di concezione di dignità della persona che avrebbe potuto comportare l’interruzione dei trattamenti). Quindi la Cassazione enuclea un principio di diritto rinviando, non alla sezione di Milano che aveva già negato l’autorizzazione, ma ad altra sezione indicando i seguenti criteri:

Ove il malato giaccia da moltissimi anni (nel caso in questione oltre 15 anni, e qui il tempo non è assolutamente un elemento secondario ma rientra tra i principi di diritto. Si pensi all’art. 6 CEDU sul giusto processo, la celerità in talune ipotesi può essere violazione diretta di un principio della Convenzione), nella specie oltre 15 in stato vegetativo permanente con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino naso-gastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione, su richiesta del tutore che la rappresenta e nel contraddittorio con il curatore speciale (c’è il curatore speciale a causa di un potenziale conflitto d’interessi che si potrebbe generare, in quanto il tutore è il padre e poiché anche la madre era morta vi potevano essere interessi successori confliggenti) il giudice può autorizzare di disattivare tale presidio sanitario fatta salva l’applicazione di misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente unicamente in presenza dei seguenti presupposti:

quando la condizione di stato vegetativo sia in base ad un rigoroso apprezzamento clinico irreversibile e non via sia alcun fondamento medico secondo gli standard scientifici conosciuti a livello internazionale che lasci supporre la benché minima possibilità di una seppur flebile recupero della coscienza e di ritorno alla percezione del mondo esterno, sempre che tale istanza sia realmente espressiva in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti della voce del paziente medesimo, tratta da precedenti dichiarazioni, dalla sua personalità, stile di vita ecc.ecc. , corrispondenti al suo modo di concepire l’idea di dignità della persona, prima di cadere nello stato d’incoscienza. Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista il giudice deve negare l’autorizzazione dovendo essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dallo stato di salute, di autonomia e di capacità d’intendere e di volere del soggetto interessato e della percezione che ha o possa avere della qualità della vita stessa”. Quindi cosa richiede? Quali sono i requisiti che possono consentire ad una persona che si trovi in uno stato d’incapacità d’intendere e di volere di non essere sottoposta alla continuazione o inizio di trattamento sanitario? Quando il medico non rischia un procedimento penale? E se dovesse sussistere uno stato di necessità? Si pensi ad un medico che chiede difesa perché si è trovato in una situazione di questo genere oppure in quella del testimone di Geova che in quanto tale, in ossequio al proprio credo, non accetta trasfusioni? In questa ipotesi ci si chiede quando i medici potrebbero intervenire senza essere puniti per il reato conseguente al trattamento senza il consenso? Si faccia per esempio l’ipotesi di un’operazione nella quale, a causa di un evento non preventivabile, per una malformazione eccezionale non valutabile prima ma solo a seguito dell’apertura, si renda necessari una trasfusione di sangue e il paziente, Testimone di Geova, sottoposto ad intervento abbia lasciato precedenti dichiarazioni di rifiuto. Ovviamente, trovandosi nel corso dell’operazione, il medico non può interrogarlo circa il suo consenso attuale alla trasfusione. Dunque il medico potrà comunque procedere alla trasfusione proprio grazie allo stato di necessità, e sarà esonerato da responsabilità. Per capire meglio occorre richiamare la lezione sul negozio esistenziale: il consenso deve essere dato ab origine sui trattamenti, sulle alternative, però può succedere che durante la prosecuzione del rapporto subentrino delle modifiche, cioè a seguito dell’accertamento può darsi che invece che A debba farsi B, e allora se il paziente è in piena attività ci si reca nuovamente dal paziente, lo si informa sul nuovo stato di cose e lo s’interroga su come intende procedere. Se invece il paziente si trova in uno stato d’incoscienza o è soggetto ad anestesia durante il corso dell’operazione chirurgica, c’è lo stato di necessità, e non c’è la possibilità di chiedere al paziente un nuovo consenso per ragioni di urgenza e allora non si può imputare nulla al medico.

 

Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento

L’analisi della tematica del consenso informato e delle disposizioni anticipate di trattamento principia dal disegno di legge che è in discussione in Parlamento, che è la sintesi di tutti i progetti aventi ad oggetto la medesima disciplina. Sul sito del Parlamento oltre al progetto di legge ci sono tutta una serie di documenti che sono serviti alle varie commissioni per esaminare le diverse questioni e vi si trova anche una sintesi della legislazione dei vari paesi dell’Unione Europea sul discorso delle disposizioni di fine vita e del suicidio assistito. Le commissioni procedono prima attraverso lo studio di ciò che avviene negli altri paesi e poi si procede delineando gli scenari futuri per il nostro paese.

 

L’evoluzione normativa: i principi della riforma

Partendo dal testo unificato della Commissione titolato Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento balza subito all’occhio che l’articolo 1 stabilisce il rispetto degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione. Ci si chiede allora il perché di questo richiamo? La sentenza 438 della Corte Costituzionale metteva in luce l’esistenza da un lato del principio di tutela della salute umana di cui all’art 32 Cost., dall'altro delineava un concetto e un principio autonomo di autodeterminazione attraverso la lettura combinata degli artt. 2 e 13 della Cost. Quindi qui in apertura si fa riferimento a questi articoli e poi agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che tutela la vita e la salute dell’individuo e stabilisce le modalità attraverso le quali il trattamento può dirsi lecito. Cosa manca allora? Manca il richiamo all’art 2 e 8 della CEDU, la Corte Costituzionale a partire dal 2007 con le sentenze 348 e 349 ha interpretato il ruolo e la portata della CEDU alla luce dell’art 117 primo comma novellato della Costituzione. Allora si richiama solo la Carta di Nizza che è una normativa parificata ai trattati dell’Ue e non si fa riferimento anche ai principi della CEDU? Se si richiamano le une, dovrebbero richiamarsi anche le altre. Oppure sarebbe bastato il semplice richiamo della Costituzione giacché le altre norme concorrono ad integrare i principi costituzionali quali fonti sub-costituzionali. Laddove invece si fa riferimento autonomo agli articoli della Carta di Nizza sarebbe stato opportuno richiamare anche i principi della CEDU.

 

La posizione della Corte Costituzionale. La centralità del principio di autodeterminazione

È interessante leggere il parere della prima commissione permanente che è quella “Affari costituzionali” ove si richiama proprio, con riferimento al principio di autodeterminazione e salute, la sentenza 438/2008 della Corte Costituzionale. Anche in quella sentenza che aveva ad oggetto sostanze psicotrope per i minorenni si delinea questo concetto autonomo di autodeterminazione rispetto alla tutela della salute. Più specificamente la sentenza aveva ad oggetto una normativa regionale che prevedeva la modalità di erogazione di sostanze psicotrope per minorenni e appunto metteva in luce questo principio di autodeterminazione anche con riferimento ai minorenni. Questa prima commissione nel suo parere richiama, ancora, la sentenza 262/2016 nella quale la Corte Costituzionale sancisce che per quanto riguarda questa normativa (e fa riferimento alla incidenza su aspetti essenziali dell’identità e dell’integrità della persona così come in tema di volontà relativa ai trattamenti sanitari o donazione degli organi) è necessaria una disciplina uniforme a livello nazionale, per cui è necessario un intervento del legislatore nazionale e non di quello regionale. Dunque questa commissione cita due sentenze della Corte Costituzionale: la 438/2008, fondamentale, è la prima sentenza nella quale la Corte Costituzionale crea e ritiene sussistere un principio di autodeterminazione autonomo rispetto alla tutela della salute.

 

Il testo della riforma: analisi e criticità. Il consenso informato

Articolo 1

(Consenso informato)

  1. La presente legge, nel rispetto dei princìpi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, tutela la vita e la salute dell'individuo e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.

(si richiede il consenso però ci sono delle deroghe, cioè ipotesi nelle quali non viene richiesto un consenso espresso direttamente dal paziente)

  1. È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato nel quale si incontrano l'autonomia decisionale del paziente e la competenza, l'autonomia professionale e la responsabilità del medico. In tale relazione sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell'unione civile o il convivente ovvero una persona di sua fiducia.

(la relazione s’instaura tra medico e paziente è una relazione fiduciale che prevede uno scambio bilaterale. Il rapporto non è solo bilaterale ma può essere esteso ad una parte che lo stesso paziente coinvolge e che può essere un familiare o anche una persona estranea.)

  1. Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell'eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell'accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. Può rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni ovvero indicare i familiari o una persona di sua fiducia incaricati di ricevere le informazioni in sua vece. Il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l'eventuale indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

(Ogni persona ha il diritto di conoscere ovvero di rifiutare in tutto in parte di ricevere le informazioni ed eventualmente ha la possibilità di designare un terzo al quale verranno date le informazioni)

  1. Il consenso informato è espresso in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentono alla persona con disabilità di comunicare. Il consenso informato, in qualunque forma espresso, è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

(Il consenso deve essere dato dal paziente il quale però può rinunciare ad avere l’informativa. In questo caso chi dà il consenso? Se si parte dal primo comma, questo stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge. Tra questi vi è anche il caso del soggetto che rifiuta di avere informazioni. Ma se rifiuta di avere informazioni e ci sono diverse terapie che si possono avere, chi sceglie? E se non indica nessuno? A tali domande si risponderà nel prosieguo)

  1. Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, con le stesse forme di cui al comma 4, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali. Ferma restando la possibilità per il paziente di modificare la propria volontà, l'accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

(Chi può rifiutare o dare il consenso? Il maggiorenne capace d’intendere e di volere, quindi si esclude il minorenne)

  1. Il rifiuto del trattamento sanitario indicato dal medico o la rinuncia al medesimo non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38.

(Si può rifiutare l’intervento però le cure palliative, antidolore o l’essere seguito dal medico di famiglia non possono venire meno).

  1. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali.

(In questo articolo il legislatore non ha fatto altro che recepire quello che avviene in via giurisprudenziale. Si ricordi l’esonero della responsabilità nel caso del testimone di Geova. E anche laddove, nei trattamenti alternativi, si dice che il consenso deve essere libero e informato, cioè deve essere portato a conoscenza in termini chiari e comprensibili e deve essere aggiornato continuamente. non vale il consenso dato ab origine.)

  1. Nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico assicura l'assistenza sanitaria indispensabile, ove possibile nel rispetto della volontà del paziente.

(Si tratta dello stato di necessità, articolo 54 cp. Qui il legislatore non ha aggiunto nulla rispetto a quello che già avviene limitandosi a recepire la prassi operativa dei tribunali.

  1. Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura.

(A proposito del tempo, qui è la prima volta che appare in un testo legislativo il tempo come elemento di cura, stiamo parlando, cioè, del diritto ad avere tutela in tempi rapidi. La rapidità, la prontezza dell’intervento poi viene valutata in relazione al caso concreto. Tutto questo lo si è già visto con riferimento al problema dell’affidamento dei minori, ed in questo caso dice la Corte che il tempo, la celerità, rientra tra i diritti del minore. Si tratta della prima volta in cui il tempo rileva giuridicamente addirittura come tempo di cura nell’ambito dell’art 1 di questo progetto di legge)

  1. Ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei princìpi di cui alla presente legge, assicurando l'informazione necessaria ai pazienti e l'adeguata formazione del personale.

 

I casi tipici nei quali il consenso libero e informato non è richiesto

Adesso ci si deve porre il problema di capire quali sono i casi, espressamente previsti dalla legge, nei quali non è richiesto il consenso libero e informato della persona interessata. Un primo caso si può trarre in via interpretativa da questo articolo 1, ossia i casi in cui il paziente medesimo dichiara di non voler essere informato, infatti se non vuole essere informato non può poi dare un consenso informato. Si tratta dunque di un’ipotesi per la quale il legislatore ha già preso in considerazione la possibilità di non erogare un’informativa e di non richiedere il consenso.

Nell’art 2 si trovano altri elementi e qui il legislatore adopera sempre, come in alcune leggi speciali, il richiamo a “quanto espressamente previsto dalla legge”, quindi non consente la possibilità di desumerlo in via interpretativa. Sarebbe invece opportuno non mettere mai una clausola di questo tipo. Facciamo un esempio, se si prende la legge 76/2016, il comma 20 prevede che per le unioni civili non si applicano le disposizioni del codice civile che non siano espressamente richiamate e il legislatore non richiama talune disposizioni fondamentali. Se invece il legislatore, molto più utilmente, avesse detto che si applicano le disposizioni del codice civile compatibili e in linea con i principi costituzionali avrebbe lasciato all’interprete la possibilità, laddove c’è una dimenticanza, di colmarla in via interpretativa. Ci si può comunque arrivare, l’interpretazione di una legge ordinaria dello Stato deve essere conforme a Costituzione, quindi “quell’espressamente” non può superare l’illegittimità costituzionale e allora l’interprete può comunque fare in modo di aggirare quella tipizzazione dei richiami fatta dal legislatore qualora il mancato richiamo ad una norma del codice civile porti ad una discriminazione, cioè ad una violazione del principio di eguaglianza. Se il legislatore mette dei paletti sempre così rigidi poi crea dei problemi interpretativi e allora o si lascia all’interprete la possibilità d’interpretare non letteralmente le disposizioni, o sollevare la questione di legittimità costituzionale può comportare una lungaggine notevole in casi di discriminazione già verificatesi. Invece di dire “espressamente” allora forse avrebbe potuto dire “casi nei quali non è necessario il consenso informato”, quindi non necessariamente tipizzare le fattispecie, ad esempio, come si è visto nel caso Englaro con riferimento al consenso alla cessazione del trattamento sanitario che teneva in vita la ragazza, la Cassazione ha sancito che il consenso poteva essere desunto non espressamente. Allora se questa legge fosse in vigore quella possibilità potrebbe non essere più ammessa. Poi però c'è la legge 76/2016 che dice che anche il testimone può contribuire come forma e se vi è tipizzazione da parte del legislatore si creano dei problemi interpretativi, cioè tra conviventi vale il discorso del testimone e tra coniugati o uniti civili non vale? Anzi per gli altri vale la necessità del consenso espresso o per iscritto o attraverso videoregistrazione se non riesce ad esprimersi attraverso la scrittura. Dunque il legislatore non dovrebbe usare queste espressioni rigide o tipizzazioni. Forse invece che la tecnica regolamentare, la tecnica per principi potrebbe servire maggiormente, il principio da modo poi all’interprete di far evolvere la normativa.

 

L’asimmetria informativa tra medico e paziente: possibili soluzioni

A questo punto una domanda sorge spontanea, vale a dire come pensa il legislatore di risolvere il problema dell’asimmetria informativa tra medico e paziente. A tal proposito bisogna rilevare che la normativa prevede che il linguaggio debba essere comprensibile, non in astratto, ma in concreto per quel paziente. Quindi il medico deve spogliarsi del tecnicismo e cercare di far capire con termini che possono non essere tecnici cosa succederà al paziente, quali sono le sue possibilità alternative, quali sono le sue possibilità di guarigione. Si pensi ora al modulo attraverso il quale il medico ottiene generalmente il consenso informato del paziente, ebbene tale modulo non può essere costituito da un prestampato poiché i medici devono avere modo di parlare e di farsi capire. Cioè quel modo di scrivere può essere chiaro per una persona ma non per un’altra. Quando il paziente è il minore occorre ascoltare anche il minore, laddove questo sia possibile e in relazione al caso concreto. Anche con riferimento al matrimonio del minore, mentre prima si diceva che i genitori dovevano dare il consenso, oggi invece i genitori devono essere semplicemente sentiti. Nel caso dell’interruzione di gravidanza della minore, non si sentono nemmeno i genitori. Allora in un sistema che si evolve come si fa a basare il consenso solo sulla dichiarazione scritta di chi esercita la responsabilità genitoriale? Nell’eventuale difesa di un minore in un processo uno dei punti su cui basarsi è proprio il suo mancato coinvolgimento con riferimento al consenso. Occorre quindi creare dei fac-simile in astratto avendo ben presente che non sempre quel prestampato in astratto può servire ad esonerare da responsabilità e se ci sono minori la capacità di discernimento è un dato fondamentale; proprio rispetto alla capacità di discernimento le strutture sanitarie possono avvalersi del personale esperto di cui dispongono, come gli psicologi. Il minore se è capace di discernimento deve essere informato e coinvolto.

 

Il consenso informato del minore e dell’incapace

Articolo 2

(Minori e incapaci)

  1. Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore tenendo conto della volontà della persona del minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore.
  2. Il consenso informato della persona interdetta ai sensi dell’art 414 del codice civile è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l’interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona.
  3. Il consenso informato della persona inabilitata è espresso o rifiutato dalla medesima persona inabilitata e dal curatore. Nel caso in cui sia stato nominato un amministratore di sostegno la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità d’intendere e di volere.
  4. Nel caso in cui il rappresentante legale della persona minore o interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT) di cui all’art 3, rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.

Bisogna considerare che ab origine la disciplina sull’interdizione non prevedeva l’ascolto dell’interdicendo e proprio la mancata previsione dell’ascolto è stata dichiarata incostituzionale, faceva venire meno il diritto al contraddittorio.

Con riferimento al minore la valutazione da parte del medico è molto complessa. Nel primo comma appunto si dice che il consenso è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale, ma nel parere della Commissione invece si evidenzia come sia più necessario che si preveda espressamente un diritto all’ascolto del minore. L’ascolto deve essere modulato in base alla situazione concreta, l’ascolto dell’interdetto non può essere uguale a quello dell’inabilitato o a quello del minore. Non si può cioè ragionare in astratto con regole rigide. Per esempio con riferimento al solo interdetto, siamo sicuri che ogni interdetto non può comprendere? No! Pensiamo al beneficiario dell’amministrazione di sostegno, potrebbe semplicemente trattarsi di soggetto che ha difficoltà a deambulare in quanto non si richiede una menomazione psichica ma anche fisica e allora, se si tratta di persona che ha difficoltà a deambulare, non potrebbe esprimere un consenso? Se anche il soggetto in questione ha difficoltà a parlare ci sono comunque delle possibilità alternative. Quindi non si può dire in astratto chi deve esprimere il consenso. Anche con riferimento all’inabilitato, se l’inabilitato è un prodigo che senso ha dire che deve essere coadiuvato da un curatore? E sappiamo che l’inabilitazione nasce per la tutela del patrimonio. Diverso è il caso di soggetto che fa uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, infatti in questo caso l’aiuto è necessario.

Ma è sufficiente solo l’ascolto? La Commissione mette in luce un altro aspetto, sostiene che bisogna avere l’accortezza di non provocare danni al minore dal momento che, informandolo del proprio stato di salute, si potrebbe incorrere in un danno per il medesimo. E questo lo dice già la Cassazione che appunto stabilisce che è nullo il provvedimento giurisdizionale se non è stato ascoltato il minore, salvo che il giudice non motivi il non ascolto nell’interesse preminente del minore.

Nel caso dell’interdetto si parla di ascolto “ove possibile”, dunque non sempre. Nel caso del minore non si dice “sentito o ascoltato il minore” ma c’è scritto “tenendo conto della volontà”, il consenso viene dato dai genitori tenendo conto della volontà ma in relazione all’età e al grado di maturità.

Nel caso dell’inabilitato è la stessa persona inabilitata con il curatore ad esprimere il consenso. Se si legge la disciplina codicistica si parla di atti di ordinaria o straordinaria amministrazione, ma questa distinzione non riguarda le situazioni esistenziali ma le situazioni patrimoniali, tant’è che l’inabilitato può contrarre matrimonio e può effettuare il riconoscimento del figlio naturale. E allora qui per l’inabilitato si prevede sempre in generale e in astratto l’espressione del consenso da parte dell’inabilitato e del curatore? Cioè, se l’inabilitazione è un provvedimento che ha carattere patrimoniale, tanto che la distinzione che si fa è tra atti patrimoniali di ordinaria e straordinaria amministrazione, allora come si giustifica la previsione dell’espressione del consenso anche del curatore con riferimento al tema che stiamo trattando? non può esprimere da solo il consenso? Occorrerebbe una disposizione che modifichi tale stato di cose. Ad esempio il legislatore nella legge 76/2016 sul contratto di convivenza sancisce che se il contratto di convivenza (quello di ordine patrimoniale ed esistenziale che possono porre in essere i conviventi) è redatto da un minore è nullo; adesso sappiamo che non avere la maggiore età incide sulla possibilità di annullare il contratto ma non sulla nullità. Allora anche qui, il consenso del solo inabilitato, se si tratta di una cura, non è sufficiente e invece occorre anche quello del curatore? Occorrerebbe, invece, valutare in concreto la necessità di partecipazione del curatore. Cioè la partecipazione del curatore dovrebbe essere considerata come un’integrazione nel momento in cui la persona non riesce da sola. Quindi non sempre dovrebbe essere necessaria la partecipazione del curatore, ci si trova infatti nell’ambito esistenziale. Si pensi ad esempio al soggetto inabilitato prodigo, questo non può incidere anche sulla sua capacità in ordine alla scelta della cura.

 

Le disposizioni anticipate di trattamento e pianificazione condivisa delle cure

Articolo 3

(Disposizioni anticipate di trattamento)

  1. Ogni persona maggiorenne e capace d’intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può attraverso le DAT, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Indica altresì una persona di sua fiducia, di seguito denominata fiduciario, che ne faccia le veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.
  2. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace d’intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo, che è allegato alle DAT. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto, che è comunicato al disponente.
  3. L’incarico del fiduciario può essere revocato dal disponente in qualsiasi momento, con le stesse modalità previste per la nomina e senza obbligo di motivazione.
  4. Nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle convinzioni e alle preferenze del disponente. In caso di necessità il giudice tutelare provvede alla nomina di un fiduciario o investe dei relativi compiti l’amministratore di sostegno, ascoltando nel procedimento il coniuge o la parte dell’unione civile o, in mancanza, i figli o, in mancanza, gli ascendenti.
  5. Fermo restando quanto previsto dal comma 7 dell’art 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Nel caso di conflitto tra il fiduciario e il medico, si procede ai sensi di quanto previsto nel comma 4.
  6. Le DAT devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata. Sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le DAT possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentono alla persona con disabilità di comunicare. Con le medesime forme esse sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.
  7. Le regioni che adottano modalità telematiche di gestione della cartella clinica o il fascicolo sanitario elettronico o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio Sanitario Nazionale possono, con proprio atto, regolamentare la raccolta di copia delle DAT, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.
  8. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT in base alla presente legge.

Articolo 4

(Pianificazione condivisa delle cure)

  1. Nella relazione tra medico e paziente di cui all’articolo 1, comma 2, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica o invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione d’incapacità.
  2. Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di sua fiducia sono adeguatamente informati, ai sensi dell’art 1, comma 3, in particolare a proposito del possibile evolversi della patologia in atto, di quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità di vita, delle possibilità cliniche d’intervenire, delle cure palliative.

Qui è la prima volta che si parla del convivente, nelle altre disposizioni si fa riferimento solo al coniuge o alla parte dell’unione civile.

  1. Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico, ai sensi del comma 2, e i propri intendimenti per il futuro, compresa l’eventuale indicazione di un fiduciario.
  2. Il consenso del paziente e l’eventuale indicazione di un fiduciario, di cui al comma 3, sono espressi in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentono alla persona con disabilità di comunicare e sono inseriti nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. L’atto di pianificazione delle cure può essere sempre modificato su richiesta del paziente, con le stesse forme di cui al periodo precedente.
  3. Per quanto riguarda gli aspetti non espressamente disciplinati dal presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 3.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 12

 

IL RICORSO ALLACORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO.

Dott. Paolo Cancemi, Giurista presso la Corte dei diritti dell’uomo

 

Dall’1 novembre del 2011, con l’entrata in vigore del Protocollo n.11, abbiamo un sistema con una Corte unica e permanente con sede a Strasburgo. Fino alla fine dell’ottobre del 1998 esisteva un sistema basato su due organi: un organo filtro chiamato Commissione europea dei diritti dell’uomo e un organo che possiamo definire di ultima istanza che assomiglia più all’attuale Grande Camera, che era la Corte Europea. Nel luglio del ’90, l’unico giurista presente nella Cancelleria della Corte europea non riusciva a far fronte ai 19 casi sottoposti alla sua attenzione. Fino al ’98 la Corte era adita da pochissimi ricorrenti, i casi italiani si contavano sulle dita delle mani ma già nel ’90 l’organo filtro fu investito da casi seriali e fu proprio l’Italia che cominciò ad ingolfare il sistema: il problema tipico italiano è la lungaggine del processo.

Furono gli avvocati campani a scoprire il sistema di Strasburgo e iniziarono ad inondare con ricorsi seriali di massa. Il sistema permetteva tutto ciò e all’epoca l’unica doglianza invocata era, sulla base della lungaggine del processo, la violazione dell’art.6 par.1 della Convenzione che garantisce il diritto ad un processo entro un termine ragionevole. Quindi la dichiarazione della violazione dell’art.6 comporta un risarcimento del danno, morale e materiale e, se lo giustifico, in più il rimborso delle spese. Si apre quindi questa porta a Strasburgo e il sistema comincia già ad ingolfarsi, la Commissione ha già migliaia di ricorsi. All’epoca non c’era il ricorso diretto dell’individuo, quindi del ricorrente, alla Corte. Il ricorrente poteva adire solo la Commissione ed era poi la stessa Commissione che poteva adire la Corte, nel caso in cui non ritenesse che il caso doveva essere deciso; altrimenti i casi portati davanti alla Corte andavano a finire davanti il Comitato dei Ministri, un organo misto, ibrido, che adottava poi una decisione.

Arrivando i primi 19 casi davanti la cancelleria della Corte, il panico è stato totale il sistema non poteva reggere. L’anno dopo si decide sui primi ricorsi con violazione dell’art.6 par.1 con risarcimento del danno; in Italia non esisteva un rimedio interno ed essendo il sistema basato sul principio di sussidiarietà, prima bisognava esperire il ricorso interno e poi in caso di insuccesso andare a Strasburgo. Nel nostro caso mancando un rimedio interno c’era ovviamente l’acceso diretto da parte dei ricorrenti a Strasburgo; ovviamente in questi casi non era necessario aspettare la fine della procedura nazionale: sul punto la giurisprudenza è chiarissima affermando che, se la lungaggine del processo è già eccessiva e dura da molto tempo, si può andare direttamente a Strasburgo senza attendere la fine della procedura nazionale. La cancelleria e gli Stati cominciano a pensare a un rimedio che interverrà poi diversi anni dopo, la modifica della Convenzione e l’introduzione di un protocollo furono molto lenti.

In seguito a questi 19 casi iniziano a pervenire moltissimi altri casi, non solo per l’Italia ma anche per altri Paesi. Entrò quindi in vigore il nuovo sistema previsto dal Protocollo n.11: mentre prima, per adire la Corte, era necessario che lo Stato convenuto avesse accettato il diritto del ricorso individuale, con il nuovo Protocollo n.11 non è più necessario. Ogni stato membro che quindi diventa membro del Consiglio d’Europa ratifica la Convenzione, riconosce il diritto del ricorso individuale. Questo fu un nuovo passo, e l’individuo fu posto così al centro del sistema. Prima era filtrato dalla Commissione mentre così ha l’accesso diretto. Non c’è più quindi possibilità di freno da parte della Commissione. Il sistema dunque cambia e non abbiamo più due organi semipermanenti, quindi i giudici della vecchia Corte e i commissari della vecchia Commissione si riuniscono a Strasburgo, solo per la Commissione una settimana ogni sei settimane, e per la Corte una settimana ogni quattro settimane.

Abbiamo quindi una nuova Corte ed è stabile a Strasburgo: i giudici vivono a Strasburgo e per ogni Stato c’è un giudice; quindi abbiamo 47 giudici, uno per ogni stato. La Cancelleria ha così un contatto diretto con i giudici, mentre prima bisognava organizzare delle riunioni e poi inviare tutti i documenti nelle rispettive sedi dei giudici. Prima la procedura era sempre pubblica nel senso che, mentre quella della Commissione era segreta, quella della vecchia Corte, era pubblica così come lo è quella dell’attuale Grande Camera.

Il problema dell’ingolfamento persisteva per l’Italia proprio per la mancanza di un rimedio interno. Essendoci la necessità di un rimedio, lo Stato italiano adotta una legge la c.d. Legge Pinto che entra in vigore nel 2011. La legge Pinto crea un rimedio interno e il ricorrente può andare davanti al giudice nazionale e chiedere il risarcimento del danno per le lungaggini processuali. L’effetto immediato fu la deflazione del contenzioso: l’obiettivo era quello che lo stato avesse i mezzi per risolvere la questione giuridica posta dal ricorrente quindi, prima di andare a Strasburgo, lo stato deve avere la possibilità di dare una risposta; se la risposta non soddisfa il ricorrente, questo dopo aver esperito i rimedi interni va a Strasburgo.

L’obiettivo della legge Pinto fu proprio quello di creare la possibilità per il ricorrente di adire il giudice nazionale ma allo stesso tempo iniziano a sorgere dei problemi. Da un lato, c’è sì la deflazione del contenzioso a Strasburgo, ma la Corte adatta immediatamente una decisione di inammissibilità. Fino a quel momento la giurisprudenza sul punto era molto chiara nel senso che quando uno stato adottava una via di ricorso interno il ricorso prima dell’entrata in vigore non veniva rigettato per mancato esaurimento delle vie del ricorso interno ma, veniva trattato ugualmente.

Con la Legge Pinto la Corte agisce in maniera diversa; adotta una decisione di ammissibilità per i ricorrenti (casoBrusco) avendo l’obbligo di esperire questo tipo di ricorso interno si dava all’Italia la possibilità di rimediare alla violazione dell’art.6. Il caso viene dichiarato inammissibile e dalla cancelleria venivano informati tutti i ricorrenti invitandoli ad adire le vie interne con il rischio in caso di rifiuto di essere eliminati con decisione di inammissibilità. L’effetto negativo in Italia è stato l’ingolfamento del sistema giudiziario anche se è un paradosso: si crea una via di ricorso interno per evitare di fare arrivare a Strasburgo ricorsi ripetitivi, seriali sul problema della lungaggine ma si sovraccarica nuovamente l’organo nazionale in particolare le Corti d’Appello (all’epoca la Corte di Cassazione rifiutava di occuparsene affermando che non rientrava nelle sue competenze il risarcimento del danno per le lungaggini processuali). Le cose cambieranno in seguito e la Corte di Cassazione diventerà competente. Il problema comunque si è spostato in Italia; si deflaziona a Strasburgo e purtroppo si caricano le Corti d’Appello e la Corte di Cassazione.

La Legge Pinto è stata modificata in seguito. Con le modifiche del 2012 e del 2013 sono stati modificati alcuni punti, in particolare bisogna chiudere il procedimento interno prima di chiedere il risarcimento del danno ma questo non è conforme alla prassi, alla giurisprudenza della Corte europea. Questi tipi di ricorsi sono già approdati a Strasburgo, ricorsi in cui i ricorrenti si lamentano dell’approccio delle Corti nazionali; gli stessi sono stati discussi e comunicati al Governo ma non ancora affrontati. In relazione sempre alla Legge Pinto il Governo ha completamente cambiato atteggiamento rispetto ad anni fa, che era quello di subire le violazioni e non utilizzare quelli che poi sono diventati i mezzi molto diffusi in tanti Governi, quelli che sono i Regolamenti amichevoli. Dal 2012 in poi è stato messo sui binari un paino di azione, in collaborazione con la cancelleria e il Governo, destinato ad eliminare e a chiudere in maniera non contenziosa i procedimenti. I ricorsi pendenti a Strasburgo non vertono più sulla durata del processo principale ma sul ritardo del pagamento dell’indennizzo Pinto. Quindi a Strasburgo oltre alla lungaggine del processo si aprì un altro fronte dopo la Legge Pinto in merito all’insufficienza dell’indennizzo ottenuto non conforme a quelli che erano gli standard della Corte europea. Questo piano d’azione ha dato i suoi frutti e moltissimi ricorsi sono stati chiusi con le dichiarazioni unilaterali con i Regolamenti amichevoli e adesso è stato preparato un secondo piano d’azione che dovrebbe chiudere quasi tutto il contenzioso di Legge Pinto. Su questi casi in realtà la Cancelleria lavora poco nel senso che si limita a proporre al Governo una proposta di Regolamento amichevole; la questione viene chiusa senza passare davanti alla formazione della Camera. Questo è dunque il nuovo atteggiamento del Governo italiano.

La Corte è composta da 47 giudici che lavorano in diverse formazioni di giudizio: la prima formazione è quella del giudice unico, questa figura non esisteva fino al 2010 ed è stato creato con il Protocollo n.14 che attribuisce la competenza a tale figura; prima del Protocollo n.14 la competenza era di tre giudici. Tutto questo per velocizzare e snellire il sistema per permettere che il sistema continui a vivere e ad essere più efficace. Prima formazione di giudizio è il giudice unico che si pronuncia sulla base dell’art.27 della Convenzione sui casi manifestamente inammissibili. Clausole di inammissibilità: Il giudice unico esamina quei casi registrati manifestamente infondati, ad esempio un ricorso che viene presentato oltre i termini dei 6 mesi dall’ultima decisione di sentenza definitiva. In questo caso non c’è alcun bisogno di far decidere il caso da parte di una formazione di tre giudici o dalla Camera; il ricorso è chiaramente infondato quindi non c’è necessità di esaminarlo nel merito. Casi in cui il ricorrente non ha esperito le vie di ricorso interne, quindi la domanda del il ricorrente che non esperisce le vie di ricorso Pinto sarà rigettata dal giudice unico.

Altra formazione di giudizio è il comitato dei tre giudici: in base all’art.28 della Convenzione il comitato dei tre giudici decide su casi che siano manifestamente inammissibili o anche casi che riguardano la giurisprudenza costante: ad esempio un caso di lungaggine del processo, un caso anche sull’equità civile dell’art.6 c.p. che sia comunque conforme alla giurisprudenza non viene trattato dall’organo grande Camera ma viene trattato da un comitato di tre giudici che devono però decidere ad unanimità. Quindi anche qui si tratta di un sistema con una forma di giudizio destinata a velocizzare l’esame dei casi ripetitivi e per i casi dove c’è giurisprudenza costante non è necessario che decida un organo di 7 giudici. È chiaro che con questi due organi già la maggior parte dei casi manifestamente infondati o comunque fondati ma ripetitivi vengono trattati in maniera molto più veloce; in questi casi trattati dal comitato con una procedura rapida che permette alla cancelleria di comunicare al Governo centinaia di ricorsi con un semplice quesito e in questo tipo di procedura che è scritta, non c’è udienza, il Governo può presentare osservazioni ma, siccome il punto di diritto ormai è deciso essendoci già giurisprudenza costante, molto spesso i Governi rinunciano alle memorie e viene adottato una decisone con una sentenza di condanna per violazione dell’articolo invocato dal ricorrente. L’altra formazione, quella successiva, la più importante, è la formazione del giudizio della Camera: con la formazione di 47 giudici la Corte lavora in 5 sezioni, più una sezione filtro. I casi italiani vengono trattati dalla prima Sezione dal Giudice Raimondi, quale presidente dalla Corte e membro della stessa. La formazione è di 7 giudici e i casi che vanno davanti alla Camera sono quelli che sono inammissibili ma per i quali non ci sono precedenti, quindi per i quali si può creare un precedente o è necessario crearlo, oppure i casi complessi quali ad esempio quelli relativi all’art.8, quelli dell’art.1 del Protocollo n.1, i casi dell’art.9, insomma i diritti sostanziali vengono trattati dalle Camere e la procedura davanti alla Camera è sempre una procedura scritta tranne in casi eccezionali nei quali viene tenuta anche un’udienza. Dal momento in cui un ricorso è registrato vengono chieste poi le istruzioni al giudice relatore e viene preparato dalla cancelleria un documento dove viene riportata la procedura, i fatti del caso, le doglianze del caso sollevate dal ricorrente e i quesiti. Il Governo da quando gli viene comunicato il ricorso ne viene a conoscenza e viene invitato ad esprimersi su dei quesiti. Si instaura da questo momento una procedura scritta, il Governo comunicherà poi le sue osservazioni alla parte ricorrente che ha diritto di replica e nella sua risposta dovrà anche pronunciarsi sulle relative richieste di risarcimento delle spese. Tutti questi documenti inviati al Governo e la fase della procedura scritta si chiudono quando il Governo può eventualmente rispondere e presentare osservazioni complementari e commentare le richieste di equo risarcimento della parte. In teoria il ricorso in questo momento è pronto per la decisione. In questa fase le parti non hanno più diritto di presentare nuove osservazioni ma hanno sempre l’obbligo di informare la cancelleria dell’evoluzione della procedura nazionale se sia ancora pendente e in questo momento il giurista responsabile del caso può preparare, su istruzioni del giudice relatore, un progetto di decisione di inammissibilità oppure di sentenza. La sentenza è costituita dalla procedura, dai fatti, dall’osservazioni delle parti e dall’osservazione dei principi di giurisprudenza della Corte in casi precedenti, e se non ce ne sono si creano, e viene così creato una bozza di documento, di sentenza che viene poi presentata dal giudice relatore alla formazione dei 7 giudici; vi è una riunione in Camera di Consiglio durante la quale viene esaminato un caso italiano, svizzero ecc. a seconda della formazione di una delle sezioni ed è in questo momento che la corte adotta una sentenze, una decisione di inammissibilità che viene poi comunicata in genere un mese dopo alle parti. Da questo momento, quindi dalla comunicazione della sentenza, dalla pronuncia che ha reso pubblica la sentenza alle parti scatta un termine di tre mesi per l’eventuale rinvio del caso davanti alla Grande Camera, quale ultima formazione di giudizio della Corte. La Grande Camera si riunisce di mercoledì e la procedura della medesima è sempre pubblica, nel senso che c’è sempre udienza ma prima della fase pubblica vi è sempre la fase scritta descritta precedentemente per i casi di Camera. Quindi se un caso viene rinviato in Grande Camera su richiesta di una delle parti, vi sarà quindi una nuova fase scritta, un’udienza pubblica e poi un lavoro di preparazione che è molto più complesso rispetto al caso Camera: la sentenza è più corposa, ci sono diverse fasi rispetto alle decisioni di Camera essendoci più fasi di esame della bozza di sentenza; la chiusura della procedura avviene con una sentenza definitiva, quella del Comitato immediatamente, quella della Camera se entro i tre mesi successivi alla pronuncia non viene chiesta l’accettazione di rinvio alla grande Camera, quelle della Grande Camera sono invece definitive immediatamente. Altra possibilità che un caso possa andare in Grande Camera è il caso in cui una Camera ritiene che quel caso lì sia talmente delicato, che ponga delle questioni nuove relative all’interpretazione della Convenzione, può informare le parti della sua intenzione di spogliarsi della competenza a favore della Grande Camera (art.30 della Convenzione). In questo caso le parti saranno informate della volontà e delle intenzioni della Camera di rinunciare a trattare il caso a favore della Grande Camera. Il fatto che una delle parti possa opporsi all’esame a favore della Grande Camera non inficia l’esame della stessa ritenendo che i motivi addotti da una delle parti non siano validi, quindi la Camera può non accettare e la questione andrà ugualmente in Grande Camera.

La cancelleria è formata da giuristi di diversa nazionalità e lavorano nelle diverse sezioni. Abbiamo 5 sezioni più una sezione filtro e i giuristi italiani sono collocati all’interno della prima sezione. La sezione filtro è stata creata nel 2010 ed è molto importante nella struttura della Corte, nel sistema della Corte è quella che appunto filtra i ricorsi. A partire dal 2010 sono state create delle divisioni filtro che sono chiamate ad esaminare tutti i ricorsi che arrivano a Strasburgo. Un ricorso di qualsiasi ricorrente, redatto tramite il formulario, ricevuto in cancelleria viene attribuito alla divisione italiana. I giuristi del filtro della prima sezione che si occupano di questi ricorsi, ricevono tutti i ricorsi italiani e devono innanzitutto vagliare il formulario di ricorso, redatto in base all’art.47 del Regolamento: cioè dal 2010 in poi chi vuole introdurre un ricorso a Strasburgo deve necessariamente presentarlo tramite questo documento che è l’unico documento ufficiale si può scaricare dal sito della Corte, compilarlo, salvarlo e poi spedirlo via posta. I giuristi del filtro ricevono questi documenti e devono innanzitutto vagliare se il documento è stato redatto in maniera completa quindi ci dovranno essere i dati del ricorrente, del suo rappresentante e poi una sezione che viene dedicata ai fatti dove in maniera succinta bisogna indicare i fatti del caso; un’altra sezione riguarda le doglianze cioè di cosa il ricorrente si lamenta ad esempio equità penale o civile, art.8, 9, 10ecc. ed indicare poi nella sezione successiva quelli che sono i rimedi presenti nel diritto interno e se sono stati esperiti; quindi per ogni singola doglianza il ricorrente deve indicare se ha esperito e quale rimedio interno ha esperito e nel caso in cui non lo avesse fatto deve indicare il motivo per cui non l’ha fatto. Poi vi è la sezione in cui, anche essa importante, il ricorrente deve indicare se ha già introdotto in precedenza un ricorso identico o vertente più o meno sullo stesso problema presso la Corte di Strasburgo. È successo nell’ambito dell’azione del piano Pinto: la Cancelleria si è accorta del fatto che alcuni ricorsi erano stati già introdotti dallo stesso ricorrente prima e l’avvocato non aveva informato la cancelleria e proprio per questo motivo sono stati dichiarati abusivi. Il formulario del ricorso deve essere completo in tutte le sue parti e deve essere poi corredato anche dei documenti ufficiali. Prima del 2010 il ricorrente poteva adire la Corte tramite una lettera e da questo momento la Cancelleria entrava in contatto con il ricorrente invitandolo a compilare il formulario di ricorso. Dal 2010 però c’è stata una modifica con la creazione del filtro e quindi l’obbligo di compilare il formulario di ricorso, quindi unico documento ufficiale con delle eccezioni legate alle particolarità dei casi, ad esempio se un ricorrente si lamenta del fatto di essere espulso da un paese edeve approdare in un paese dove potrebbe subire atti di tortura o trattamenti inumani può adire la Corte in virtù dell’art.39 del Regolamento, quindi in via d’urgenza, non necessariamente utilizzando il formulario, e allora la Corte esaminerà immediatamente, vaglierà la sua richiesta e la sottoporrà immediatamente a un giudice per la decisione sulla questione, quindi sul rischio paventato dal ricorrente. In questi casi la compilazione del formulario viene fatta successivamente e con la nuova prassi è possibile che qualora ci sia un rischio reale, qualora il ricorrente abbia dimostrato l’entità del rischio allora il caso viene immediatamente comunicato al Governo. Il Governo viene invitato immediatamente o a soprassedere all’espulsione o all’estradizione oppure a fornire informazioni che il ricorrente non è riuscito a presentare per un motivo o per un altro nel suo atto introduttivo.

L’importanza della sezione filtro è proprio questa: i giuristi del filtro vagliano prima questo documento. Se il documento non è completo, se ad esempio il ricorrente ha omesso di indicare i fatti o le doglianze o anche lo Stato convenuto, il formulario e quindi il ricorso non sarà registrato e non verrà iscritto a ruolo. Il ricorrente riceverà immediatamente una comunicazione nella quale la Cancelleria lo informa del fatto che il formulario e il ricorso non è stato registrato né sottoposto ad un organo di giudizio, giudice unico o comitato di giudizio della Grande Camera, per uno o più motivi dati che vengono specificati nella comunicazione. Non si tratta di una decisione di rigetto, non è una decisone adottata da un organo di giudizio ma dalla sezione filtro della Cancelleria e cioè quella che possiamo chiamare la chiusura amministrativa del fascicolo. I documenti non completi inviati dal ricorrente saranno così distrutti e non esisterà più nulla del ricorso. L’importanza dell’informazione del ricorrente sui motivi che non hanno permesso la registrazione del ricorso è che se lo stesso ricorrente è ancora nei termini, di sei mesi, può ancora ripresentare correttamente il ricorso.

La decisione del giudice unico. Quando il formulario invece è completo in tutte le sue parti, il giurista della sezione filtro farà una proposta a quello che viene chiamato il relatore non giudiziario, cioè un giurista, con una certa proposta all’interno della Cancelleria che lavora ed assiste il giudice unico. Se un caso è manifestamente infondato allora lo stesso viene proposto per il rigetto. Quindi il giurista redige una breve nota che viene sottoposta al giudice unico; quest’ultimo se è d’accordo con la proposta lo rigetta. Fino ad oggi le decisioni del giudice unico non sono motivate. In passato con il vecchio sistema le decisioni era motivate e pubbliche e la commissione comunicava la decisione motivata con fatti, doglianze e diritto indicando la decisione di inammissibilità alla parte e questa fase di decisione di inammissibilità veniva addirittura preceduta da una fase nella quale i giuristi della commissione informavano il ricorrente del fatto che quel ricorso era in applicazione della giurisprudenza chiaramente infondato ma, nonostante questo, la stragrande maggioranza dei ricorrenti chiedevano che la Commissione si pronunciasse. Nel vecchio sistema questa struttura poteva funzionare ma a partire dagli anni ’90 non fu più possibile. C’è stata una evoluzione e le parti non sono più state informate a partire dal 2010 dei motivi di rigetto. Siamo di fronte ad un paradosso la Corte spesso critica i giudici nazionali che non motivano i ricorsi con decisioni di rigetto e poi la Corte nella formazione del giudico unico non motiva, non rende pubblici i motivi di rigetto del ricorso. Gli stessi stati hanno invitato la Corte a riesaminare la questione e a comunicare nuovamente i motivi di rigetto del ricorso. Questo invito è stato accolto dalla Corte e la nuova procedura, quindi la motivazione del giudice unico sarà in vigore a breve. Ovviamente non si tratterà di quella che era la decisone motivata della Commissione o di una decisone di inammissibilità adottata dai tre giudici o dalla Corte di 7 giudici ma di una decisione comunque succinta nella quale saranno esposte le ragioni del rigetto da qui a breve.

 

10.1 Ricorso alla Corte di Strasburgo.

Sommario: art. 34(ricorsi individuali) e 35(condizioni di ricevibilità) CEDU, ricorso alla Corte di Strasburgo.

Chi è il soggetto legittimato a proporre un ricorso individuale?

La risposta a tale quesito è contenuta nell’art. 34 della Convenzione che così recita:

“la Corte può essere investita di un ricorso da parte di una persona fisica, un’organizzazione non governativa o un gruppo di privati che sostenga d’essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli. Le Alte Parti contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’esercizio effettivo di tale diritto”.

Alla luce del suddetto articolo, il primo step si sostanzia nel verificare se ricorrente è una persona fisica, un’organizzazione non governativa o un gruppo di privati.

Importanza fondamentale assume l’inciso “che sostenga d’essere vittima”.

Cosa significa nello specifico “essere vittima”? Semplicemente l’essere stato leso dalla violazione di un diritto sancito nell’ambito della Convenzione o dei Protocolli.

Ricorrente può essere una “vittima diretta” nel caso in cui subisca un danno, una lesione direttamente dalla violazione della Convenzione, ma anche, sulla base della giurisprudenza della Corte, una “vittima indiretta” (trattasi a tal uopo di soggetto avente un collegamento con la vittima vera e propria e che, per ragioni di vicinanza, spesso familiare, patisce a sua volta la lesione). Si è parlato di “vittima indiretta”, ad esempio, nel caso degli eredi; nell’ipotesi di decesso della vittima vera e propria, l’erede viene considerato legittimato a proporre un ricorso in quanto vittima indiretta.

L’ipotesi di “vittima indiretta” si è anche palesata nel caso del marito di una donna internata in un ospedale di cura intenzionato, quindi, a far valere le violazioni subite dalla restrizione delle libertà di costei.

Vittima può essere anche la cosiddetta “vittima potenziale”: si tratta di un soggetto che non ha subito una lesione, ma che dalla violazione di una determinata normativa statale potrebbe subirne una per violazione della Convenzione. Ad esempio, si è parlato di “vittima potenziale” in un caso risalente al 1988 in cui un soggetto, nello specifico un docente universitario omosessuale, adiva la Corte di Strasburgo in quanto la legislazione irlandese prevedeva sanzioni penali nei confronti di eventuali “manifestazioni di affetto” tra adulti dello stesso sesso. Il soggetto in questione, in realtà, non aveva mai tenuto questo tipo di comportamenti, ciò nonostante il ricorso si fondava sul suo poter essere “vittima potenziale”. La Corte, in relazione a tale caso, si espresse riconoscendo la qualità di vittima al ricorrente, specificando come questi non fosse incorso in alcuna violazione in quanto avesse mortificato la propria libertà, il proprio istinto nel comportarsi in un determinato modo; tuttavia, un suo differente atteggiamento avrebbe determinato, in quell’ordinamento giuridico, una conseguenza penale. Ritenuto configurabile il pregiudizio, venne riconosciuta la sua legittimazione in qualità di vittima potenziale.

Questi esaminati sono tutti elementi che nella stesura di una memoria a favore di un ricorrente è necessario tener ben presenti; in particolare, la mancanza della qualità di vittima per violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione potrebbe comportare un rigetto della domanda o, ancor prima, se sollevata nella fase antecedente, una irricevibilità della stessa.

Il ricorso, inoltre, non deve essere “abusivo” in quanto l’abusività rappresenta una condizione di irricevibilità dello stesso.

Cosa vuol dire “abusivo”? Lo specifica la Corte stessa (art. 35 CEDU) facendo una classificazione delle ipotesi di abuso, sottolineando come esso si configuri qualora il ricorso venga redatto con un linguaggio offensivo oppure quando i fatti narrati siano fatti travisati o volutamente travisati( fatti non veritieri oppure ricostruiti in modo da trarre in inganno la Corte).

Ulteriore elemento che potrebbe determinare l’irricevibilità del ricorso è l’anonimato; affinché possa esservi anonimato non è sufficiente che il ricorso non sia firmato in quanto, secondo la giurisprudenza della Corte, deve anche essere presente l’impossibilità, dall’esame della documentazione allegata e dall’esame del ricorso stesso, di procedere all’individuazione del soggetto leso.

Il ricorso, inoltre, non deve essere identico ad altro ricorso precedentemente proposto o esaminato dalla Corte: deve sussistere non solo identità in relazione alle parti, ma anche in relazione alle violazioni lamentate e alla domanda posta alla Corte stessa.

Qual è il termine per poter ricorrere? Il termine è di sei mesi riducibili a quattro. Esso decorre dal momento in cui è resa la decisione definitiva, cioè non più appellabile o ricorribile, non essendo necessario, precisa la Corte, che questa passi in giudicato; si va infatti ad esaminare un aspetto sostanziale, cioè si va a considerare il momento in cui il soggetto abbia preso conoscenza in maniera completa della decisione.

Altra condizione per la ricevibilità del ricorso è l’aver esperito tutti i rimedi interni di quell’ordinamento giuridico. Su questo principio sussiste una forte flessibilità nel senso che la Corte non va a guardare il dato formale, cioè se siano stati effettivamente esperiti tutti i rimedi interni; trattandosi di organo sussidiario e quindi non alternativo rispetto alla giurisdizione di un ordinamento giuridico, interviene soltanto nel momento in cui l’ordinamento stesso, attraverso le proprie istituzioni, non sia stato in grado di garantire tutela a quel determinato soggetto. In termini pratici, cosa comporta tutto questo? Ci sono stati dei casi in cui una decisione poteva a suo volta essere impugnata attraverso un determinato strumento, ma la Corte, avendo ritenuto che questo ulteriore strumento comunque non sarebbe stato idoneo a garantire tutela al ricorrente, è giunta alla conclusione che la decisione fosse ormai dotata di una assoluta definitività: motivo per cui era possibile e legittimo proporre ricorso.

 

Il problema che qui si poneva era una normativa interna che non prevedeva la possibilità per una coppia omosessuale di trascrivere l’atto di matrimonio registrato all’estero. Si tratta oggigiorno di un problema superato in virtù degli ultimi interventi legislativi( Legge 76/2016). Il ricorso elaborato dai partecipanti al premio dell Corte parte dal fatto(identificazione dei ricorrenti, descrizione del fatto stesso). Nel caso di specie si racconta di due uomini, Pedro e Marco che, sposatisi in Spagna, decidono di trasferirsi in Italia. Successivamente al trasferimento fanno richiesta di trascrizione dell’atto di matrimonio; tuttavia, tale domanda viene respinta essendo prevista nel DPR 396/2000 l’intrascrivibilità di atti contrari all’ordine pubblico interno. Pedro e Marco, attraverso i loro legali, decidono di ricorrere avverso tale decisione, ma sia il Tribunale ordinario che la Corte d’Appello di Roma che, per ultima, la Corte di Cassazione, non accolgono il ricorso da loro proposto. A questo punto decidono di adire la Corte di Strasburgo. Dopo l’indicazione del fatto, gli studenti, prima di tutte le altre argomentazioni, inseriscono le “questioni pregiudiziali”, cioè questioni di eventuale irricevibilità del ricorso: si procede,quindi, alla identificazione della legittimazione dei ricorrenti(Pedro e Marco sono legittimati a ricorrere alla Corte europea hanno subito una lesione consistente nella mancata trascrizione dell’atto di matrimonio formato all’estero, non risultando perciò “uniti in matrimonio”). Ciò comporta una lesione, in termini di effetti, anche della loro sfera privata, della loro libertà nella conduzione della vita familiare sancita dalla CEDU. Ulteriore profilo che viene superato è quello del previo esperimento di tutti i rimedi interni. Dopo aver fatto tutta questa serie di incisi sulla ricevibilità del ricorso, gli studenti si soffermano sulla qualità di vittima riprendendo il profilo della legittimazione attiva (sono vittime dirette in quanto la loro sfera privata è stata direttamente lesa da quel provvedimento di rigetto reso dall’Ufficio di Stato Civile di Roma).

A questo punto si entra nel merito della questione. Nel caso di specie i ricorrenti lamentano la violazione degli articoli8,12 e 14 della Convenzione: l’art. 8 sancisce come ciascun individuo abbia diritto non solo al rispetto delle propria vita privata, ma anche familiare. Si tratta di un diritto che può essere limitato soltanto in casi estremi, di assoluta gravità, in grado di giustificare una limitazione di questo tipo. Secondo i ricorrenti il diniego di trascrivere l’atto formato all’estero, in quanto soggetti dello stesso sesso, si commuta in una violazione del diritto alla vita familiare, nel diritto a formare una famiglia intesa come “formazione sociale”, a prescindere dal sesso.

Si palesa la violazione anche dell’art. 12 che sancisce il “diritto al matrimonio” in quanto, oramai, quando si parla di matrimonio inteso latu sensu come “vita familiare”, secondo tutta una serie di sentenze sia della Corte di Strasburgo che delle Corti proprie di alcuni ordinamenti giuridici europei, si prescinde dal concetto di uomo e di donna; perciò il richiamo all’uomo e alla donna come soggetti sessualmente diversi, in realtà, è un richiamo che deve essere letto in un’ottica evolutiva con riferimento a soggetti che possono essere anche del medesimo sesso.

Si evidenzia,infine, anche la violazione dell’art. 14 secondo cui i diritti sanciti dalla Convenzione non possono essere oggetto di discriminazione alcuna.

Nel ricorso viene poi richiamata una pronuncia della Corte costituzionale nella quale verrebbe ad essere individuato l’elemento evolutivo del concetto di famiglia, nell’ottica di uno sviluppo che prescinde dal concetto di matrimonio come inteso in precedenza; si richiama a tal proposito anche il diritto americano.

Il ricorso si conclude con le richieste formulate alla Corte europea di accertamento e dichiarazione della violazione ad opera del Comune di Roma, del Tribunale ordinario e della Corte d’Appello di Roma, nonché della Corte di Cassazione, degli articoli 8,12 in combinato disposto con l’art. 14 CEDU, e anche di condanna del Governo italiano al risarcimento del danno(N.B.: un qualsiasi ricorso non può prescindere dalla presenza di eventuali allegati fra cui pronunce che si ritiene abbiano leso i diritti dei ricorrenti).

La Corte europea, ricevuto il ricorso e fatta una preventiva istruttoria sulla sua ricevibilità, si rivolge al Governo italiano per chiedere osservazioni al riguardo. Lo stesso risponde per iscritto, tramite propri funzionari, prendendo posizioni su queste doglianze. Viene dato poi un termine di 10 giorni al ricorrente per potere fare,a sua volta, eventuali controdeduzioni.

 

N.B.: non c’è pubblica udienza dinanzi alla Corte, salvo che per determinati casi specifici molto complessi e di una certa rilevanza, trattasi ,perciò, di procedimento prevalentemente scritto; la qualità di vittima del ricorrente deve permanere per tutta la durata del procedimento pena l’immediata cancellazione della causa dal ruolo. Pensiamo a tal proposito al soggetto che ricorre dinanzi alla Corte Europea, ma che nel corso del procedimento venga meno: in questa ipotesi o gli eredi subentrano nella posizione del ricorrente,facendo valere la qualità di vittima indiretta, oppure, laddove si palesi una mancata partecipazione di vittime cosiddette indirette, la Corte non potrebbe far altro che disporre la cancellazione della causa dal ruolo.

Altra ipotesi di cancellazione potrebbe verificarsi nel caso in cui la Corte richieda un’integrazione documentata in tempi molto stretti e a ciò non si provveda palesandosi,così, una forma di disinteresse rispetto al giudizio. L’unica possibilità rimarrebbe la proposizione di un ricorso ex novo nel caso in cui emergano nuovi elementi: si tratta, tuttavia, di un’ipotesi di assoluta complessità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 13

IL DIRITTO ALL’IMMAGINE. RICOSTRUZIONE DEL CONTENUTO DEL DIRITTO ALLA LUCE DELLA GIURISPRUDENZA INTERNA E DELLA CORTE EDU

Dott.ssa Gabriella Cazzetta, Dottoranda presso l’Università degli Studi del Sannio

 

  1. I formanti normativi.

 

Secondo un approccio oggettivo, sostenuto da una parte minoritaria e più risalente della dottrina, il diritto all’immagine consisterebbe nel diritto alla tutela del proprio ritratto, inteso come bene giuridico a sé stante[156].

Assolutamente prevalente e preferibile è però la tesi che riconduce il diritto all’immagine nell’ambito dei diritti della personalità. Esso infatti è “un’espressione concreta, forse la più appariscente, della personalità[157].

Così inteso, è evidente che anche il diritto all’immagine riceve la copertura costituzionale dell’art. 2 Cost. laddove si riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

La natura immediatamente precettiva delle norme costituzionali[158] contente quindi di individuare nell’art. 2 Cost. il primo referente normativa per la tutela del diritto all’immagine quale diritto inviolabile della persona.

 

L’immagine, quale espressione più evidente della personalità umana nei rapporti con i terzi, rientra a pieno titolo nella tutela della vita privata e della sua riservatezza sancita dall’art. 8 CEDU.

 

Art. 10 del codice civile:

Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni”.

 

La norma non contiene una definizione del contenuto del diritto all’immagine. Essa si interessa esclusivamente del momento patologico in cui un soggetto subisca una lesione a causa della condotta di terzi che utilizzino la sua immagine fuori dai casi previsti dalla legge, ovvero secondo modalità pregiudizievoli del decoro o della reputazione della persona effigiata: in tali casi la tutela apprestata dal codice consiste in primo luogo nel diritto ad ottenere la cessazione della condotta lesiva altrui, e in secondo luogo nel diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

 

Dunque l’utilizzo da parte di terzi dell’immagine altrui non è vietato in via assoluta dall’ordinamento poiché:

 

Il riferimento è, innanzitutto, agli artt. 96 e 97 della Legge sul diritto d’autore (l. 22 aprile 1942, n. 633):

 

Art. 96: “Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell'articolo seguente”.

 

Art. 97: “Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico.

Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l'esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all'onore, alla riputazione od anche al decoro nella persona ritrattata.

 

Dunque, l’uso dell’immagine altrui è consentito nelle seguenti ipotesi:

 

 

L’immagine è, infatti, il mezzo di maggiore identificazione del soggetto nella realtà sociale, la sua rappresentazione più immediata nei rapporti con i terzi di modo che rientra certamente nel novero dei segni attraverso cui si esprime l’identità personale ai quali si rivolgono le tutele previste dal Codice della privacy.

 

Art. 4, comma 1, Cod. Privacy:

lett. a): “"trattamento", qualunque operazione o complesso di operazioni, effettuati anche senza l'ausilio di strumenti elettronici, concernenti la raccolta, la registrazione, l'organizzazione, la conservazione, la consultazione, l'elaborazione, la modificazione, la selezione, l'estrazione, il raffronto, l'utilizzo, l'interconnessione, il blocco, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati, anche se non registrati in una banca di dati”.

 

lett. b): “"dato personale", qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale”.

 

E così il considerando n. 14 della direttiva 95/46/CE, riconosce chiaramente la necessità di applicare anche all’immagine le tutela della privacy:

«la presente direttiva dovrebbe applicarsi al trattamento dei dati in forma di suoni e immagini relative a persone fisiche, vista la notevole evoluzione in corso nella società dell’informazione delle tecniche per captare, trasmettere, manipolare, registrare, conservare o comunicare siffatti dati».

 

Sull’estensione della tutela della privacy anche ai dati personali collegati all’immagine della persona v. Cass. 18 marzo 2008, n. 7261:

«La rivelazione dell'immagine di un imputato, costituendo un dato personale, deve ricevere un trattamento pari alla comunicazione delle generalità del medesimo, sicché, quando sia effettuata in relazione ad un fatto di interesse pubblico, va ritenuta essenziale all'espletamento del diritto di cronaca. (Principio enunciato in relazione ad un'ipotesi di annullamento del provvedimento inibitorio del Garante per la protezione dei dati personali, conseguente alla ritenuta inapplicabilità dell'art. 25 l. 31 dicembre 1996 n. 675, in materia di consenso al trattamento dei dati nell'attività di informazione, in caso di pubblicazione e diffusione su un quotidiano di un'immagine ritraente un indagato in stato di coercizione)».

 

  1. Il consenso dell’interessato alla diffusione della propria immagine

Si tratta di un negozio giuridico unilaterale a contenuto non patrimoniale in quanto riferito ad un diritto esistenziale della persona irrinunciabile ed inalienabile.

 

Non è richiesto il rispetto di una forma legale. Dunque, il consenso può manifestarsi anche oralmente e per fatti concludenti, purché emerga chiaramente la volontà del soggetto e la portata della sua autorizzazione.

Generalmente, all’atto della manifestazione del consenso l’interessato concorda le modalità ed i limiti entro cui la sua immagine può essere utilizzata, di modo che risulterà illegittimo un uso diverso rispetto a quello autorizzato.

Cass., 1 settembre 2008, n. 21995:

«Come ogni altra forma di consenso, anche quello all’utilizzazione del ritratto può contenere limiti, soggettivi, in relazione ai soggetti in favore dei quali è prestato, o oggettivi, in relazione alle modalità di divulgazione. È stato già osservato (Cass. n. 5175/1997) che il consenso alla pubblicazione su una o su determinate riviste, non consente la pubblicazione su riviste diverse da quelle autorizzate».

 

Il consenso può essere rilasciato sia a titolo gratuito che a titolo oneroso.

Per il caso in cui l’autorizzazione all’uso della propria immagine sia concessa in cambio di un corrispettivo ciò può far ritenere che il diritto all’immagine assuma una configurazione prettamente patrimoniale, in quanto diritto scambiato in ragione di un prezzo. Il tema rimane molto dibattuto in dottrina e giurisprudenza. Se non chè, una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. 29.1.2016, n. 1748 di cui infra).pone l’accento sulla natura esistenziale del diritto all’immagine che, pure laddove inserito nel contesto di una contrattazione ove sia previsto un corrispettivo, mantiene inalterata la sua vocazione di tratto essenziale della personalità umana tale per cui, anche in questa ipotesi, il negozio di autorizzazione all’uso della propria immagine deve comunque rimanere sottratto allo statuto tipico dei negozi a contenuto patrimoniale per conservare, invece, i tratti caratteristici dei negozi esistenziali.

 

Segue. I tratti dei negozi a contenuto non patrimoniale riscontrabili nell’atto di autorizzazione alla diffusione della propria immagine.

 

Il consenso deve essere:

•    pieno

•    mai presunto

•    attuale

•    spontaneo

•    consapevole

•    informato

 

È in gioco la dimensione più intima della persona di modo che sono inaccettabili discrepanze:

 

Dunque, se il soggetto effigiato dovesse avere un ripensamento rispetto alla autorizzazione inizialmente concessa ben può revocarla (il negozio, anche se a forma contrattuale, e quindi anche ove sia previsto un compenso, non è soggetto alla regola della irretrattabilità di cui all’art. 1372 c.c. valevole per i negozi a contenuto patrimoniale).

 

Il consenso all’uso della propria immagine è, quindi, sempre revocabile.

 

Tale è l’incidenza della natura esistenziale del diritto all’immagine sul regime giuridico dell’atto negoziale di manifestazione del consenso che la Cassazione ha ritenuto di fare salvo il diritto di recesso anche per il caso di contratto nel quale la concessione di diritti all’uso della propria immagine venga rilasciata a fronte di un corrispettivo. In questo caso, secondo la Corte, le istanze di tutela della controparte, giammai potendo ostacolare il ripensamento dell’interessato, trovano tutela soltanto obbligatoria attraverso il riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno patrimoniale.

 

Cass. 19.11.2008, n. 27506 e così la successiva Cass. 29.1.2016, n. 1748:

 

«Il consenso alla pubblicazione della propria immagine costituisce un negozio unilaterale avente ad oggetto non il diritto, personalissimo ed inalienabile, all'immagine, ma soltanto il suo esercizio; tale consenso, sebbene possa essere occasionalmente inserito in un contratto, da esso resta tuttavia distinto ed autonomo; con la conseguenza che è revocabile in ogni tempo e anche in difformità di quanto pattuito contrattualmente, salvo, in questo caso, il diritto dell'altra parte al risarcimento del danno»

 

Dunque:

 

  1. Le ragioni di interesse pubblico

In mancanza del consenso dell’interessato, la diffusione dell’immagine altrui è comunque consentita in presenza quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico (art. 97 legge diritto d’autore cit.).

 

Ebbene, secondo l’interpretazione prevalente, la norma richiede due tipi di valutazione:

In altri termini, non basta che il soggetto raffigurato sia noto, ma occorre che la diffusione della sua immagine sia giustificata da ragioni di interesse pubblico, dovendo prevale altrimenti il diritto alla sua riservatezza.

 

Diritto alla riservatezza e diritto di cronaca costituiscono quindi i due poli di una necessaria OPERAZIONE DI BILANCIAMENTO finalizzata, di volta in volta, a individuare la linea di confine tra il diritto di una persona - benché nota – alla privacy eil diritto di cronaca del terzo interessato a diffonderne l’immagine, cui si ricollega il diritto all’informazione della collettività.

 

Dunque l’art. 2 Cost., invocato a tutela del diritto all’immagine, trova inevitabilmente, il suo termine di raffronto nella norma di pari rango costituzionale dell’art. 21 Cost. ove si riconosce e tutela la libertà di stampa e, quindi, il diritto di cronaca.

 

Lo stesso ontologico conflitto tra diritto all’immagine e diritto di cronaca si riproduce nella CEDU e, segnatamente, nel raffronto tra tutela della vita privata di cui all’art. 8 e tutela della libertà di espressione di cui all’art. 10.

L’esigenza di un bilanciamento tra gli interessi in gioco emerge qui già sul piano letterale, ove si osservi che il comma 2 dell’art. 10 CEDU espressamente riconosce che l’esercizio della libertà di espressione “poiché comporta doveri e responsabilità,può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica,alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione diinformazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialitàdel potere giudiziario”.

 

Segue. Il bilanciamento tra diritto all’immagine e diritto di cronaca nella giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte di Strasburgo

 

Poiché entrambi i diritti sono tutelati da norme di rango costituzionale, è escluso che il problema del loro conflitto possa essere risolto attraverso il ricorso alla gerarchia delle fonti. Il problema è quindi quello delicatissimo del bilanciamento tra principi espressione massima di valori fondamentali consacrati dal sistema italo-comunitario delle fonti.

 

L’approccio consolidato della Corte di Strasburgo segue sostanzialmente due direttive:

 

Per l’enumerazione di questi criteri, v. in particolare, la sentenza 7.2.2012, ric. N. 39954/08, Axel SpringerAG c. Germania, par. 8995).

 

Alla luce di tali criteri la Corte Edu ha quindi adottato negli anni soluzioni molto diverse a seconda della declinazione che l’interesse alla riservatezza dell’effigiato ha assunto nella vicenda concreta rispetto al più generale interesse della collettività all’informazione.

 

Cartina di tornasole del modus operandi della Corte Edu può essere l’insieme delle pronunce riguardanti i rapporti tra la famiglia reale monegasca e la stampa.

 

Una priva vicenda ha visto in qualità di ricorrenti Carolina di Monaco e suo marito Ernst von Hannover: la Corte riscontra una violazione dell’art. 8 da parte dei giudici tedeschi che non avevano ritenuto responsabili della violazione della riservatezza della principessa di Monaco i giornalisti scandalistici autori della diffusione di fotografie che la rappresentavano in luoghi pubblici con i propri figli (Corte Edu 24.6.2004, ric. 59320/00, von Hannover n. 1, in Dir. inf. 2004, 835, è stata riconosciuta la violazione dell’art. 8 CEDU in riferimento alla violazione dell’obbligazione positiva degli Stati membri di proteggere la vita privata e il diritto all’immagine ai sensi della convenzione stessa, utilizzando il viatico del concetto di aspettativa legittima di tutela della privacy).

Nelle successive sentenze 7.2.2012, ricc. 40660/08 e 60641/08, von Hannover c. Germania (n. 2), par. 81, la Corte invece individua una violazione dell’art. 8 Conv. eur. dir. uomo nella pubblicazione di alcune fotografie ritraenti la Principessa Carolina di Monaco e suo marito in vacanza nella località sciistica di SaintMoritz mentre il padre, il principe Ranieri, affrontava una malattia. Evidentemente la prevalenza è attribuita al diritto di cronaca in quanto la notizia rispondeva all’interesse generale del principato di conoscere la condotta tenuta dai suoi regnanti in circostanze particolari come quella della malattia del re.

Così le successive decisioni 19.9.2013, ric. 8772/10, von Hannover c. Germania (n. 3), caso simile di foto ritraenti la principessa Carolina in vacanza con il marito, e 19.2.2015, ric. 53649/09, von Hannover c. Germania (n. 4) riguardante un caso in cui la società British American Tobacco aveva utilizzato il nome di battesimo del principe Hannover e richiamato l’episodio di una rissa nella quale egli era stato coinvolto per pubblicizzare una marca di sigarette. La Corte EDU, pur ritenendo che fosse stato fatto un uso illegittimo del nome del ricorrente e della sua immagine pubblica ha reputato prevalente la necessità di tutelare la libertà di espressione, in quanto la pubblicità non aveva utilizzato contenuti offensivi riprendendo l’episodio della rissa in chiave visibilmente umoristica.

Più recente la nota vicenda riguardante Alberto di Monaco (decisione Grande Camera 10 11,15, ric. 40454/07, Couderc e Hachette Filipacchi Associés c. Francia) e la pubblicazione sul periodico Paris Match dell’articolo “Alberto di Monaco: Alexander, il figlio segreto” nel quale la sig.ra Coste, di origine togolese, dichiarava di avere avuto una relazione con l’allora Principe dalla quale era nato un figlio. Il bambino era stato riconosciuto dal padre con atto notarile non rilasciato alla madre e, comunque, non pubblicamente. In particolare, l’articolo si completava di 5 fotografie ritraenti il Principe in compagnia della signora e del figlio Alexander.

La vicenda è emblematica del possibile contrasto tra diritto alla riservatezza e rilevanza pubblica della notizia giacché segnata dalla necessità di misurare l’incidenza di informazioni relative alla vita privata del principe sull’opinione pubblica del paese. Benché, infatti, la Costituzione monegasca impedisca ai figli nati fuori dal matrimonio di aspirare al trono, la diffusione della notizia aveva aperto un ampio dibattito sul tema della discriminazione fra figli legittimi e non, e su quello dell’integrazione tra etnie diverse.

Ebbene, proprio alla luce della portata della notizia e della riflessione sociale che essa aveva originata, la Grande Camera ha riscontrato la violazione della libertà di espressione da parte dello stato in quanto la notizia in questione era vera e di interesse per l’intera collettività. La Corte ha anche considerato il diritto della sig.ra Coste di esprimere il proprio pensiero e quello del minore al riconoscimento pubblico. La notizia inoltre, sebbene di taglio scandalistico, era stata diffusa nel rispetto del codice deontologico giornalistico.

 

Di là da queste esemplificazioni per la Corte di Strasburgo vale la seguente distinzione:

Mentre nell’ambito della stampa indirizzata a «soddisfare le tendenze voyeuristiche dei suoi lettori e [di] ricavare cospicui utili a cominciare dalle foto generalmente anodine che rappresentano alcuni personaggi noti nella loro vita quotidiana» (decisione 24.6.2004, ric. 59320/00, von Hannover (n. 1), cit., par. 44), sono legittime limitazioni della libertà di espressione mantenendo una certa prevalenza l’esercizio l’aspettativa di tutela della riservatezza dell’interessato; diversamente, è indiscutibile l’interesse generale sottostante al c.d. giornalismo d’inchiesta cui la Corte riconosce il ruolo di «public watchdog» della stampa e, quindi, una maggiore libertà anche nelle modalità di ricerca della notizia e di sua diffusione (decisione 7.2.2012, ricc. 40660/08 e 60641/08, von Hannover (n. 2), cit., par. 90).

 

Venendo ora all’approccio della Corte di Cassazione vale la pena porre in evidenza che, sebbene rimanga centrale l’interpretazione condivisa dalla Corte EDU del bilanciamento tra tutela della privacy e interesse generale della notizia che deve essere vera e diffusa con modalità adeguate al rispetto dell’onore e della reputazione della persona, da ultimo si assiste ad una chiara distinzione tra diritto di pubblicazione della notizia e diritto di diffusione delle immagini, secondo uno scarto che non sebra essere stato ancora colto a Strasburgo.

Nella recente sentenza 22.7.2015, n. 15360, preceduta dalla sentenza 6.6.2014, n. 12834, la Cassazione sottolinea infatti che:

«La presenza delle condizioni legittimanti l'esercizio del diritto di cronaca non implica, di per sé, la legittimità della pubblicazione o diffusione anche dell'immagine delle persone coinvolte, la cui liceità è subordinata, oltre che al rispetto delle prescrizioni contenute negli artt. 10 c.c., 96 e 97, della l. n. 633 del 1941, nonché dell'art. 137 del d.lgs. n. 196 del 2003 e dell'art. 8 del codice deontologico dei giornalisti, anche alla verifica in concreto della sussistenza di uno specifico ed autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata, nell'ottica della essenzialità di tale divulgazione ai fini della completezza e correttezza della informazione fornita. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, nel caso di un servizio televisivo realizzato mediante riprese occulte e concernente le pratiche ingannevoli perpetrate nel settore delle offerte di lavoro, aveva completamente pretermesso ogni accertamento di uno specifico interesse alla conoscenza dell'immagine del soggetto coinvolto, erroneamente presunto una volta ritenuto quello inerente alla divulgazione della notizia). (Cassa con rinvio, App. Milano, 30/06/2011)».

 

In questo senso, la Corte valorizza il disposto dell’art. 137 del Codice Privacy che L’art. 137 cod. Privacy che, pur non richiedendo il consenso dell’interessato al trattamento dei dati personali effettuato nell’esercizio della professione di giornalista, ancora la diffusione dei dati personali non al semplice presupposto dell’interesse pubblico ma a quello della essenzialità dell’informazione rispetto a dati di interesse pubblico. Così l’art. 8 cod. deont. dei giornalisti subordina la possibilità di pubblicare l’immagine altrui ai limiti dell’essenzialità dell’informazione e al rispetto della dignità umana.

 

Lo sforzo della nostra Corte di distinguere il profilo della notizia da quello dei dati personali (rectius immagine) delle persone coinvolte è un’occasione per ribadire l’importanza di un dialogo biunivoco tra corti interne e Corte EDU, in quanto comuni e svincolati dal dato della territorialità sono i diritti fondamentali dell’uomo contemplati dalla singole Carte Costituzionali e dalla Carta Europea dei diritti dell’Uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 14

 

QUESITI DEGLI STUDENTI ALGIUDICE VINCENT DE GAETANO

 

In data 10 maggio 2017 presso l’Università della Calabria, si è tenuta una videoconferenza, organizzata dalla Professoressa Giovanna Chiappetta, nella quale hanno partecipato e interagito gli studenti del corso di diritto civile. Ospite e controparte, in un dialogo che ha integrato gli estremi di una lectio magistralis vera e propria, è stato il giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Dottor. Vincent De Gaetano. I temi affrontati sono stati molteplici e variegati, si è disquisito di questioni giuridiche che, prima di essere tali, sono problematiche di vita, le quali si presentano nella realtà di tutti i giorni. La peculiarità dell’incontro non si è esaurita nella conoscenza di un esponente del mondo del diritto, nella specie dei diritti umani, ma nella capacità dello stesso non solo di cogliere l’attenzione, ma anche di condurre gli studenti a riflessioni che vanno oltre l’ordinaria metodica scolastica.

 

Quesito n.1

In qualità di membro della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, saprebbe illustrarci quale potrebbe essere la visione della stessa circa il momento in cui inizia la vita, e quindi la tutela ai sensi dell’art. 2 CEDU? Visione che potrebbe essere alla base di un ipotetico Statuto dell’Embrione in linea con i principi della Convenzione al fine di uniformare la tutela giuridica dello stesso, evitando che subisca un trattamento normativo differenziato in ragione del contesto giuridico e sociale nel quale questi viene ad esistenza.

(Quesito formulato da Francesca Falcone)

Risposta:

Il punto di partenza della Convenzione, l’anima della stessa, è proprio il diritto alla vita, il diritto della persona alla vita. Dal raffronto tra la CEDU e la Carta Europea dei diritti fondamentali, si può notare che al primo articolo si discorre non della persona umana, ma della dignità, che è diritto inviolabile e, come tale, va rispettato; è il successivo articolo, il secondo ad enucleare il diritto alla vita. La dignità umana va al di là della persona, nel senso ambivalente che segue: sia prima della vita stessa, sia dopo, cioè la morte.

 

Per definire giuridicamente il momento in cui ordinariamente inizia la vita, nonché, la sua tutela, il giudice ha preso le mosse dal diritto romano, e attraverso un excursus storico-giuridico ha ricordato come la tutela del nato inizi nel momento in cui questi viene ad esistenza, nel senso di vita indipendente rispetto a quella della madre, e cioè come distaccamento totale dal grembo materno. Questa è naturalmente la visione ordinaria. Significativo e toccante è l’esempio che riporta, che attiene ad una sua esperienza personale, durante un viaggio a Londra, nel quale rimane impressionato dalla freddezza con cui, per fini economici, ma anche culturali, vengono esposti nei musei, sempre molto affollati, quelli che, in realtà, rimangono, pur sempre, dei resti e delle spoglie umane. Se si rimane ancorati unicamente al concetto di persona, esclusivamente, senza dare rilievo separato e primario alla dignità umana, sorgeranno sempre problemi, non solo interpretativi, ma anche pratici, di vita. Nella sentenza R. contro Austria, nella sua opinione separata ma concordante, il giudice si è chiesto se il diritto di avere dei figli è un diritto assoluto, che oltrepassa qualsiasi altra considerazione, o se abbia dei suoi limiti, anche, naturali. La risposta cui tende la stessa opinione è di non riconoscere un diritto alla filiazione sempre e comunque, in quanto, in alcuni casi, dovrebbero avere rilievo anche altri interessi o altri diritti, come potrebbe essere quello alla dignità dell’embrione. Nella giurisprudenza della CEDU, la sentenza 26 maggio 2011 R.R. contro Polonia, nella quale si rileva l’opinione parzialmente dissenziente espressa dall’interlocutore, alla quale ha fatto riferimento la decisione della commissione (che esisteva prima della Corte di Strasburgo) e nel caso B.S. contro Germania. La commissione si è espressa nel senso di affermare quanto segue: “la gravidanza non si può dire che appartenga unicamente alla sfera della vita privata; quando una donna è incinta la sua vita privata diventa connessa intimamente con il feto che si sviluppa dentro di lei”, per poi collegarsi concettualmente a S. Tommaso d’Aquino, riportando la metafora della pianta: ‘’La Ghianda non è come l’albero, ma se uno ha a cuore l’albero dà ombra, bellezza, allora deve anche valorizzare la piccola ghianda che nasce dall’albero”. La questione non è tanto quella di modificare e alterare la CEDU, poiché questa ha lo scopo di garantire quel minimo di tutela, tenendo conto che chi ha firmato la Convenzione voleva evitare che si arrivasse ad una terza guerra mondiale. Posta una tutela, de minimis, dalla stessa Convenzione, è un potere ma anche dovere morale dello Stato di aumentare lo standard di tutela.

La lectio del giudice in riferimento al primo tema affrontato, termina con il concetto di Umanesimo, inteso come concezione secondo la quale l’Uomo è al centro di tutto, al centro di ogni studio storico, filosofico, giuridico. L’accezione, che il giudice sposa del concetto di Umanesimo, è l’idea di Uomo al centro di ogni cosa, l’Uomo al centro di ogni tutela, non certo come contrapposizione alle teorie teocentriche nel periodo medioevale, ma come visione tutelante l’Uomo tour court.

 

Quesito n.2

La giurisprudenza italiana in merito al diritto di autodeterminazione del minore ai trattamenti sanitari effettua una distinzione in base all’età dello stesso. Tale diritto è riconosciuto per il soggetto infra diciottenne (16-17 anni). invece in presenza di minore infra quattordicenne si parla di autodeterminazione debole.

L’art 3 del DDL 2801 (norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), che è in fase di discussione nel parlamento italiano, al comma 1 e 2 stabilisce che: “La persona minore di età o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione, nel rispetto dei diritti di cui all'articolo 1, comma 1. Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nelle condizioni di esprimere la sua volontà. Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità.

In relazione alla decisione della Corte EDU nella sentenza Glass c. Regno Unito del 9 febbraio 2004, il diritto di autodeterminazione del minore infra quattordicenne con capacità di discernimento può essere esercitato indipendentemente dalla volontà del genitore?

(Quesito formulato da Cesare Guglielmini)

Risposta:

Occorre porre la sentenza Glass c. Regno Unito nella sua giusta prospettiva. Ogni decisione presa dalla CEDU, sia che trovi o che non trovi violazione, è circoscritta ai fatti particolari di quel caso. Spesso la Corte si pronuncia con un principio particolare, ma è importante il contesto fattuale nel quale quel principio è stato enunciato. Nel caso di specie, il primo ricorrente era una persona incapace e aveva avuto una crisi, i medici di quell’ospedale, famosissimo d’Inghilterra, avevano deciso “che la fine era proprio dietro le porte” e volevano somministrare al minore una particolare medicina e metterlo in DNR (“Do Not Resuscitate order”: non rianimare in caso di altra crisi respiratoria”). L’elemento centrale è che la madre, secondo il diritto interno, aveva la facoltà di prendere la decisione per il figlio, come si sa, sia per una persona minorenne che maggiorenne incapace, secondo le leggi interne di quasi tutti i paesi Europei si provvede a dare la facoltà di decisione ad un altro soggetto (parente, genitore, tutore). In questo caso, i medici, senza far ricorso alle Corti inglesi, hanno deciso di somministrare al paziente questo nuovo farmaco e di apporre il termine DNR contro la volontà della madre. La Corte, nel caso in esame, ammette che è avvenuta una violazione dell’articolo 8 CEDU, in quanto la decisione era in contrasto con la volontà della persona che doveva decidere, salvo che tale decisione non fosse stata ribaltata dalle Corti inglesi.

Oggi in Inghilterra esiste un altro caso simile, ossia quello di una bambina che ha un problema cardiaco e vive su una macchina di respirazione artificiale. I genitori vogliono portarla negli Stati Uniti, dove è presente un’equipe medica che ritiene possibile sottoporre la minore ad un intervento con probabilità di riuscita pari al 50%. I medici inglesi sono contrari a trasportare la bambina in queste condizioni e a sottoporla a un delicato intervento chirurgico, come questo prospettato, che non dà adeguate garanzie di successo, non sarebbe nell’interesse della minore sottoporsi a un trattamento così rischioso. Attualmente, la questione è rimessa alla Corte d’Appello, precedentemente, il giudice della High Court ha dato ragione ai medici stabilendo che il tragitto (Inghilterra – Stati Uniti) sarebbe uno sforzo enorme per la minore.

Ora, per rispondere al quesito che mi è stato sottoposto, bisogna tener conto non dell’applicazione della Convenzione, bensì di quello che dispone o disporrà la legge interna, che può prevedere più garanzie di quanto preveda la Convenzione. Secondo la giurisprudenza CEDU, il minore non può adire la Corte di Strasburgo senza o contrariamente al consenso dei genitori e, infatti, nei ricorsi individuali promossi dal minorenne, la Corte chiede, nel formulario, che un maggiorenne firmi il documento a nome del minore. Tuttavia ci sono stati dei casi nei quali la Corte ha accettato che il ricorso venisse fatto da una ONG o dal minore stesso. Sintetizzando, io direi che, in principio, il minore che si ritiene capace, secondo la legge interna, è quello in grado di esprimere un consenso informato e non un consenso frutto di emozioni.

Questo problema si riallaccia con i problemi delle decisioni dei minori, ad esempio il diritto al voto, nel mio paese che è Malta, è stato esteso ai minori sedicenni per votare nelle elezioni locali, sebbene il diritto al voto è stabilito a 18 anni, mentre, per prestare servizio come giurato nella Corte, un soggetto deve aver compiuto 21 anni. Per rispondere alla tua domanda leggo un paragrafo della sentenza (Glass c. Regno Unito): “la struttura legislativa nel Regno Unito è configurata sul dovere di preservare la vita del paziente, salvo in circostanze speciali”. Questo quadro legislativo dà priorità alla necessità del consenso di un parente, eccetto in caso di urgenza, nel quale i medici posso anche ricorrere alle Corti per ribaltare la decisione dei genitori, in questo caso non avvenne.

Mi ricorda, in parte, la mia prima importante decisione che dovetti prendere appena cominciai a svolgere il ruolo di pubblico ministero a Malta. Dovevo decidere, in qualità di pubblico ministero, se far ricorso alla Corte per ribaltare una decisione di due genitori, testimoni di Geova, che non volevano autorizzare i medici a effettuare una trasfusione di sangue necessaria per il figlio. Il medico ha un dovere primario che è quello di salvare la vita, soprattutto, in caso di necessità e di urgenza, così, li autorizzai in quanto, secondo il codice civile di Malta, l’interesse del minore deve sempre prevalere su quello di qualsiasi altra disposizione.

 

Quesito n.3

La Corte di Cassazione italiana, con la sentenza n.22838/2016, ha asserito: “in una visione diacronica del diritto all’anonimato della madre biologica ormai defunta, il figlio ha diritto a conoscere le proprie origini […], salvo il trattamento corretto, lecito e non lesivo dei diritti dei terzi (discendenti e/o familiari) che deve avvenire senza cagionare danno anche non patrimoniale a questi ultimi.”

Secondo lei

(Quesito formulato da: Mario Vincenzo, Maurizio Muto, Martina Mele, Amelia Magarò, Rita Guerra, Veronica Gaccione e Valeria Salerno)

Risposta:

L'art.8 così recita:"ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza". La nostra giurisprudenza, grossomodo, ha ribadito come ogni persona abbia il diritto di conoscere le proprie origini, se non immediatamente, almeno dopo essere diventata maggiorenne e come anche i genitori, in molti casi, abbiano il diritto di sapere se una persona è veramente il proprio figlio oppure no: questo è il filo conduttore, la massima. La ragione è che le relazioni con i nostri antenati e anche con i nostri discendenti sono importanti per stabilire qual è l’esatta “collocazione spaziale” di ciascuno di noi. L'art. 8, però, concede anche un margine di apprezzamento allo Stato, consentendo una deroga al diritto stesso. Quali sono queste limitazioni? Esse trovano enunciazione nel secondo comma dell'art. 8 che così recita: "non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell'ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui". Deve esserci allora innanzitutto una disposizione di legge interna, non è questione di arbitrarietà, neanche di sola giurisprudenza in quanto essa non è una misura prevista dalla legge; la giurisprudenza non è la legge, la giurisprudenza è l'interpretazione della legge che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, al benessere economico del Paese, alla difesa dell'ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Spesso l'art. 8, quando viene invocato, contrasta con altri diritti: pensiamo, ad esempio, al rapporto fra l’art. 8 e l'art. 10 che sancisce la “libertà di espressione”: pensiamo, a tal proposito, a "Von Hannover 1" e a "Von Hannover 2" in cui si faceva riferimento sia al diritto di comunicare informazioni sulla principessa di Monaco Carolina Von Hannover sia al diritto all'immagine privata. Come ricordate, nella prima decisione "Von Hannover" il problema consisteva nella ripubblicazione di alcune foto che erano state scattate anni prima. Ma allora le libertà altrui? Recentemente ho avuto con una mia collega una conversazione informale in cui lei ha manifestato la propria determinazione nel voler promuovere il diritto dell'individuo a conoscere le proprie origini, purché ciò non implichi problemi per i terzi, quali problemi di natura patrimoniale. Ad esempio, se io voglio ricercare la mia identità e so, oppure ho dei sospetti, che il fondatore di Google sia mio padre, non solo ho il diritto di saperlo, ma ciò mi attribuisce anche il diritto ad una percentuale del suo asse patrimoniale. In verità la Convenzione lascia queste cose alla determinazione della legislazione interna, purché qualsiasi limitazione al diritto di conoscere le proprie origini sia motivata: la limitazione non solo deve essere iscritta nella legge, ma deve anche essere espressione necessaria in una società democratica; che cosa significa necessaria in una società democratica? Significa che sussiste un giusto bilanciamento tra la limitazione e lo scopo che con quella limitazione si propone il legislatore. Deve esserci un giusto bilanciamento, ad esempio, per limitare o arginare la possibilità di trasmettere informazioni che magari possano facilitare una sommossa o qualcosa di simile; non si può oggigiorno far scomparire da internet Wikipedia come ha fatto la Turchia. Lì, a mio avviso, non c'è un giusto equilibrio, non si può dire che sia una misura necessaria in una società democratica; lo stesso vale per quanto concerne la vostra domanda: deve esserci questo equilibrio.

 

Quesito n.4

Secondo il nostro ordinamento per “ordine pubblico internazionale” si intende quello definito dalla Suprema Corte come “complesso di principi fondamentali caratterizzanti l’ordinamento interno in un determinato periodo storico e fondati su esigenze di garanzia comuni ai diversi ordinamenti, di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, sulla base di valori sia interni che esterni all’ordinamento purché accettati come patrimonio condiviso in una determinata comunità giuridica sovranazionale".

Considerando, altresì, che la Corte di Strasburgo si è dichiarata garante dell’ordine pubblico europeo, nelle ipotesi di maternità surrogata avvenute all’estero (pratica che in Italia non è consentita) e poi riconosciuta nel nostro Stato al fine di garantire la tutela del figlio e il diritto di quest’ultimo alla continuità dello status filiationis, nel caso in cui si dovesse verificare un contrasto tra la concezione di ordine pubblico internazionale ed europeo: quale prevarrebbe? Ed ancora, se la Corte nazionale non si volesse conformare ai principi dettati dalla Corte di Strasburgo, lo Stato Italiano potrebbe essere sanzionato?

(Quesito formulato da Rosa Ragadali  e Giulia Apolito)

Risposta:

Secondo il giudice De Gaetano, la Corte di Strasburgo è garante della Convenzione e non dell’ordine pubblico europeo. La garanzia dell’ordine pubblico europeo da parte della Corte di Strasburgo varia a seconda che la sentenza sia stata redatta in francese o in inglese, l’ordine publique (francese) è diverso dal public order del contesto inglese. La Corte di Strasburgo garantisce solo l’applicazione, in casi concreti, della Convenzione quando lo Stato viene meno, vi è il suo ruolo sussidiario.

Per quanto riguarda la continuità del figlio e lo status filiationis possiamo fare riferimento al caso Paradiso-Campanelli, dove secondo la Corte nella prima sentenza vi è violazione dell’art 8 della CEDU prendendo in considerazione i sei mesi di convivenza, mentre secondo la Grande Camera non c’è violazione. Secondo la Grande Camera ciò che avevano fatto i genitori era in contrasto con il diritto interno, mentre, nella motivazione separata concordante (alla quale ha partecipato anche il giudice De Gaetano) vi è l’interesse anche del diritto internazionale pubblico nell’ambito del traffico di persone.

Cosa accadrebbe se ci fosse un contrasto tra ordine pubblico internazionale ed ordine pubblico europeo? Secondo il giudice, la Convenzione deve essere interpretata come uno strumento internazionale; molte sentenze della CEDU affermano che la Convenzione di Vienna, sull’interpretazione dei trattati, si applica anche all’interpretazione della Convenzione. Quindi quando c’è un contrasto con il diritto pubblico internazionale si può valutare solo nel caso concreto. Il caso Paradiso-Campanelli è il classico esempio di traffico di persone e in tale contrasto la Corte di Strasburgo garantisce solo l’osservanza della Convenzione.

Cosa accadrebbe se una decisione della Corte di Strasburgo non venisse eseguita dallo Stato italiano? Vi sono molte sentenze della CEDU che sono ancora oggi davanti al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa: lo Stato non ha fatto ciò che il Comitato dei Ministri si aspettava che facesse per eseguire la sentenza. Quando la Corte trova una violazione dello Stato italiano vengono chiesti i danni morali o materiali o le spese, tale pagamento al 99,9% viene estinto dagli Stati.

Le sentenze spesso richiedono anche che uno Stato/un governo faccia qualche legislazione particolare per cambiare l’ordinamento giuridico come è successo nel caso contro il Regno Unito sul diritto di voto dei prigionieri delle carceri inglesi. In questo caso, la Corte di Strasburgo prevede la proibizione a tappeto per votare in politica a tutti colore che sono prigionieri senza distinzione (in Italia coloro che sono in ergastolo non possono votare, mentre tutti gli altri si). Tale proibizione viola la Convenzione, il governo inglese da più di sette anni si è rifiutato di aderire a tale sentenza. Secondo il giudice De Gaetano, questa è una delle prime sentenze a creare una reazione a catena contro sia la Corte di Strasburgo che contro tutta la struttura dell’UE. La maggior parte delle sentenze, anche quelle emanate contro, ad esempio, l’Ucraina, la Turchia, la Federazione Russa, ecc., vengono eseguite; ma, riguardo ciò, vi sono alcuni problemi tra cui quello per il Regno Unito nella sentenza sui diritti del voto dei prigionieri delle carceri inglesi. L’Italia, difronte ad una sentenza che richieda una misura legislativa dello stato italiano, legifererà per adeguarsi a tale situazione ma lo fa anche quando c’è una decisione della Corte di Strasburgo che richieda al Parlamento interno che legiferi su qualcosa o che cambi alcune strutture amministrative (come è avvenuto nel caso Torreggiani). Il caso Torreggiani riguardava questioni di struttura ed amministrazione, di solito i paesi aderiscono a ciò, ma questo rappresenta un mistero della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Originariamente, la decisione se vi è o meno la violazione spettava al Comitato dei Ministri (e non alla Corte o alla Commissione), quando la prima formulazione della Convenzione era la seguente: la Commissione faceva lo smistamento/il filtraggio e se non si procedeva ad una soluzione amichevole si poteva porre dinnanzi alla Corte, ma quest’ultima originariamente dava solo un parere, la decisione spettava, appunto, al Comitato dei Ministri; successivamente tale decisione fu lasciata alla Corte ma l’esecuzione della sentenza è sempre stata una prerogativa esclusivamente politica.

 

Quesito n.5

Secondo Lei

(Quesito formulato da: Mario Vincenzo  e Maurizio Muto)

Risposta:

(Giudice De Gaetano) Innanzitutto devo premettere una cosa, come avrete notato, io non facevo parte della composizione; in Ramadan c'era un giudice ad hoc in quanto ero io il giudice di prima istanza. Nel caso Ramadan annullai il matrimonio, ritenni si trattasse di un matrimonio simulato. Secondo le disposizioni del nostro ordinamento giuridico civile la simulazione del matrimonio è quasi basata esclusivamente sugli stessi principi della simulazione nel diritto canonico. Nel caso Ramadan allora dovetti non prendervi parte, in ballo c’era proprio la mia sentenza di primo grado; sentenza poi confermata dalla Corte d'Appello.

(Professoressa Chiappetta) Conflitto di interessi.

(Giudice De Gaetano) Beh si, io mi ritirai, era una cosa ovvia che dovessi farlo. Questo è il primo punto. Bisogna sottolineare come il caso Ramadan riguardi una questione su cui veramente la Corte di Strasburgo si è pronunziata diverse volte ed è quella della cittadinanza. Andando sul sito “Strasbourg Observers” e cercando “Ramadan” o “Ramadan contro Malta”, troverete una critica molto interessante in inglese scritta da una professoressa di diritto e di antropologia della Britain's Business School di nome Marie Bénédicte Dembour. Non garantendo la Convenzione il diritto alla cittadinanza, nel caso Ramadan il problema era che, una volta che la Corte civile e la Corte d'Appello avevano deciso che questo matrimonio fosse stato un matrimonio simulato, c'era una disposizione interna secondo cui quando una persona aveva acquistato la cittadinanza in virtù del matrimonio, questa poteva essere ritirata laddove fosse venuto meno il matrimonio. Ora non ricordo se in Ramadan ci fosse il problema di questo soggetto che aveva anche perso la cittadinanza egiziana o meno, ma credo proprio che l’avesse persa.

(Professoressa Chiappetta) Si è così.

(Giudice De Gaetano) La Corte ha detto che la cittadinanza non è un diritto garantito dalla Convenzione, quello che garantisce la Convenzione (e questo è il punto in “Biao”) è la vita familiare. Se il ritiro della cittadinanza incide così gravemente sulla vita familiare potrebbe esserci una violazione dell'art. 8, ma in questo caso non c'era nulla che impedisse effettivamente a Ramadan di rimanere a Malta con moglie e figli senza avere la cittadinanza, nulla ostava a poter rimanere e a poter risiedere lì. Di converso (e per questo motivo ritengo che non ci sia contrasto in nessun modo tra “Ramadan” e “Biao”) il signor Biao era originariamente un togolese ed un cittadino olandese che aveva divorziato dalla prima moglie e che si era unito in seconde nozze ad una donna del Ghana: qui il problema era il ricongiungimento familiare, non sussistendo questione di cittadinanza in quanto la cittadinanza della sua seconda moglie era ghanese e lui era cittadino. “Biao” non ha a che fare con la garanzia della cittadinanza, lui era cittadino olandese. Il problema in "Biao" era un problema di discriminazione: quale disposizione applicare, come si inquadravano i fatti? Si inquadravano nell’ambito dell’art. 3, 4, 6, 10 o 8? Si trattava di un fatto di ricongiungimento familiare, certamente rientrante nell'ambito della vita privata, anzi della vita familiare più che della vita privata. Ora se i fatti rientravano nell'ambito di uno degli articoli sostanziali (non si può invocare l'art. 14 se non con riferimento a qualche disposizione di diritto sostanziale) allora non si può invocare l'art. 14 e invocare anche il diritto di cittadinanza non c'è nessun articolo che garantisce il diritto di cittadinanza, ma c'è un articolo che garantisce il diritto alla vita familiare. I fatti rientravano nell'ambito della vita familiare e il problema che si poneva in "Biao" era un problema quasi bizzarro: dopo una serie di cambiamenti legislativi, la legge danese faceva la distinzione tra quelli che avevano acquistato la cittadinanza al momento della nascita e quelli che l’avevano acquistata dopo essere nati; questo fatto indirettamente metteva in chiaro e netto svantaggio quelle persone che avevano acquistato la cittadinanza dai danesi (che io chiamerei “danesi doc”). La Grand Chamber si è espressa, a tal proposito, in modo deciso dichiarando che qualsiasi discriminazione che abbia alla base proprio l'origine etnica si scontra così sostanzialmente con i principi cardine della Convenzione, che non si può lasciare margine di apprezzamento; il margine di apprezzamento dello Stato è così annientato. C'è una violazione dell'art. 8 abbinato all'art. 14. La decisione “Biao” non è, a mio avviso, in nessun modo in contrasto con la decisione "Ramadan": nella decisione "Ramadan” (una decisione magari un po’ dura per il signore in questione) si è ripetuto soltanto quello che la Corte ha ribadito innumerevoli volte, ossia che la Convenzione non garantisce il diritto alla cittadinanza, cosa che è diversa, ad esempio, nell’ambito della Carta dei diritti fondamentali europei. Alla luce di ciò io non riscontro questo contrasto tra le due sentenze, ma sono parte in causa in ambedue: nella sentenza Ramadan mi sono dovuto astenere dal partecipare, nel caso Biao ero parte della formazione che ha pronunziato la sentenza. Leggendo il paragrafo 102 di “Biao” troverete come la regola che richiedeva che un soggetto detenesse la cittadinanza danese almeno per 28 anni creasse, in realtà, una discriminazione indiretta tra i danesi che erano nati danesi e quelli che erano di etnia danese per così dire.

(Mario Vincenzo) Se la Convenzione non parla allora di diritto alla cittadinanza, che portata ha per la Corte questo diritto; è un diritto o non è un diritto per la Corte, per la Convenzione?

(Giudice De Gaetano) Il diritto alla cittadinanza è importante a livello interno, quando questo incide sul diritto alla vita privata e alla vita familiare ex art. 8. Si, è molto importante. Ricordo ad esempio un caso particolare contro il Regno Unito: l'individuo non era cittadino inglese, era cittadino della Nigeria, ma i suoi genitori vivevano legalmente nel Regno Unito da parecchi anni e lui era stato educato in Inghilterra, dove era andato a vivere all’età di 3 anni. A 16 anni ebbe il suo primo conflitto con le forze dell'ordine e venne accusato dello stupro di una ragazza (in realtà entrambi consenzienti, ma essendo la ragazza minorenne c'era la presunzione dello stupro, della violenza). Questo ragazzo fu condannato a 3 anni di carcere. Durante il carcere fece il percorso universitario, poi continuò a lavorare in Inghilterra e circa 6-7 anni dopo la sua scarcerazione (aveva trascorso solo pochi mesi in carcere) il Segretario di Stato per gli affari interni (a quei tempi credo fosse Teresa May, attuale Primo ministro inglese) firmò un ordine di espulsione. Lui di certo non aveva strettamente alcun diritto di risiedere in Inghilterra, non avendo la cittadinanza inglese; tuttavia, la Corte di Strasburgo ritenne che in quel caso particolare (soggetto che aveva vissuto per molti anni in Inghilterra legalmente) l’eventuale espulsione avrebbe violato l'art.8 (anche se ci sono sentenze che fanno una lista degli elementi che bisogna valutare prima di emettere un provvedimento di questo tipo).

 

Quesito n.6

La richiesta di "parare consultivo" alla Corte europea dei diritti dell’uomo ad onta del Protocollo n.16 annesso alla CEDU.

Il richiedente, preoccupato dalle implicazioni del nuovo decreto 13/2017, “Disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione  internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale”

Considerando che Il Decreto n. 13 del 2017 introduce il rito camerale come “strumento volto all’accelerazione dei procedimenti giudiziari” in materia di protezione internazionale, con ampio uso di videoregistrazioni, in luogo dell’udienza di comparizione, e prolungamento dei tempi di trattenimento amministrativo a discrezione della polizia che può emettere ad libitum provvedimenti di respingimento differito, in luogo della precedente normativa che prevedeva un rito sommario di cognizione.

Nonché considerando che il procedimento camerale, connotato dall' eventualità della fase istruttoria e dalla discrezionalità del giudice nella determinazione delle modalità di svolgimento del rito, lede inevitabilmente la posizione processuale del richiedente protezione internazionale, il quale vede depauperate le proprie garanzie processuali e che il giudizio relativo alla protezione internazionale sembra esser volto, se così disciplinato, più all’annullamento dell’atto decisione della Commissione territoriale piuttosto che all’accertamento di un diritto soggettivo.

Nonché considerando che in alcuni casi delicati (omosessuali perseguitati dalle autorità del proprio paese di origine, matrimoni forzati, mutilazioni genitali, vittime di violenza sessuale), la videoregistrazione oltre a porsi come “invasiva” della dignità del dichiarante genera forte inibizione nel soggetto che si trova di fronte ad una decisione che potrebbe condizionare il suo futuro.

Nonché considerando che il decreto de quo sancisce l’espressa eliminazione del grado di appello contro le decisione del tribunale inerente il ricorso avverso il provvedimento della commissione territoriale, mantenendo la possibilità di adire, in luogo del giudice di secondo grado, la Corte di Cassazione, e che il nostro ordinamento prevede la possibilità di ricorrere in secondo grado anche per la presunta violazione di diritti patrimoniali, o extrapatrimoniali di scarsissimo valore (es. violazione del divieto di sosta, problemi condominiali ecc.) ed, invece, esclude tale diritto nel riconoscimento della protezione internazionale. 

Considerando anche alla luce delle seguenti premesse che l’obiettivo del decreto non sembra esser quello di velocizzare i tempi del processo per garantire i diritti inviolabili, ma per comprimerli in favore del disbrigo delle pratiche burocratiche

Chiede un parere consultivo sulla convergenza o la distonia di tale decreto con gli articoli 3, 6,8 e 13 della convenzione europea dei diritti dell’uomo.

(Quesito formulato da Francesco Ferdinando e Cristarella Oristano)

Risposta:

Giudice De Gaetano: Si parla di un decreto che ha a che fare con le procedure per determinare se una persona abbia o meno il diritto o di asilo o di protezione sussidiaria. Il discorso fa riferimento al protocollo numero 16. La domanda è molto interessante, cerchiamo di mettere tutte le cose nella loro giusta prospettiva e qui noi parliamo di almeno quattro cose separate.

Prima di tutto il protocollo n.16, che l'Italia ha firmato ma non ha ancora ratificato, permette soltanto che un Corte superiore di un paese, che può essere sia la Corte d'Appello sia la Consulta sia la Cassazione, può chiedere un parere consultivo alla Corte di Strasburgo, in riferimento non a una legge, ma a un caso particolare. Ci deve essere una persona che ha proposto un ricorso alla luce di unaviolazione dei suoi diritti fondamentali secondo la Convenzione, non è come il Consiglio di Stato che dice questa legge è conforme o no alla Convenzione (non so il Consiglio di Stato in Italia come funziona, ma in vari paesi come in Olanda, in Francia e in altri paesi il Consiglio di Stato ha questa funzione di verificare la costituzionalità della legge) (In Italia è la Corte Costituzionale). Questo non è lo scopo del protocollo n. 16. A mio avviso qui non c'è un caso particolare, un caso concreto al quale uno si riferisce anche ipoteticamente, allora il protocollo n. 16 non entra in ballo. Se guardate il secondo inciso dell'art. 1 del protocollo dice: “La giurisdizione che presenta la domanda può chiedere un parere consultivo solo nell’ambito di una causa pendente dinanzi ad essa”, quindisoltanto nel contesto di una causa. L'Albania quando ha deposto lo strumento di ratificazione ha espressamente indicato le Corti, i paesi devono indicarle, che possono poi richiedere un'opinione consultiva della Corte di Strasburgo, per esempio l'Albania ha indicato la Corte Suprema della Repubblica d'Albania e la Corte Costituzionale della Repubblica d'Albania. L’Italia non si è ancora espressa non ha ancora aderito, il protocollo non è ancora in vigore anche per quei pochi Stati che hanno firmato e aderito al protocollo.

Siamo sicuri che qui parliamo di una cosa che rientra nell'art. 6 della Convenzione? L'art. 6 dice: "Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti". Qui non parliamo di accusa penale, ma la questione è sul diritto di asilo, se uno ha il diritto alla protezione sussidiaria secondo la giurisprudenza di Strasburgo. Essa non è una questione, non rientra nei diritti e doveri di carattere civile, non rientra nell'ambito dell'art. 6. Il diritto all'equo processo, secondo l'art. 6, viene garantito solamente nella causa penali, quando uno è accusato di un reato penale o nella determinazione di controversie (qui potrebbe esserci controversia) di diritti e doveri di carattere civile. La questione dell'acquisto dello status di rifugiato, secondo la Convenzione, non è questione di diritti e doveri civili; questo non vuol dire che lo Stato non può garantire o non può dare le garanzie secondo l'art. 6 a tali procedimenti. Ad esempio il Regno Unito dà tali garanzie. Non so, in Italia, come queste richieste per lo diritto di asilo, per la protezione sussidiaria siano regolate; io penso che questi procedimenti non rientrino nelle controversie su diritti e doveri di carattere civile, ma sono di altro genere, di carattere amministrativo o di carattere di ordine pubblico internazionale, ma siamo sicuri che parliamo di diritti e doveri di carattere civile?

Professoressa Chiappetta: Io mi pongo un interrogativo: “ma se si tratta di persone che vengono poi espulse e ritornano nel paese di provenienza, dove possono usufruire di un trattamento inumano degradante?”

Giudice De Gaetano: Quella è un'altra cosa però, io mi chiedevo se questa fosse una questione che si inquadrava sotto il profilo dell'art. 6.

Professoressa Chiappetta: Scusami, Vincent, nella parentesi erano specificati alcuni casi che poi creavano problemi: omosessuali perseguitati dalle autorità del loro paese, matrimoni forzati, mutilazioni genitali, vittime di violenza, ecc.…

Giudice De Gaetano: Quelle cose possono far nascere problemi sotto il profilo dell'art. 3 e anche dell'art. 8, ma non in riferimento all’art.6.

La questione si pone da parte di molti paesi firmatari della Convenzione, abbiamo più richieste a Strasburgo per fermare le deportazioni rispetto ad altri paesi, il Regno Unito, per esempio, tratta queste questioni come un unico problema, mediante le stesse procedure che il diritto interno caratterizza come procedure di natura amministrativa, ma con tutte le garanzie dell'art. 6. In altri paesi la determinazione della richiesta del diritto di asilo è particolare, non so in Italia come avviene nell’ipotesi di violazione dei diritti fondamentali e quali procedure debba adottare. In alcuni paesi, addirittura, non c'è un'altra via interna da esperire e in questo caso si può adire immediatamente la Corte di Strasburgo, come sapete, per venire a Strasburgo bisogna, innanzitutto, esperire i rimedi interni che ci possono essere e, solo in assenza, si può ricorrere direttamente alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Potrebbe esserci violazione dell’art. 8 se la persona, non avendo acquisito il diritto di asilo o la protezione sussidiaria, rischia di essere rimandata nel suo paese o violazione dell'art. 3 “trattamento inumano e degradante”.

Nella domanda si è parlato della videoregistrazione in luogo dell’udienza. Se la videoregistrazione sia ingerenza sui diritti dell'art. 8 CEDU, è un'altra cosa, è una cosa separata dal procedimento per l'acquisto del diritto d'asilo o della protezione sussidiaria. In molti paesi quando si hanno queste interviste che si registrano col consenso naturalmente della persona intervistata, anche noi a Malta abbiamo cominciato a registrare le interviste, ossia gli interrogatori che la polizia fa ai soggetti sospettati di aver commesso un reato. Tutti gli interrogatori devono essere videoregistrati, salvo che la persona non faccia obiezioni. Questo problema della videoregistrazione si propone come un problema separato dal processo. Inoltre, lo studente ha menzionato anche la questione del diritto di appello, ricordiamo che l'art. 6 della Convenzione non garantisce un diritto d'appello, né in materia penale né in materia civile. (In materia penale è garantito in un'altra disposizione della Convenzione che si trova in uno dei protocolli di materia penale, ma in materia civile la Convenzione e, anche, la giurisprudenza non lo garantiscono). Ricordo che l'Inghilterra prevede, non soltanto, un diritto di appello, ma un diritto, anche, al terzo e al quarto appello, sono tutti procedimenti garantiti dall’art.6. È per questo che io ho detto che questa domanda era molto interessante aveva tanti spunti.

Professoressa Chiappetta: La videoregistrazione poneva il problema del contraddittorio, cioè della non garanzia a pieno di un contraddittorio in un procedimento.

Giudice De Gaetano: Si, ma se il procedimento non può essere qualificato come un procedimento per determinare una controversia su diritti e doveri di carattere civile, qui il contraddittorio non è garantito dall'art. 6.

Professoressa Chiappetta: Però collegandolo alle altre disposizioni, cioè all’art. 3 e all'art.8 della CEDU potrebbe venire in luce il diritto civile?

Giudice De Gaetano: Beh, allora, sì; ma se in questi procedimenti il ricorrente, il richiedente asilo, solleva il mancato acquisto del diritto di asilo o della mancata protezione sussidiaria, significa necessariamente che la persona verrà rimandata nel suo paese?

Professoressa Chiappetta: Dipende dal caso. Se c'è il “discorso Dublino” che riconosce al primo Stato di passaggio il potere di decidere in ordine alla richiesta del ricorrente, salvo poi quella clausola di garanzia, ogni Stato può decidere valutando se la decisione del primo Stato può mettere in discussione l'art. 3 cioè il trattamento inumano degradante. Traslando questo discorso, se già con riferimento a chi deve decidere è questione che riguarda e ha toccato il diritto civile o l'obbligo dello Stato qualificato come civile il discorso della domanda non può essere omologato?

Giudice De Gaetano: Beh sì, potrebbe essere omologato, ma in realtà la nostra giurisprudenza è sempre stata chiara sul fatto che i procedimenti per ottenere il permesso di rimanere in un paese non sono procedimenti di carattere civile. In verità prima di tutto il sistema Dublino manda soltanto una persona da un paese ad un altro paese.

Professoressa Chiappetta: Però le decisioni dicono che secondo quanto stabilito da uno Stato non va rinviato in Grecia o in Italia...

Giudice De Gaetano: Sì, sì, questi casi sono stati presentati alla Corte di Strasburgo, per esempio i casi contro il Belgio o contro la Grecia o contro la Svizzera, dopo che i ricorrenti avevano esaurito i rimedi interni, che erano di carattere civile e trovavano impiego nei loro paesi, oppure non c'erano rimedi. Nell’ultimo caso, la Corte fu adita soltanto dopo non c'erano altre vie interne da esperire. Si può omologare il discorso, come si fa nel Regno Unito, dove il processo è omologato, non so come funziona in Italia. Spero di avervi dato abbastanza spunti.

Professoressa Chiappetta: Moltissimi.

 

Quesito n.7

Considerando che il ricongiungimento familiare ha una genesi preminentemente interna, ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ha spesso fatto riferimento agli artt. 8 e 10 della CEDU ai fini di una sua tutela.

Considerando che, in forza della normativa italiana, in particolare del testo unico dell’immigrazione, al fine di ottenere il nulla osta al ricongiungimento familiare, di competenza dello Sportello Unico per l’immigrazione, il soggetto extracomunitario, titolare del diritto deve dimostrare di disporre di un alloggio idoneo [come definito dall’art. 29, co. 3, lett. a)] e di un reddito annuo sufficiente [art. 29, co. 3, lett. b)] secondo parametri annualmente modificabili.

Nonché considerando che, in forza del testo unico sull’immigrazione,i rifugiati possono richiedere il ricongiungimento con le stesse categorie di familiari indicate dall'articolo 29 T.U., ma non sono tenuti a dimostrare di disporre dei requisiti di alloggio e di reddito previsti per i casi ordinari (art. 29 bis, co. 1, T.U.)

Nonché considerando che È richiesta invece la dimostrazione dei requisiti di reddito e di alloggio ai titolari dello status di protezione sussidiaria che intendano esercitare il diritto di ricongiungimento familiare (art. 22 d. lgs. 251/07)

Nonché considerando che, gli stessi requisiti reddituali, in forza del decreto 30/2007, sono richiesti ai fini dell’iscrizione anagrafica del coniuge e dei familiari extracomunitari dei cittadini dell’unione europea, che risulta esser atto prodromico alla richiesta ed all’ottenimento della carta di soggiorno del familiare del cittadino europeo (artt.7 e 10 d. lgs 30/2007).

Assodato il fatto che i diritti inviolabili dovrebbero essere a-condizionati

Ritiene compatibile con la normativa CEDU, in particolare con l’art 8 della carta, il subordinare il ricongiungimento familiare a meri requisiti reddituali?

(Quesito formulato da Francesco Ferdinando e Cristarella Oristano)

Risposta:

Giudice De Gaetano: La risposta è sì, la Corte si è pronunciata parecchie volte in questo senso. Sul sito della Corte di Strasburgo troverete su un discorso che ho fatto sull'immigrazione. Non so se questa domanda è ispirata proprio da quei due casi. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha spesso ribadito che l'art. 8 non impone un obbligo generale di rispettare la scelta della residenza matrimoniale della persona o un obbligo generale di ammettere la sua famiglia sul territorio. Nel caso Gùl contro Svizzera (un caso datato, ma che non è stato mai ribaltato 19 febbraio 1996), la Corte ritenne che non c'era stata una violazione dell'art. 8; il ricorrente era un lavoratore turco che viveva in Svizzera, la moglie e i due figli erano rimasti in Turchia. Il ricorrente ottenne l'autorizzazione di ingresso in Svizzera per sua moglie, che era in condizioni di salute precarie, e per la figlia neonata. Successivamente, fece un'ulteriore domanda affinché anche i suoi due figli maschi più grandi di età potessero raggiungerlo. La domanda fu rigettata e l'autorità competente segnalò, inoltre, che l'appartamento della famiglia era molto piccolo e inadeguato per accogliere altre due persone e che il ricorrente non aveva mezzi sufficienti per il mantenimento di tutta la famiglia, nel paragrafo 38 c'è la ratio di questa decisione. La Corte si pronunciò con decisione inversa su altri casi contro l’Olanda, in uno di questi casi più recente del 1 dicembre 2005, si ha che una donna, fuggita dal suo paese durante la guerra civile, trova rifugio in Norvegia, lasciando due figli maschi e una figlia. Sposata con un etiope, la donna si stabilì in Olanda dove la coppia ebbe due altri figli, dopo tempo i due maschi, lasciati in Eritrea, raggiunsero legalmente la madre in Olanda; tutti ottennero la cittadinanza olandese, non si poneva la questione del diritto alla cittadinanza, ma quando fu fatta la richiesta di ricongiungimento anche per la figlia (allora già sedicenne, quasi maggiorenne) questa fu rigettata dalle autorità, poiché ritennero che non c'era alcuna ragione oggettiva affinché la vita familiare con la figlia non potesse realizzarsi in Eritrea. Le autorità olandesi autorizzarono la madre a vivere in Eritrea. La Corte di Strasburgo fu di parere opposto, enfatizzando in particolar modo il fatto che la coppia si era stabilita in Olanda da parecchi anni, aveva ottenuto la cittadinanza olandese e due dei figli nati in Olanda non avevano alcun legame con l'Eritrea. Questi sono i criteri che la Corte prende in esame per il fatto del ricongiungimento familiare o per l'esclusione di chi è legalmente nel territorio per lavoro e così via. Due dei figli non avevano alcun legame con l'Eritrea e, contrariamente a quanto deciso dal Ministro responsabile per l'immigrazione, non era vero che non esisteva più un legame familiare tra la donna e sua figlia, che era rimasta in Eritrea. Non c'è un diritto a risiedere nel paese, ma questa considerazione è arginata dai criteri che la giurisprudenza ha adottato per garantire il diritto alla vita familiare o alla vita privata in casi concreti.

 

Quesito n.8

Rientra nell’art 8 della CEDU “Diritto al rispetto della vita privata e familiare”, il diritto a non dichiarare il proprio sesso?

Il quesito è stato formulato dopo aver analizzato il caso “Norrie” sul “non specific sex” deciso dall’Alta Corte Australiana il 2 aprile 2014.

(Quesito formulato da: Arpino Simona, Aurilia Luana, Muto Maurizio e Vincenzo Mario Rocco)

Risposta

(Giudice De Gaetano) Il problema che si pone è sempre questo: il certificato anagrafico serve a registrare uno stato di fatto storico accaduto (nel mio caso nel 1952 in agosto) o a registrare, a seguire il “progresso”, l’evoluzione di una persona? Ad esempio, nel caso “B. contro Francia” (sentenza del 25 marzo 1992) un transessuale aveva voluto cambiare il proprio sesso e la Corte si oppose non si trattava di una determinazione dello stato attuale della persona. In Francia, a differenza dell'Inghilterra dove anche oggigiorno si può cambiare il nome e il cognome facilmente, l'anagrafe serviva per registrare un fatto storico, motivo per cui la Corte disse di no. Il caso più classico fu quello di Christine Goodwin risalente al 2000; secondo la giurisprudenza l'orientamento sessuale di una persona non è una cosa che deve interessare altro soggetto al di là di quella persona, questo anche nel contesto dell'art. 10 (per esempio pubblicazioni). Attualmente ci stiamo occupando di un caso interessante, che perviene dal Portogallo, relativo ad una donna di 58 anni circa che, a seguito di un intervento chirurgico, si è ritrovata nell’impossibilità di avere rapporti sessuali. La Corte di prima istanza ha deciso di concedere circa 50.000 euro a titolo di risarcimento, ridotto poi a 30.000 dalla Corte d'Appello portoghese, sul presupposto che a quell'età in una donna il sesso non sia fondamentale. In linea di massima la Corte ha sempre ritenuto che l'orientamento sessuale sia una cosa che concerne l'individuo e che quando il sesso deve essere registrato per qualche ragione, per ragioni di matrimonio, ad esempio, questo deve riflettere la “verità attuale”. Quando una persona, avendo cambiato sesso ed essendo in apparenza donna, pur risultando uomo sul documento d’identità, andava in banca o doveva far riferimento alla propria carta di identità, poteva ben capitare che le persone con cui dovesse interfacciarsi mostrassero delle perplessità: questa era un'ingerenza sul diritto alla vita privata. Tutto ciò è stato ammesso dalla Corte: molte sono le sentenze che hanno disposto come i documenti o non debbano menzionare il sesso o, laddove lo facciano, debbano menzionare il sesso attuale. Sulla sentenza io non saprei pronunciarmi, non ho ancora incontrato un caso particolare come questo, ma credo che se la legge interna disponga soltanto di due caselle (“maschio” o “femmina”), nei rapporti interpersonali questo potrebbe creare un senso di disagio: sussiste un problema di ingerenza nella vita privata. Probabilmente in un caso come questo la Corte direbbe di sì in quanto quelle disposizioni interne che prevedono soltanto due “caselle” violano l'art.8 della Convenzione. Questo da me elaborato è tuttavia un caso ipotetico, ma questa sentenza australiana è interessantissima, devo ammetterlo.

 

Quesito n.9

La legge 76/2016 prevede che qualora ci sia un mutamento di sesso di uno dei due coniugi in costanza di matrimonio, esso si trasforma in unione civile; se ciò avvenisse durante una unione civile invece, questa si scioglierebbe automaticamente. In virtù di tale discriminazione, quale soluzione alternativa ritiene più opportuna la Corte?

(Quesito formulato da: Guerra Rita, Magarò Amelia, Mele Martina  e Salerno Valeria)

Risposta:

Il problema non è di facile soluzione. Bisogna vedere se la situazione che è stata creata può dar luogo ad una discriminazione o meno. Siamo nell’ambito dell’art. 8 della Convenzione senza alcun dubbio, sia se si definisca matrimonio, unione civile o convivenza.

Deve inoltre essere preso in considerazione l’art. 14 CEDU (Divieto di discriminazione) letto in combinato disposto con l’art. 8 CEDU.

In aggiunta, il diritto al matrimonio sancito dall’art 12, è arginato dalla legislazione interna a partire dall’età minima per contrarlo.

C’è un altro aspetto: per formare una famiglia bisogna prendere in considerazione le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto. Per quanto riguarda il caso dell’Italia, la normativa che regola la tutela di tale diritto si riferisce solo alla forma con la quale si contrae matrimonio o anche alla sostanza?

Il discorso, purtroppo, è difficilissimo e dare una risposta definitiva richiede una riflessione più accurata da parte del giudice.

(Risposta sbobinata e rivista da Salerno Valeria 162528)

 

Quesito n.10

L’interpretazione degli artt. 8 e 2 della CEDU, data dalla Corte in occasione della sentenza che ha definito il caso Haas c. Svizzera del 20 gennaio del 2011, ammette la possibilità di operare delle scelte libere e consapevoli in tema fine vita, in quanto il diritto alla vita non viene più considerato nella sua sacralità ($51).

I giudici sovranazionali ravvisando la mancanza di consenso europeo in materia e in piena applicazione della dottrina del margine di apprezzamento statale rimettono alle Alte Parti contraenti la possibilità di scegliere se promuovere o meno legislazioni in tema di suicidio assistito.

In virtù di quanto affermato, l’ordinamento giuridico italiano sta discutendo in questi giorni il disegno di legge sul consenso informato e il fine vita. La normativa italiana prospettata, di seguito allegata, rispetta i principi enucleati dal suddetto orientamento della Corte?

Risposta:

In merito al citato quesito, il giudice De Gaetano ha evitato di dare una diretta risposta sulla conformità della normativa italiana rispetto ai principi enucleati dalla Corte di Strasburgo, onde evitare una sua futura astensione su un eventuale ricorso italiano avente ad oggetto le suddette disposizioni. L’attenzione è stata focalizzata sul problema di attuazione del suicidio assistito, nella cui esposizione il giudice ha espresso il proprio parere su una tematica così complessa e delicata. Se ne riporta l’estratto:

“Quando si sono verificati i primi casi di suicidio assistito dinanzi alla Corte, i ricorsi erano costruiti sulla lettura inversa dell’articolo 2 della Convenzione asserendo che si potesse rinunciare al diritto alla vita e, di conseguenza, l’articolo 2 sanciva anche il diritto alla morte. La Corte rigettò tale tesi affermando che non si potesse interpretare in maniera così elastica la disposizione. I susseguenti ricorsi incentrarono l’attenzione anche sull’articolo 8, dal quale si desunse un orientamento positivo, e quindi diverso, della Corte. Poniamo l’attenzione su un diverso aspetto: una persona, ad esempio, che faccia lo sciopero della fame non può essere costretto a mangiare contro la sua volontà; ma nei riguardi di una persona, la quale non sia stata ancora dichiarata insana mentalmente, che vuole suicidarsi, come la si può fermare?

Il problema che ci si pone in questi casi è come si può attuare questo diritto al suicidio assistito senza ingerire sui diritti di altre persone? Intendendosi in questo caso per persone non soltanto i familiari ma anche lo stesso personale medico ed operatori sanitari in genere. Si può imporre a queste persone l’obbligo di assistere, anche indirettamente, colui che vuole porre fine alla sua vita? La problematica nasce dal fatto che è consentita l’obiezione di coscienza, riconosciuta anche dalla CEDU, anche se limitatamente al servizio militare. L’ordinamento interno deve dare sostanza e concretezza a tale diritto ma spesso sono le stesse associazioni mediche a porsi in netto contrasto. Ad esempio, a Malta, un’associazione privata, che nega il suicidio assistito, ha dato vita ad una casa di riposo per cure palliative; questa iniziativa si pone come un’alternativa all’eventualità che l’ordinamento maltese possa creare i presupposti per il riconoscimento del diritto al suicidio assistito.

Quindi, il vero problema sta nel ‘come’ dare sostanza al suicidio assistito che secondo la mia opinione è un diritto artificiale: pensare al suicidio assistito come un’estensione della vita, o anche agevolarne la tutela sembra un’interpretazione artificiale del diritto stesso. È vero che questo è l’orientamento della Corte, ma quest’ultima è formata da uomini e donne e quando si diventa membri, ognuno porta con sé una parte della sua personalità, porta la sua visione e filosofia della vita, il suo bagaglio culturale e i propri valori ma, spesso, si ha l’impressione che invece di focalizzarsi sui tratti essenziali dei diritti fondamentali dell’Uomo e sui valori che sono sottesi alla Convenzione, si incentra l’attenzione sugli aspetti più ‘periferici dei diritti stessi quando in realtà un’analisi più profonda potrebbe essere una chiave di lettura”.

 

 

 

 

 



[1] V. art. 61 Reg. sulla procedura pilota.

[2] Nel Rapporto esplicativo concernente l’approvazione del Protocollo n. 15  recante emendamento alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  del 13 agosto 2014 si legge :" Organizzando la Conferenza ministeriale di Interlaken, tenutasi il 18 e il 19 febbraio 2010, la Svizzera ha impresso un nuovo impulso ai tentativi volti a garantire il funzionamento della Corte EDU. Il piano d’azione adottato a Interlaken è stato concretizzato ulteriormente in occasione di due conferenze tenutesi a Izmir nel 2011 e a Brighton nel 2012. Le misure proposte riguardano sia la Corte EDU sia gli Stati contraenti, cui spetta un ruolo determinante nell’attuazione della Convenzione sul piano nazionale.  La Dichiarazione di Brighton prevede l’elaborazione di due protocolli relativi al funzionamento della Corte: il Protocollo n. 15 contiene emendamenti mirati alla Convenzione che riguardano, da un lato, i rapporti tra le Parti contraenti e la Corte e, dall’altro, la procedura dinanzi a quest’ultima. Il Protocollo n. 16 abilita la Corte a emanare pareri consultivi sull’interpretazione della Convenzione e dei suoi protocolli".

[3] F. SUDRE, Rapport introductif, cit., p. 32 s.

[4] Applicazione generalizzata sostenuta in base alla teoria della «autorità della cosa interpretata».

[5] Aggiornato a dicembre 2016

[6]. Queste pratiche si trovano alla fine del Regolamento della Corte. Se non è diversamente indicato, in questo capitolo con il termine "Articolo" si intende fare riferimento ad una disposizione della Convenzione, con il termine "Regola" ad una disposizione del Regolamento della Corte.

[7]. Registrazione significa che il richiedente ha pienamente soddisfatto i requisiti della regola 47.

[8]. Anche se tecnicamente l'assegnazione di domande alle Sezioni, secondo la regola 52 § 1, spetta al Presidente del Tribunale, nella prassi, il Presidente delega il case-lawyer attraverso il cancelliere.

[9]. Se la domanda viene presentata contro più di un Paese è generalmente destinata alla sezione che ospita il Paese contro il quale sono dirette le principali lamentele. Tuttavia è possibile assegnare una domanda ad una sezione di cui il giudice nazionale non è membro. In tal caso, quando la domanda viene assegnata alla sezione, il giudice nazionale diventa d'ufficio un membro di quella Camera ai sensi dell'art. 26 § 4.

[10]. Regola 26.

[11]. I Presidenti di sezione agiscono come giudici unici, ma in un contesto diverso. v. infra.

[12]. Per tutti i criteri di ammissibilità e della giurisprudenza pertinente, consultare la "Guida pratica su criteri di ammissibilità" sul sito Internet della Corte.

[13]. Vedere Regole 18 e 27A § 4. Il termine "relatore non giudiziario" viene utilizzato per distinguere l'avvocato dal "relatore", che nel gergo della Corte è sempre un giudice.

[14]. Alcuni giudici nazionali chiedono la lista del “loro paese” con i casi che sono stati designati da assegnare al singolo giudice in modo da segnalare quelli che, a loro avviso, non dovrebbero essere dichiarati irricevibili dal G.U.

[15]. Nel caso di applicazioni interstatali, la procedura è disciplinata dalla regola 48.

[16]. Si veda, ad esempio, Tucka c. Regno Unito (dec.), Il 18 gennaio 2011.

[17]. Tutte le decisioni del comitato richiedono che i tre giudici sono unanimi nella loro decisione - vedi art. 28.

[18]. Regola 51 § 3.

[19]. Una comunicazione fatta dal Presidente di Sezione direttamente su proposta del relatore è conosciuta come una comunicazione Presidenziale. Se la questione è stata rinviata a una sezione prima della comunicazione, è conosciuta come una comunicazione Camerale.

[20]. V. regole 27A § 2 (a) e 54 § 2 (b) (3).

[21]. V. Regola 5.

[22]. Se un motivo che legittima la cancellazione interviene quando la Camera ha già iniziato l'esame della domanda, la cancellazione è stabilita dalla Camera.

[23]. L'articolo 37 enuncia i casi di cancellazione del ricorso dal ruolo. La cancellazione può essere richiesta anche dal giudice unico, v. articolo 27 § 1 e regola 52A § 1.

[24]. Ai sensi dell’Articolo 37, comma 1: “In ogni momento della procedura, la Corte può decidere di cancellare un ricorso dal ruolo quando le circostanze permettono di concludere: (a) che il ricorrente non intende più mantenerlo; oppure (b) che la controversia è stata risolta; oppure (c) che per ogni altro motivo di cui la Corte accerta l’esistenza, la prosecuzione dell’esame del ricorso non sia più giustificata. Tuttavia la Corte prosegue l’esame del ricorso qualora il rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli lo imponga”.

[25]. A meno che, naturalmente, al giudice nazionale sia altrimenti precluso prendere parte al procedimento. In tal caso non può essere designato un giudice ad hoc poiché la nomina del medesimo è prevista solo per i casi assegnati alla Camera ed alla Grande Camera – v. l'articolo 26 § 4 e la regola 29.

[26]. I casi del Comitato sono generalmente gestiti dal cancelliere aggiunto di sezione.

[27]. Le riunioni del Comitato si svolgono lo stesso giorno, e subito dopo, la riunione della Sezione con le varie composizioni della Camera entro quella Sezione.

[28]. Il requisito dell'unanimità significa in effetti che non ci può essere un parere separato (dissenziente o concordante) in una sentenza WECL.

[29]. Il controllo di qualità è di solito effettuato dal vice cancelliere di sezione quando il progetto di decisione dei giudizi è proposto ad un comitato.

[30]. La nomina dei giudici supplenti è necessaria nelle ipotesi di sostituzione del giudice che per motivi sopravvenuti non può partecipare alle udienze. E’ consigliabile che i giudici supplenti prendano conoscenza dei documenti relativi al caso da esaminare. Se vi è più di un giudice supplente, il giudice supplente che prende il posto di quello effettivo è il primo seguendo l'ordine della lista ed in ordine di anzianità, vale a dire di precedenza.

[31]. Il Presidente della sezione è eletto in sessione plenaria della Corte, ovvero da tutti i 47 giudici; il vicepresidente di sezione, invece, è eletto dai membri della sezione.

[32]. Questa situazione si verifica quando un ricorso viene depositato contro più di uno Stato parte della Convenzione che richiede la presenza di più di un giudice nazionale.

[33]. V., Regola 18B.

[34]. V., in generale, la regola 23.                                                

[35]. La procedura di “pigeon-hole” costituisce una variante della "decisione per tacito accordo", descritta nella Regola 23A.

[36]. Regola 3 § 1.

[37]. Si veda l'articolo 30.

[38]. Pareri distinti sono possibili anche quando la Corte è chiamata a fornire un parere consultivo ai sensi degli articoli da 47 a 49. V. anche la regola 88 (2). Tuttavia, quando il Comitato dei Ministri riferisce una questione alla Corte, ai sensi dell'articolo 46 § 3, per l'interpretazione della Corte, una pronuncia separata non è possibile secondo la regola 93.

[39]. Si veda, ad esempio, l’opinione in parte concordante in Yoh-Ekale Mwanje c. Belgio, il 20 dicembre 2011.

[40]. "Parere separato congiunto dei giudici ...".

[41]. "Parere separato del giudice ... condiviso dal giudice …".

[42]. Ciò può essere particolarmente importante quando i documenti del fascicolo sono redatti in una lingua non conosciuta dal giudice.

[43]. V. par. III della “Resolution on Judicial Ethics”, adottata dalla plenaria il 23 giugno 2008.

[44]. Un "semplice dichiarazione di dissenso", come menzionata nel Regolamento 74 § 2 e 88 § 2, non costituisce parere separato. Si veda, ad esempio, Battista c. Italia, 2 dicembre 2014.

[45]. V. l'Articolo 43 § 3.

[46]. V., a titolo di esempio, Vučković e altri c. Serbia, [GC] 25 Marzo 2014 e l'opinione dissenziente della minoranza.

[47]. V., a titolo di esempio, Chiragov e altri c. Armenia (dec.) [GC] 14 dicembre 2011. Vedasi anche la sentenza finale nel merito nello stesso caso del 16 giugno 2015, dove ci sono opinioni separate. Vedasi anche Gherghina c. Romania (dec.) [GC] 9 luglio 2015.

[48]. A meno che il vicepresidente o il Presidente di Sezione abbia già preso conoscenza del caso in una Camera e prima che è la domanda sia stata rinviata alla Grande Camera.

[49]. Un'audizione pubblica può anche essere tenuta prima di una Camera, ma tale evento è raro.

[50]. I giudici di riserva non sono previsti dal Regolamento della Corte. L'idea della nomina di tre giudici di riserva era una "iniziativa presidenziale" del presidente Jean-Paul Costa. Oggi è parte della prassi della Corte.

[51]. V., Articoli 30 e 43 § 1 (2).

[52]. Lo stesso vale quando una Camera si impegna in un'audizione pubblica.

[53]. V., Regola 49 § 3 (c).

[54]. Dal momento che si tratta di un voto indicativo e non finale, ogni giudice può astenersi fino a questo punto. I voti dei giudici supplenti sono registrati anche in questa fase.

[55]. È insolito per il relatore chiedere, in tale situazione, di essere sostituito, anche se tecnicamente ciò è possibile.

[56]. Se i commenti si riferiscono a questioni grammaticali o ortografiche minori, possono essere indirizzati al relatore o al case-lawyer; al di là di ciò, però, in linea di principio ogni comunicazione è indirizzata a tutti i giudici.

[57]. La "nota separata" è un documento preparato dal case-lawyer che delinea brevemente i fatti del caso, le conclusioni raggiunte dalla Camera e le ragioni per le quali la parte o le parti chiede o chiedono il rinvio alla Grande Camera. Alla nota viene aggiunta anche la richiesta o le richieste di rinvio delle parti.

[58]. A meno che non sia impedito a partecipare ad una particolare richiesta di rinvio, nel qual caso viene sostituito dal vicepresidente.

[59]. Articolo 43 § 2.

[60] Il testo riproduce la lezione in video conferenza svolta il 7 marzo 2017 presso l'Università della Calabria.

[61] Corte cost. sentenza del 28 novembre 2002 n. 494: «L'art. 278, comma 1, c.c. è, in relazione agli artt. 2, 3 e 30 della Costituzione, costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui esclude la dichiarazione giudiziale della paternità e maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma degli artt. 251, comma 1, dello stesso codice, il riconoscimento dei figli incestuosi è vietato. Rimanendo fermo, in tali ipotesi, il divieto di riconoscimento, l'art. 269, comma 1, c.c. deve essere interpretato (secondo la sua formulazione letterale) nel senso che la paternità e la maternità naturali possono essere dichiarate nelle ipotesi in cui il riconoscimento è ammesso, ma non nel senso reciproco cioè anche che il riconoscimento sia effettuabile in tutte le ipotesi in cui vi possa essere la dichiarazione giudiziale».

[62] Si v., altresì, Cass. 8 agosto 2014, n. 17811, la quale ha affermato che in presenza di figli minori questi hanno interesse ad interloquire sullo scioglimento del fondo patrimoniale ed essere difesi da un curatore speciale. Tale legittimazione sostanziale del figlio minore di età è estesa al concepito.

[63] Cass. 2 ottobre 2012, n. 16754: «Nel caso in cui il medico ometta di segnalare alla gestante l'esistenza di più efficaci test diagnostici prenatali rispetto a quello in concreto prescelto, impedendole così di accertare l'esistenza d'una una malformazione congenita del concepito, quest'ultimo, ancorché privo di soggettività giuridica fino al momento della nascita, una volta venuto ad esistenza, ha diritto ad essere risarcito da parte del sanitario con riguardo al danno consistente nell'essere nato non sano, e rappresentato dell'interesse ad alleviare la propria condizione di vita impeditiva di una libera estrinsecazione della personalità, a nulla rilevando né che la sua patologia fosse congenita, né che la madre, ove fosse stata informata della malformazione, avrebbe verosimilmente scelto di abortire», e Cass. 11 maggio 2009, n. 10741: «Il nascituro è titolare in via diretta di alcuni interessi personali - rispetto ai quali ''l'evento nascita'' rappresenta una condizione di azionabilità in giudizio a fini risarcitori - quali il diritto alla vita, alla salute, all'onore o alla reputazione, all'identità personale: pertanto, limitatamente alla titolarità di tali interessi protetti, deve affermarsi la soggettività giuridica del nascituro in virtù di un'interpretazione costituzionalmente orientata e basata sulla pluralità delle fonti». In tal senso si era già espressa più volte la giurisprudenza di merito: Trib. Verona, 15 ottobre 1990; Trib. Milano, 19 ottobre 1989; Trib. Milano, 13 maggio 1982; Trib. Piacenza, 31 luglio 1950.

[64] V. infra Causa Parrillo contro Italia, decisa dalla Grande Chambre con sentenza del 27 agosto 2015. La Corte Europea ha dichiarato non ricevibile il ricorso della parte per il profilo della denunciata violazione dell'art. 1 del Protocollo addizionale (che tutela il diritto della persona al rispetto dei suoi beni), e ciò ha fatto lasciando deliberatamente in disparte la "delicata e controversa questione del momento in cui inizia la vita umana", ritenendo, viceversa, decisiva ed assorbente la considerazione che gli embrioni non possono essere ricondotti al rango di "beni" ("human embryos can not be reduced to "possessions" within the meaning of that provvision"). Ha escluso poi (con un unico voto dissenziente) la prospettata violazione dell'art. 8 della CEDU, sul rilievo che il diritto, invocato dalla ricorrente, di donare gli embrioni (da lei prodotti) alla ricerca scientifica non trova copertura in quella disposizione, in quanto non riguarda un aspetto particolarmente importante dell'esistenza e della identità della ricorrente medesima ("it does not concern a particularly important aspect of the applicant's existence and identity").

Nella stessa sentenza, la Corte di Strasburgo, ha, comunque osservato, in premessa, che la questione della donazione degli embrioni non destinati a impianto solleva chiaramente delicate questioni morali ed etiche e che i documenti di diritto comparato di cui dispone dimostrano che, contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, non esiste un vasto consenso Europeo in materia (paragrafo 176). Infatti, mentre diciassette, dei quaranta Stati membri dei quali la Corte possiede informazione hanno adottato un approccio permissivo in questo campo (paragrafo 177), altri Paesi hanno leggi che vietano espressamente qualunque ricerca sulle cellule embrionali, ed altri ancora consentono la ricerca in discussione a condizioni rigorose (paragrafo 178). L'Italia non è, pertanto, l'unico Stato membro del Consiglio d'Europa che vieta la donazione di embrioni umani alla ricerca scientifica (paragrafo 179). Ed è per tali motivi che la Corte ritiene che il Governo non abbia ecceduto l'ampio margine di discrezionalità di cui godeva nel caso di specie (paragrafo 197).

[65] Si richiamano anche le sentenze n. 27 del 1975 e n. 151 del 2009.

[66] V. già citata Cass., sez. feriale penale, 23 settembre 2016, n. 39541.

[67] Cass. 30 settembre 2016 n. 19599: «È riconoscibile in Italia un atto di nascita straniero, validamente formato, dal quale risulti che il nato è figlio di due donne (una che l'ha partorito e l'altra che ha donato l'ovulo), atteso che non esiste, a livello di principi costituzionali primari, come tali di ordine pubblico ed immodificabili dal legislatore ordinario, alcun divieto, per le coppie omosessuali, di accogliere e generare figli, venendo in rilievo la fondamentale e generale libertà delle persone di autodeterminarsi e di formare una famiglia a condizioni non discriminatorie rispetto a quelle consentite dalla legge alle coppie eterosessuali».

[68] Vedi precedente nota 4.

[69] Anche in dottrina le teorie sull'attribuzione al concepito-embrione-nascituro di situazioni giuridiche soggettive sono molteplici. Per una sintesi si v. Codice civile annotato con la dottrina e la giurisprudenza a cura di G. Perlingieri, Napoli, I, 2010. Senza pretesa di completezza, le soluzioni fanno riferimento all'anticipazione della capacità giuridica che per taluni è parziale e limitata, per altri, provvisoria, subordinata all'evento della nascita. Nascita definita coelemento di efficacia, o, condizione, o, ancora, diritti dell'uomo come fattispecie a formazione progressiva, oggetto di diritto o diritti senza soggetto.Alla luce del nucleo essenziale dei valori costituzionali si sostiene che l'essere persona umana sin dalla vita intrauterina "è un essere umano ... già partecipa della qualità e dignità dell'uomo" con soggettività a tutela dei suoi diritti fondamentali, per tutti v. C.E. Traverso, La tutela costituzionale della persona umana prima della nascita, Milano, 1977, p. 51 e ss.

[70]Parere del Comitato nazionale per la bioetica sull’adozione per la nascita (“APN”) (18 novembre 2005); relazione finale della “Commissione di studio sugli embrioni” dell’8 gennaio 2010; la Raccomandazione 1046 (1986) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa relativa all’utilizzazione di embrioni e di feti umani a fini diagnostici, terapeutici, scientifici, industriali e commerciali; la Raccomandazione 1100 (1989) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sulla utilizzazione di embrioni e feti umani nella ricerca scientifica; la Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti dell’uomo e la biomedicina (“Convenzione di Oviedo”) del 4 aprile 1997; il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo, sulla ricerca biomedica, del 25 gennaio 2005; il Rapporto del Gruppo di lavoro del Comitato direttivo per la bioetica sulla tutela dell’embrione e del feto umano, pubblicato il 19 giugno 2003 – Conclusione; la Risoluzione 1352 (2003) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sulla ricerca sulle cellule staminali umane; la Raccomandazione del Comitato dei Ministri agli Stati membri relativa alla ricerca sui materiali biologici di origine umana (Racc. (2006) 4), adottata dal Comitato dei Ministri il 15 marzo 2006; “L’etica nella scienza e nella tecnologia”, Risoluzione 1934 (2013) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Il Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie (GEE) presso la Commissione europea: 1. Parere n. 12: Aspetti etici della ricerca relativa all’uso di embrioni umani nel contesto del 5° Programma quadro, 14 novembre 1998; 2. Parere n. 15: Gli aspetti etici della ricerca sulle cellule staminali umane e del loro impiego, 14 novembre 2000. Il Regolamento n. 1394/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 novembre 2007 sui medicinali per terapie avanzate e recante modifica della Direttiva 2001/83/CE e del Regolamento (CE) n. 726/2004. La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 18 ottobre 2011 (C-34/10 Oliver Brüstle c. Greenpeace eV). Il finanziamento dell’Unione europea in materia di ricerca e sviluppo tecnologico. La Comunicazione della Commissione europea sull’iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi” COM (2014) 355 definitiva (Bruxelles, 28 maggio 2014. Il Rapporto del Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco (BIC) sugli aspetti etici della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane (6 aprile 2001).La sentenza Murillo e altri c. Costa Rica della Corte interamericana per i diritti umani (28 novembre 2012).

[71] Sul punto si v. Il parere del Comitato nazionale per la bioetica sull’adozione per la nascita (“APN”) (18 novembre 2005) che in conclusione “19. A seguito della promulgazione della legge n. 40/2004, ilComitato nazionale per la bioetica ha esaminato la questione del destino degli embrioni crioconservati abbandonati, dato che la legge non prevedeva specifiche disposizioni al riguardo ma vietava implicitamente l’utilizzo degli embrioni soprannumerari a fini di ricerca scientifica. Il Comitato ha cosìemesso un parere favorevole “all’adozione per la nascita”, prassi che consente a una coppia, o a una donna, di adottare embrioni soprannumerari al fine dell’impianto, permettendo in tal modo di utilizzare gli embrioni in questione per dar loro la vita e creare una famiglia.

[72] V., Corte Edu casi Mennesson e Labassee c. Francia. La Corte cita i seguenti documenti: lo studio sulla revisione delle leggi di bioetica adottato nella sessione plenaria, assemblea generale 9 aprile 2009 (documentazione francese, 2009), nel quale il Consiglio di Stato ha affrontato le questioni sollevate dalla maternità surrogata; la relazione “Filiation, origines, parentalité – le droit face aux nouvelles valeurs de responsabilité générationnelle” a cura del gruppo di lavoro “filiation, origines, parentalité” presieduto dalla sociologa I. Théry, pubblicata nel mese di aprile 2014; les principes adoptés par le comité ad hoc d’experts sur les progrès des sciences biomédicales, del Consiglio d’europa. V., Rapporto del Consiglio federale della Confederazione Svizzera, in risposta al postulato 12.3917 (rapporto sulla maternità surrogata) della consigliera nazionale Jacqueline Fehr del 28 settembre 2012, Ufficio federale di giustizia UFG della Confederazione Svizzera, Settore Legislazione I, del 15 maggio 2013, reperibile sul sito www.bj.admin.ch/dam/data/bj/aktuell/news/2013/2013-11-29/ber-br-i.pdf.

[73] Nel 2008 l’ufficio del Cairo dell’Unesco ha organizzato una “Riunione di esperti sulle questioni etiche e giuridiche della ricerca sull’embrione umano”.

[74]Sentenza del 28 novembre 2012, Serie C n. 257, paragrafi 315-17. La Corte interamericana ha stabilito che lo Stato convenuto aveva basato il suo divieto di fecondazione in vitro sulla tutela assoluta dell’embrione e, non essendosi tenuto conto di altri diritti concorrenti, ciò aveva comportato un’ingerenza eccessiva e arbitraria nella vita privata e familiare. Per contro le conseguenze sulla tutela della vita prenatale erano assai esigue in quanto il rischio di perdita dell’embrione era presente sia nella FIV che nella gravidanza naturale. L’ingerenza aveva inoltre effetti discriminatori per le persone la cui infertilità poteva essere curata unicamente con la fecondazione in vitro.

[75]L’articolo 4 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli – Draft African Charter on Human and Peoples’ Rights, art. 17, O.U.A. Doc.CAB/LEG/67/1 (1979) – Risoluzione dell’Organizzazione dell’Unione africana AHG/Res. 254 (XXXII).

[76] Vedi il citato Trib. Milano, ordinanza 31 maggio 2016, che nelle more della nascita del concepito, ha ammesso l’azione della gestante ex art. 700 c.p.c. per gli opportuni accertamenti emato-genetici su materiale biologico del presunto padre deceduto al fine di preservare la prova nel giudizio futuro di accertamento giudiziale di paternità del concepito. Contra, argomentando sull’interesse alla “valorizzazione del legame simbiotico dapprima con la madre uterina e nascituri, e quindi tra puerpera ed i neonati, oltre che nella considerazione del loro inserimento, sia pure all’epoca ancora in nuce, nel nucleo familiare formato dalla partoriente e dal coniuge”, il Trib di Roma ordinanza 8 agosto 2014, nel noto caso dello “scambio di embrioni” che ha dato priorità dei legami biologici affettivi e sociali rispetto ai legami genetici. Su tale vicenda il Trib di Roma 22 aprile 2015 è intervenuto con una seconda pronuncia di rigetto della richiesta di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 243 bis c.c. nella parte nella quale non annovera il padre genetico tra i soggetti legittimati a proporre l'azione di disconoscimento della paternità in caso di sostituzione di embrione avvenuta nell'ambito di procreazione medicalmente assistita.

[77] È una situazione soggettiva assoluta, complessa e mutevole nel contenuto, sintesi dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili di solidarietà della persona umana in una comunità di vita, in funzione della promozione della sua personalità. Così, P. Perlingieri, Famiglia e diritti fon­damentali della persona, in La persona e i suoi diritti, Problemi del diritto civile, Napoli, 2005, p. 374; P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, Napoli, 2006, p. 663 e ss.

[78]P. Perlingieri, Famiglia e diritti fondamentali della persona, cit., p. 373.

[79]P. Perlingieri, I diritti del singolo quale appartenente al gruppo familiare, in Rass. Dir. Civ., 1982, p. 72 e ss. , in giur. si v. Cass. 10 maggio 2005, n. 9801, in Corr. giur., 2005, p. 921 e ss.

[80] Si parla di famiglie al plurale, per individuare i modelli organizzativi delle molteplici for­mazioni sociali esistenti. Oltre alla famiglia legittima, hanno rilevanza giuridica diverse forme di vita in comune che prescindono dalla formalizzazione del vincolo. Si parla di convivenza etero ed omosessuale, di famiglia ricostituita, bigenitoriale, monogenitoriale, unipersonale, sociale, adottiva.

[81] Firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata con l. 4 agosto 1955 n. 848.

[82] Corte cost., 22-24 ottobre 2007, nn. 348 e 349, in www.cortecostituzionale.it; Corte cost., 25-27 febbraio 2008, n. 39, in www.cortecostituzionale.it. Sulla stessa scia, Corte cost., 26 novembre 2009, n. 311, Corte cost., 12 marzo 2010, n. 93 e Corte cost. 11 maggio 2011 n. 80, in www.cortecostituzionale.it

[83]Corte cost., 22-24 ottobre 2007, nn. 348 e 349, cit.

[84] Così si esprime testualmente la Corte costituzionale nella succitata sentenza 349 par. 6.2 «L’ interpretazione della Convenzione di Roma e dei Protocolli spetta alla Corte di Strasburgo, ciò che solo garantisce l’ applicazione del livello uniforme di tutela all’ interno dell’insieme dei Paesi membri».

[85] Corte cost. 348/2007 par. 4.6 «Poiché le norme giuridiche vivono nell’interpretazione che ne danno gli operatori del diritto, i giudici in primo luogo, la naturale conseguenza che deriva dall’art. 32, paragrafo 1, della Convenzione è che tra gli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la sottoscrizione e la ratifica della CEDU vi è quello di adeguare la propria legislazione alle norme di tale trattato, nel significato attribuito dalla Corte specificamente istituita per dare ad esse interpretazione ed applicazione».

[86] Per le eventuali antinomie della norma interna con quelle dell’U.E. il giudice nazionale deve disapplicare la prima ed applicare le seconde, senza l’intermediazione della Corte costitu­zionale. Questa ultima si è riservata di decidere in merito alla questione di legittimità delle norme dell’U.E. con i valori fondanti della Costituzione. Si v., oltre alle sentenze citate nel testo, l’ordinanza della Corte cost. 15 aprile 2008, n. 103.

[87] Lo scrutinio di legittimità costituzionale del giudice rimittente deve essere condotto in modo da verificare: «a) se effettivamente vi sia contrasto non risolvibile in via interpretativa tra la norma censurata e le norme della CEDU, come interpretate dalla Corte europea ed assunte come fonti integratrici del parametro di costituzionalità di cui all’art. 117, primo comma, Cost.; b) se le norme della CEDU invocate come integrazione del parametro, nell’interpretazione ad esse data dalla medesima Corte, siano compatibili con l’ordinamento costituzionale italiano».

[88] La Corte EDU può essere adita dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne (se esse sono adeguate a tutelare il diritto leso), attraverso l’impugnazione della decisione defi­nitiva entro il termine di sei mesi.

[89] Dal 2004 la Corte EDU utilizza la procedura della «sentenza pilota» come mezzo per affrontare ricorsi su casi analoghi (ripetitivi) che si basano sulla medesima misura nazionale alla base della violazione della CEDU. La Corte quando riceve un numero elevato di ricorsi «ripeti­tivi», può decidere di selezionarne taluni ed assegnarli ad una trattazione prioritaria, potendo rinviare gli altri. Nel decidere i casi selezionati, potrà fornire allo Stato indicazioni sul modo per eliminare la violazione. Tale procedura è utilizzata per ridurre l’eccessivo carico di lavoro della Corte e per incentivare la creazione di rimedi e misure nazionali per superare l’antinomia e giungere alla soluzione dei casi ancora pendenti. Sul punto, A. Farina, La procedura della sen­tenza pilota, reperibile su www.duitbase.it

[90] L’art. 12 conv dispone che «Uomini e donne in età maritale hanno diritto di sposarsi e di formare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto».

[91] Per l’evoluzione giurisprudenziale indicata nel testo, si v. F. Sudre, Rapport introductif. La «construction» par le juge européen du droit au respect de la vie privée, in Le droit au respect de la vie privée au sens de la Convention européenne des droits de l’homme, Bruxelles, 2005, p. 13 con ivi le decisioni che hanno segnato l’ evoluzione della nozione di vita privata come «droit de vivre autant qu’on le désire à l’ abri des regards étrangers» (affermato dalla Commissione nella decisione del 18 maggio 1976, X c. Islanda, Ricorso n. 6025/74, in Dec e Rapp., p. 88), che «recuvre l’intègritè phisique et moral de la personne et comprend la vie sexuelles» (X e Y c. Paesi Bassi del 26 marzo 1985 § 22) , ma che deve «englober, dans certaine mesure, le doit pour l’indi­vidue de nouer et dèvelopper des relations avec ses semblabes» (Niemetz c. Germania del 16 dicembre 1992) al diritto d’«assurer le dèveloppement de la personnalitè de caque individu dans les relations avec ses semblales» (Botta c. Italia del 24 febbraio 1998, § 32) all’ulteriore formula­zione «droit à l’ identitè et au developpemennt personnel» (Bensaid c. Regno Unito del 6 febbraio 2001, § 47). Diritto alla vita personale intima tutelato con il segreto della vita privata e con la libertà di identità sessuale al quale si aggiunge il diritto alla vita privata sociale con la tutela delle relazioni sociali dell’individuo.

[92] Tutte le sentenze della Corte edu sono reperibili sul sito www.coe.int . Gaskin c. Regno Unito 7 luglio 1989, § 38, nella quale per garantire la effettività del diritto alla vita privata e familiare è imposta allo Stato l’obbligo positivo di prevedere le modalità di accesso alla documentazione contenenti le informazioni personali relative alla nascita; Mikulic c. Croazia del 7 febbraio 2002, nella quale decisione a titolo di protezione della vita privata, è prevista l’obbligazione positiva di prevedere dei mezzi alternativi al test del dna, per permettere al minorenne di conoscere le proprie origini genetiche in tempi brevi con l’azione per la dichiarazione giudiziale della paternità. Obblighi positivi che, se possono determinare la rivelazione di un segreto di un individuo, al contrario. possono imporre la preservazione di un segreto della vita privata dalle ingerenze di privati.

[93] Siffatta soluzione è in germe nella decisione Cossey c. Regno Unito del 27 settembre 1990, série A no 184, p. 14, § 35. Richiamata nel caso Società Cola Est e altri c. Francia del 16 aprile 2002, nel quale «La Cour rappelle que la Convention est un instrument vivant à interpréter à la lumière des conditions de vie actuelles» (§ 41) e nella decisione della Grande Camera nel caso Goodwin del 11 luglio 2002 § 74 e 75. Di recente nel caso Emonet e altri c. Svizzera del 13 marzo 2008, cit., nella quale decisione la Corte ribadisce la necessità di interpretare la Convenzione e i Protocolli in accordo «avec les principes généraux du droit international» ( §65) e alla luce «des conditions d’aujourd’hui…au moyen d’une interprétation évolutive» (§ 66).

[94] Così, Sorel, Règle générale d’interprétation, in Les Conventions de Vienne sur le droits des traités, Commentaire article par article a cura di Corten e Klein, Bruxelles, 2006, p. 1320, il quale parla di «contesto esterno» per l’interpretazione dei trattati.

[95] G. Buonomo, Il diritto straniero e la Corte suprema statunitense, in Quad. cost, 2006, pp. 281 ss.

[96] Tra le altre, M. C. c. Bulgaria del 2003, oltre al richiamo delle disposizioni in materia di violenza sessuale di alcuni Stati membri del Consiglio D’Europa (Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria,Slovenia) e al riferimento ad alcuni passag­gi della Raccomandazione Rec(2005) del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sulla protezione delle donne contro la violenza e della Raccomandazione generale n. 19 del 29 gen­naio 2002 del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, la Corte riferisce anche della prassi applicativa delle disposizioni penali in materia di vio­lenza sessuale negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Sud Africa; così anche, Goodwin del 11 luglio 2002, cit., ed ancora S.e Marper c. Regno Unito del 4 dicembre 2008, cit. Emonet e altri c. Svizzera del 18 marzo 2007, cit, nella quale tra il diritto pertinente la Corte indica il progetto di Convenzione sull’adozione dei minori del 2008 non entrata in vigore adottata dal Consiglio d’Europa.

[97] In tal senso l’indagine di F. Sudre, Rapport introductif, in Le droit au respect de la vie privèe, cit. p. 29 il quale analizza i precedenti della Corte dai quali desume che «Il est exceptionnel que le juge europèen prenne appui sur l’èvolution des lègislations internes pour dèfinir une telle obligation (positive)».

[98] F. SUDRE, Rapport introductif, cit., p. 32 e s.

[99] Sulla funzione di controllo della Corte costituzionale dei principi della Convenzione per come interpretati dai giudici di Strasburgo si v. le sentenze della Corte cost. nn. 348 e 349 del 24 ottobre 2007, cit.

[100] Applicazione generalizzata sostenuta in base alla teoria della «autorità della cosa inter­pretata».

[101] Sui caratteri di accessibilità e di prevedibilità della misura nazionale di interferenza si v. la decisione del 16 febbraio 2000, Amman c. Svizzera, ricorso n. 27798/95, §§ 55 -57. «La Cour rappelle que les mots “prévue par la loi” impliquent des conditions qui vont au-delà de l’existen ce d’une base légale en droit interne et exigent que celle-ci soit “accessible” et “prévisible”. 56.Selon la jurisprudence constante de la Cour, une norme est “prévisible” lorsqu’elle est rédigée avec assez de précision pour permettre à toute personne, en s’entourant au besoin de conseils éclai-rés, de régler sa conduite (arrêt Malone c. Royaume-Uni du 2 août 1984, série A n° 82, pp. 31-32, § 66). En matière de mesures de surveillance secrète, la Cour a souligné l’importance de ce concept en ces termes» (ibidem, pp. 32-33, §§ 67-68) : «La Cour rappelle qu’à ses yeux le membre de phrase “prévue par la loi” ne se borne pas à renvoyer au droit interne, mais concerne aussi la qua-lité de la “loi” ; il la veut compatible avec la prééminence du droit, mentionnée dans le préambule de la Convention (...). Il implique ainsi - et cela ressort de l’objet et du but de l’article 8 -que le droit interne doit offrir une certaine protection contre des atteintes arbitraires de la puissance publique aux droits garantis par le paragraphe 1 (…). Or le danger d’arbitraire apparaît avec une netteté singulière là où un pouvoir de l’exécutif s’exerce en secret (…)(...) Puisque l’ap­plication de mesures de surveillance secrète des communications échappe au contrôle des intéressés comme du public, la “loi” irait à l’encontre de la prééminence du droit si le pouvoir d’appréciation accordé à l’exécutif ne connaissait pas de limites. En conséquence, elle doit définir l’étendue et les modalités d’exercice d’un tel pouvoir avec une netteté suffisante - compte tenu du but légitime poursuivi - pour fournir à l’individu une protection adéquate contre l’arbitraire. “Elle a aussi précisé que” les écoutes et autres formes d’interception des entretiens téléphoniques représentent une atteinte grave au respect de la vie privée et de la correspondance. Partant, elles doivent se fonder sur une “loi” d’une précision particulière. L’existence de règles claires et détaillées en la matière apparaît indispensable, d’autant que les procédés techniques ne cessent de se perfectionner (arrêt Kopp précité, pp. 542-543, § 72).Il convient donc d’examiner la “qualité” des normes juridiques invoquées en l’espèce. 62. La Cour conclut que l’ingérence ne saurait passer pour “prévue par la loi” puisque le droit suisse n’indique pas avec assez de clarté l’étendue et les modalités d’exercice du pouvoir d’appréciation des autorités dans le domaine considéré».

[102]Leander c. Svezia, 26 marzo 1987, § 48.

[103]Connors c. Regno Unito, n. 66746/01, § 82, 27 maggio 2004, nonché i riferimenti ivi citati.

[104]Evans c. Regno Unito [GC], n. 6339/05, § 77.

[105]Emonet e altri c. Svizzera, del 13 marzo 2008, cit.,

[106]T. c. Regno Unito [GC], n. 24724/94, §§ 75 e 85, 16 dicembre 1999, Marper c. Regno Unito 4 dicembre 2008, § 40.

[107] Ricostruisce i criteri utilizzati dal giudice europeo per la creazione di obbligazioni positive, F. Sudre, Rapport introductif, cit., p. 29 e ss. L’A. mette in luce che eccezionalmente la Corte per definire dette obbligazioni muove dalla ricerca di un denominatore comune ai sistemi giuridici degli Stati aderenti. Così, nel caso M. C. c. Bulgaria del 4 dicembre 2003 ed ivi richiami della giurisprudenza della Corte.

[108] Sul c.d. contesto esterno, si v. Dickson c. Regno Unito del 4 dicembre 2007, cit.

[109] Sul punto, S. Bartole, Il ricorso al diritto comparato in tema di diritti umani, fra vincoli giuridici e mediazioni culturali, in Diritti umani ediritto internazionale, 2007, 229 e ss.

[110]G. Buonomo, Il diritto straniero e la Corte suprema statunitense, in Quaderni costituzionali, 2006, pp. 281 ss.

[111] Tra le altre, M. C. c. Bulgaria del 2003, oltre al richiamo delle disposizioni in materia di violenza sessuale di alcuni Stati membri del Consiglio D’Europa (Belgio, Repubblica Ceca,Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria,Slovenia) e al riferimento ad alcuni passaggi della Raccomandazione Rec(2005) del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sulla protezione delle donne contro la violenza e della Raccomandazione generale n. 19 del 29 gennaio 2002 del Comitato delle Nazioni Unite perl’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, la Corte riferisce anche della prassi applicativa delle disposizioni penali in materia di vio­lenza sessuale negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Sud Africa; così anche, Goodwin del 11 luglio 2002, cit., ed ancora S.e Marper c. Regno Unito del 4 dicembre 2008, cit. Emonet e altri c. Svizzera del 13 marzo 2008, cit, nella quale tra il diritto pertinente la Corte indica il progetto di Convenzione sull’adozione dei minori che nel 2008 anno della decisione non ancora entrata in vigore perché non ratificata da un numero sufficiente di Stati.

[112] Pur non esistendo alcun obbligo giuridico che leghi la Corte a recepire è far propri quei precedenti, non vincolando il sistema della Convenzione o quelli dei singoli Stati che ne sono parte contraente.

[113]S. Bartole, Il ricorso al diritto comparato in tema di diritti umani, fra vincoli giuridici e mediazioni culturali, in Diritti umani e diritto internazionale, cit., p. 234 e ss. Il primo tipo di argomento comparativo trova giustificazione nel legame di compenetrazione e integrazione tra sistema convenzionale e l’ordinamento nazionale espresso dal Preambolo della Convenzione, e nell’art. 1 della Convenzione. Legame riaffermato nelle più volte citate sentenze della Corte cost. n. 348 e 349/ 2207.

[114]S. Bartole, Il ricorso, cit., p. 238.

[115]Dickson c. Regno Unito [GC], n. 44362/04, § 78, cit.

[116] Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. che ha «lo stesso valore giuridico dei trattati» per come sancito dall’art. 6, par. 1, Tratt. U.E.

[117]Niemietz c. Germania, decisione del 16 dicembre 1992, § 29.

[118]Marckx c. Belgio, decisione del 13 giugno 1979, § 31

[119]Pretty c. Regno Unito decisione del 25 aprile 2002 § 61.

[120]K. c. Regno-Unito, n° 11468/85, decisione della Commissione del 15 ottobre 1986.

[121]Botta c. Italia, 24 febbraio 1998, § 32.

[122]F. Sudre, Les alèas de la notion de «vie privèe» dans la jurisprudence de la Cour europèenne des droits de l’homme, Mèlanges Pettiti, Bruxelles, 1999, p. 687; F. Sudre, Rapport introductif. La «construction» par le juge européen du droit au respect de la vie privée, in Le droit au respect de la vie privée au sens de la Convention européenne des droits de l’homme, Bruxelles, 2005, cit., p. 19 e s.

[123]X c. Islanda del 18 maggio 1976, nel quale secondo la Corte l’art. 8 conv. mira a garantire il diritto «de vivre autan qu’on le désire à l’abri des regards étrangers». concezione ripresa dal giudice G. Fitzmaurice nella opinione contraria espressa nella decisione Marckx c. Belgio, cit. al punto 7, secondo il quale nell’idea della Convenzione «le principal, sinon le seul objet, le seul champ d’application visé par l’article 8...était ce que appellerai la «protection domiciliarie» de l’individu». Non tutto ciò che concerne la vita privata può entrare automaticamente nel campo di applicazione della Convenzione e non se ne può dare ad essa un’estensione illimitata «la protection de la vie privée est la protection de l’intimité et de la dignité de la personne…» lo afferma il giudice L. E. Pettiti nella opinione aggiunta alla decisione Bensaid del 6 febbraio 1997.

[124]X e Y c. Paesi Bassi del 26 marzo 1985, § 22.

[125] Espressione utilizzata dal giudice Brandeis nell’opinione contraria espresso alla decisione nel caso del 1928 Olmstead c. Stati Uniti, 277 U.S.438, 478, citato da J. Rubenfeld, The Right of Privacy, Harward Law Review, vol. 102, 1989, p. 738.

[126] La Corte, sempre nel caso Niemietz, afferma che specialmente in alcune professioni è dif­ficile «démêler ce qui releve du domaine professionel et ce qui en sort», § 29.

[127]Niemietz c. Germania 16 dicembre 1992, cit. par. 29, «Il paraît, en outre, n’y avoir aucune raison de principe de onsidérer cette manière de comprendre la notion de «vie privée» comme excluant les activités professionnelles ou commerciales: après tout, c’est dans leur travail que la majorité des gens ont beaucoup, voire le maximum d’occasions de resserrer leurs liens avec le monde extérieur. Un fait, souligné par la Commission, le confirme: dans les occupations de quel- qu’un, on ne peut pas toujours démêler ce qui relève du domaine professionnel de ce qui en sort. Spécialement, les tâches d’un membre d’une profession libérale peuvent constituer un élément de sa vie à un si haut degré que l’on ne saurait dire en quelle qualité il agit à un moment donné. De plus, on risquerait d’aboutir à une inégalité de traitement si, comme le préconise le Gouvernement, on refusait le bénéfice de l’article 8 (art. 8) au motif que la mesure dénoncée concernait uniquement des activités professionnelles: la protection continuerait à jouer en faveur d’un individu dont les activités professionnelles et non professionnelles s’imbriqueraient à un point tel qu’il n’existerait aucun moyen de les dissocier. Jusqu’ici la Cour n’a du reste pas opéré pareille distinction: elle a constaté une ingérence dans la vie privée même quand des écoutes télé-
phoniques portaient aussi sur les communications commerciales (arrêt Huvig c. France du 24 avril 1990, série A no 176-B, p. 41, par. 8, et p. 52, par. 25); de ce qu’une perquisition visait uniquement des activités commerciales, elle n’a pas tiré argument pour estimer l’article 8 (art. 8) inapplicable au titre de la “vie privée” (arrêt Chappell c. Royaume-Uni du 30 mars 1989, série A no 152-A,
pp. 12-13, par. 26, et pp. 21-22, par. 51)
».

[128] La decisione non si allontana dall’espressione usata dal giudice Pettitti nell’opinione espressa nel caso Malone nella quale ha precisato che «La Convenzione protegge la collettività degli uomini; l’uomo, dei nostri giorni , ha bisogno di vedere preservata la sua identità, di rifiutare la trasparenza completa nella Società, di proteggere il segreto della propria personalità».

[129]Bensaid c. Regno Unito del 6 febbraio 2001. Si v., il caso Botta c. Italia decisione del 24 febbraio 1998 che evoca il diritto di assicurare lo sviluppo della personalità di ogni individuo con l’instaurazione di relazioni sociali (§ 32).

[130] § 61, caso Pretty c. Regno Unito del 25 aprile 2002, nel quale la Corte formula una disso­ciazione tra realizzazione personale e relazioni sociali.

[131] Caso Goodwin c. Regno Unito nel quale la Corte rileva l’inadempimento dell’obbligo positivo dello Stato resistente in ordine alle garanzie per proteggere la dignità e libertà del transessuale che ha mutato il proprio sesso. La ricorrente denunciava l’esistenza della normativa interna che in talune materie (ad es. per il riconoscimento della pensione di vecchiaia) applicava la disciplina in base alla situazione originaria risultante dai registri dell’anagrafe. La Corte § 90 «Cela dit, la dignité et la liberté de l’homme sont l’essence même de la Convention. Sur le terrain de l’article 8 de la Convention en particulier, où la notion d’autonomie personnelle reflète un principe important qui sous-tend l’interprétation des garanties de cette disposition, la sphère personnelle de chaque individu est protégée, y compris le droit pour chacun d’établir les détails de son identité d’être humain (voir, notamment, Pretty c. Royaume-Uni, no 2346/02, § 62, CEDH 2002-III, et Mikulic c. Croatie, no 53176/99, § 53, CEDH 2002-I)».

[132] Opinione espressa nella decisione del 19 febbraio 1997, Laskey, Jaggard e Brown c. Regno Unito, Raccolta 1997 - I §36, inerente una presunta violazione dell’articolo 8, da parte del Regno Unito, per la condanna di tre persone, dedite a pratiche sadomasochiste, ai sensi degli articoli 20 e 47 della legge del 1861 sulle infrazioni contro le persone (Offences Against the Persons Act 1861). I ricorrenti (§§ 37 e 38) sostenevano che l’ingerenza del Governo inglese non era «necessaria in una società democratica», poiché i partecipanti erano degli adulti consenzienti, le pratiche si svolgevano a porte chiuse e in nessun modo degli estranei avrebbero potuto assistervi. Infatti, la polizia ne era venuta a conoscenza per mero caso. Inoltre, le ferite che erano alla base della condanna inflitta ai ricorrenti, erano superficiali e non comportavano alcun rischio di infezione. La Corte (§ 42 ) sosteneva che, pur trattandosi di pratiche sessuali che avvenivano a porte chiuse e, quindi, rientranti nell’ambito della vita privata, era necessario verificare se il comportamento tenuto dai ricorrenti fosse compatibile con il pubblico interesse. Secondo la giurisprudenza di Strasburgo, l’ingerenza dei pubblici poteri deve essere basata su un bisogno sociale imperativo, proporzionato all’interesse pubblico perseguito. Nel valutare la necessità dell’ingerenza necessaria il margine di apprezzamento dello Stato è piuttosto ampio. Nel caso in questione, la Corte non ha ritenuto sproporzionata la condanna inflitta ai ricorrenti, in quanto la pratica da essi intrattenuta da più di dieci anni, sebbene riguardasse degli adulti consenzienti, non rientrava esclusivamente nella loro vita privata, dal momento che essa comportava a loro carico il rischio di lesioni. Pertanto, l’ingerenza della Pubblica autorità era una misura idonea ex art 8 co. 2 CEDU a garantire, in una società democratica, la salute pubblica.

[133] Tale punto di vista è espresso nella Concording Opinion del giudice Pettiti, il quale non condivideva l’ipotesi dell’applicazione dell’articolo 8 al caso, poiché le dette pratiche sadomasochiste pur rientrando tra quelle sessuali sono indegne. Egli afferma che ciò che accade a porte chiuse non sempre è escluso dal controllo della Pubblica Autorità, come nel caso della violenza tra coniugi, e propone l’aggiunta al par. 43 della decisione «il me paraissait nécessaire d’ajouter la notation “régulation et sanction de pratiques d’abus sexuels même si ceux-ci n’entrainiente pas de dommages corporels mais des atteintes à la dignité”… La protection de la vie prive´e est la protection de l’intimité et de la dignité de la personne et non la protection de l’indignité de celleci ni la promotion de l’immoralisme délictuel».

[134] Siffatti diritti hanno a fondamento la dignità quale valore fondante ed inviolabile della persona umana sancito dall’art. 1 della Carta e la libertà nell’eguaglianza prevista nell’art. 6 della medesima Carta.

[135] Regolamento (CE) del Consiglio 27 novembre 2003, n. 2201, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di respon­sabilità genitoriale, che abroga il Regolamento (CE) n. 1347/2000.

[136] Il Regolamento fa espressamente salvi i trattati internazionali con la Santa Sede anche quello con l’Italia, con il riconoscimento ed esecuzione delle decisioni di invalidità del matrimo­nio a norma del capo III, sezione 1 del Regolamento (art. 63).

[137] Nel quale si legge «2. Ai fini della Convenzione, il termine «responsabilità genitoriale» comprende la potestà genitoriale o ogni altro rapporto di potestà analogo che stabilisca i diritti, i poteri e gli obblighi dei genitori, di un tutore o di un altro rappresentante legale nei confronti della persona o dei beni del minore».

[138] La convenzione concerne la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecu­zione delle decisioni e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di pro­tezione dei minori.

[139] Corte di Giustizia (sez. III del 5 ottobre 2010 nel procedimento C-400/10 PPU nella causa J.McB. c. L.E.

 

[140] Nel caso di Regno Unito e Irlanda del «domicile» di entrambi i coniugi.

[141]La sentenza è pubblicata in Dir fam., 2010,3, p. 1195 e ss. L’ordinanza, si pronuncia sul regolamento preventivo di giurisdizione sollevato dal coniuge di nazionalità tedesca residente a Bruxelles, citato in Italia dalla moglie cittadina italiana, in un procedimento di separazione. Il ricorso proposto dal marito si fonda sull’interpretazione delle norme del Regolamento 2201/2003 e di quelle interne in materia di diritto internazionale privato.

[142] Solo se nessun giudice di uno degli Stati membri ha la giurisdizione in base ai criteri del Regolamento 2201/2003, si può procedere secondo quanto è stabilito dalla normativa interna dello Stato stesso, come sancisce l’art. 7 del citato regolamento. Così, Corte Giust., sez. III, nel procedimento C- 523/07 del 2 aprile 2009, sulla richiesta di pronuncia pregiudiziale sul concetto di residenza abituale.

[143] Sulla base dei problemi rilevati nei procedimenti matrimoniali aventi carattere interna­zionale La Commissione il 17 luglio 2006 ha proposto un regolamento per la modifica di quello n. 2201/2003 Ciò sul «fatto che le leggi nazionali siano molto diverse sia in termini di diritto sostanziale che di norme di conflitto crea incertezza giuridica. La grande diversità e la comples­sità delle norme di conflitto nazionali rendono molto difficile, per una coppia internazionale, prevedere quale legge si applicherà al loro procedimento matrimoniale. In quasi tutti gli Stati membri i coniugi non hanno la possibilità di scegliere la legge applicabile ai procedimenti matri­moniali, può quindi succedere che venga applicata una legge con cui i coniugi hanno solo un, legame debole e che il risultato non corrisponda alle legittime aspettative dei cittadini. Inoltre, le attuali norme possono indurre un coniuge a precipitarsi in tribunale per adire il giudice per primo, in modo da assicurarsi che il procedimento sia disciplinato da una legge particolare che ne tuteli gli interessi. Le norme attuali, poi, non garantiscono un accesso alla giustizia sufficiente». La mancanza dell’unanimità su tale proposta di modifica è stato emanato il Regolamento (ue) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale.

[144] In Il civilista, 2010, p. 82. Sulla medesima scia di recente il decreto del Trib min Milano 30 aprile 2010, la massima di seguito in parte riportata è pubblicata in Dir. Fam., 2011, I, p. 220 nella quale la residenza abituale, è intesa «come il luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, ha il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, derivanti dallo svolgersi in tale località la sua quotidiana vita di relazione, può essere desunta da documenti, versati agli atti, indirizzati ai genitori dal Servizio sanitario o dal fisco estero o da enti assicurativi non italiani, rivelatori della presenza del nucleo familiare nel territorio».

[145]F. Panuccio-Dattola, La Residenza emotiva, in Studi in memoria di Elio Fanara (Aa.Vv.), Milano, 2008, Tomo ii, p.

[146] In Giust. civ., 2008, p. 2450.

[147] In Giust. civ, 2009, I, p. 2147.

[148] Così si legge nella sentenza «Tale lettura trova ulteriore conferma… anche dall’art. 15 del Regolamento CE del Consiglio del 27 novembre 2003 n. 2201, relativo alla competenza nel rico­noscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità dei genito­ri, sancendo il principio, nei rapporti tra Stati, che le regole di competenza dei giudici dei vari Stati «si informino all’interesse del minore e in particolare al criterio di vicinanza», consentendo «… di trasferire il caso al giudice di altro Stato membro se è più indicato per conoscere il caso» (punti 12 e 13 dei Considerando preliminari). Inoltre gli artt. 8 e 9 del citato regolamento CE sanciscono la regola generale della competenza del giudice dello Stato in cui il minore risiede abitualmente, lasciando che, in caso di lecito trasferimento di un minore da uno Stato all’altro, il luogo della sua dimora abituale, individuante la competenza, sia quello dello Stato in cui egli è vissuto abitualmente fino a tre mesi prima, per poi divenire quello dello Stato di destinazione, sempre in ragione del criterio di prossimità».

[149] L’Italia ha firmato la Convenzione. La ratifica è avvenuta con l. 2 marzo 2003 n. 77. Tuttavia, l’entrata in vigore è subordinata alle condizioni dell’art. 21, paragrafo 3, della Convenzione stessa, ossia alla esecuzione in tre Stati di cui due del Consiglio d’Europa. La Convenzione in esame è obbligatoria per lo Stato italiano in seguito alla decisione del Consiglio del 5 giugno 2008 (2008/431/CE) con cui l’Italia, fra altri Stati, è stata autorizzata alla ratifica stes­sa entro il 5 giugno 2010. La Suprema Corte a S.U,. nella sentenza del 21 ottobre 2009 n. 22238, ha affermato l’applicabilità della detta Convenzione sostenendo che «L’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è dive­nuta comunque obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 (Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081), per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al mino­re stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di questa Corte (la citata Cass. n. 16753 del 2007)».

[150] Regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale.

[151] Proposta di regolamento del consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 2201/2003 limitatamente alla competenza giurisdizionale e introduce norme sulla legge applica­bile in materia matrimoniale (presentata dalla Commissione) {SEC(2006) 949} {SEC(2006) 950} Bruxelles, 17.7.2006 COM (2006) 399 definitivo 2006/0135 (CNS).

[152] Libro verde sul diritto applicabile e sulla giurisdizione in materia di divorzio COM (2005) 82 definitivo.

[153] Così art. 18 Disposizioni transitorie.

[154] L’Italia partecipa alla cooperazione rafforzata insieme agli Stati indicati nel Considerando 6 del Regolamento del 2010 qui di seguito riportati: il Belgio, la Bulgaria, la Germania, la Spagna, la Francia, l’Italia, la Lettonia. il Lussemburgo, l’Ungheria, Malta, l’Austria, il Portogallo, la Romania e la Slovenia.

[155] Reperibile sul DVD De Jure Giuffrè.

[156] P. Vercellone, Il diritto sul proprio ritratto, Torino, 1959.

[157] G. Bavetta, Identità (diritto alla), in Enc. dir., XIX, Milano, 1970, p. 146.

[158] P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, Napoli, 2006.

[159] Nel senso di intendere i vizi della volontà in una accezione più ampia rispetto alla disciplina contrattuale, tale da includervi ogni pressione, situazione di debolezza informativa e contrattuale, e ogni altra circostanza in grado di compromettere la consapevole espressione del consenso al trattamento dei dati personali: G. Buttarelli, Banche dati e tutela della riservatezza. La privacy nella società dell’informazione, Milano, 1999, p. 285; S. Kirschen, Libera circolazione e protezione dei dati personali, in AA. VV.a cura di R. Panetta, Milano, 2006, p. 49. D’altronde, già nel 1997, il Garante della Privacy ha rilevato che: «il consenso può essere ritenuto effettivamente libero solo se si presenta come manifestazione del diritto all'autodeterminazione informativa, e dunque al riparo da qualsiasi pressione, e se non viene condizionato all'accettazione di clausole che determinano un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto».

 

[160]La contrapposizione tra capacità e incapacità d’agire e tra capacità e incapacità di intendere e di volere, specie nei rapporti non patrimoniali, non corrisponde alla realtà. Le capacità d’intendere, di volere, di discernere sono espressioni della graduale evoluzione della persona che, in quanto titolare di diritti fondamentali, per definizione non trasferibili a terzi, deve essere posta nella condizione di esercitarli parallelamente alla sua effettiva idoneità, non giustificandosi la presenza di ostacoli di diritto o di fatto che ne impediscono l’esercizio”(P.Perlingieri, La personalità umana nell’ordinamento giuridico, Camerino-Napoli, 1972, p. 137 ss.;. Id., Sui rapporti personali nella famiglia, (1979), in Id., La persona e i suoi diritti, p. 468; Id., Profili del diritto civile, Napoli, 1994, p. 227; e già Id., Il diritto del minore all’assistenza: aspetti problematici ed attuativi, 1980, in Id., La persona e i suoi diritti, p. 295 ss., ove si suggerisce «una nuova formulazione, relativa e non rigida, delle nozioni di capacità, d’imputabilità, in una più stretta connessione se non completa identità tra titolarità ed esercizio dei diritti e dei doveri fondamentali ed in un superamento di nozioni (quali la capacità di agire) – nate a tutela di interessi prevalentemente patrimoniali – che mal si adattano a situazioni esistenziali, strettamente collegate alla stessa dignità della persona umana».

[161] Du Coulombier, Les conflits de droits fondamentaux devant la Cour européenne des droits de l’homme, Bruylant, 2011.

[162] Così M.C. Paglietti, Il diritto all’immagine nel dialogo tra Corte di Cassazione e Corte di Strasburgo, in NGCC, 1, 2016.


PROGRAMMA DI DIRITTO CIVILE

PROGRAMMA DI DIRITTO CIVILE - Prof.ssa G. Chiappetta - a.a. 2016/17



Docente:    COSTABILE F
APPELLI DEL 15/09/2017 DIRITTO ROMANO-FONDAMENTI DEL DIRITTO EUROPEO-DIRITTO PENALE ROMANO

SI AVVISANO GLI STUDENTI CHE GLI ESAMI DI DIRITTO ROMANO-FONDAMENTI DEL DIRITTO EUROPEO-DIRITTO PENALE ROMANO DEL 15-09-2017 SI SVOLGERANNO NELL' AULA CONSOLIDATA 3 ALLE ORE 10:OO


APPELLO 16 GIUGNO 2017

Al fine di meglio organizzare gli appelli previsti per venerdì 16 giugno, gli studenti che non intendono sostenere gli esami di Diritto romano e Fondamenti del diritto europeo sono pregati di cancellare la propria prenotazione.  



Docente:    CRISTIANO
ricevimento studenti 27 settembre 2017

DIPARTIMENTO DI SCIENZE AZIENDALI E GIURIDICHE

 

PROF.SSA ELENA CRISTIANO

 

 

 

SI AVVISANO GLI STUDENTI CHE IL PROSSIMO RICEVIMENTO È PREVISTO PER MERCOLEDÌ 27 SETTEMBRE 2017  

DALLA ORE 10,00 ALLE ORE 11,00

 

 

Per comunicazioni:

elena.cristiano@unical.it



Docente:    CRONIN
COMUNICAZIONE PER CONTO DELLA DOTT.SSA RIZZO

 DIPARTIMENTO DI SCIENZE AZIENDALI E GIURIDICHE

CORSO DI LAUREA IN ECONOMIA AZIENDALE/SAA

Codice: 2703006


4 crediti

Risultati Lingua Inglese D.M. 270

               Appello 18-09-2017

PASSES:

COGNOME

NOME

MATRICOLA

DATA

ORA

CONFORTI

MARIANNA

140730

25.09

10.00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*CUBO 25 CLA

FAILS** controllare in fondo per informazioni riguardo la visualizzazione dell'esame

FAILS

MATRICOLA

COGNOME

NOME

163597

DONATO

YLENIA

149686

PULICE

SABRINA ASSUNTA

165596

REALINO

AMELIA

 

 

 

 

 

 

** Gli studenti che non hanno superato la prova possono prendere visione dell'esame con Prof.ssa Rosalba Rizzo il 25 settembre alle ore 9.30 (cubo 25 - CLA) 



Docente:    DACREMA
RISULTATI PREAPPELLO 01 06 2017
COGNOME/NOME MATRICOLA VOTO
ANGOTTI STEFANO 186897 25
ARTURO MELANIA 179916 RISERVA
CAMPAGNA GIUSEPPE 189903 27
CERASO DANILO ANTONIO 186576 28
CICCARELLI GIUSEPPE 189283 30
CICCONE ROSAMARIA 187139 30
CONDELLO BIANCA SAVIA 186606 24
COSTANZO GIOVANNI 186979 23
CRISTODARO DAVIDE 186743 26
CRUGGIANO ISABELLA
18
CRUSCO MATINA
30
CURELLI DOMENICA 187121 29
D'ANGELO CHIARA 186527 28
DE FINO MARIAGIOVANNA A. 179320 30
DE LUCA CRISTIAN 186603 30
ELIA STEFANIA 186734 25
FURFARO ANTONIO 188869 30
GAETANO GIACINTO 180039 30
MARSELOLIA GIUSEPPINA 186528 25
MARCHIANO' SALVATORE F. 179934 26
MARTELLO FRANCESCO 180043 25
MATERA ALFONSO 179929 RISERVA
MENGA SERENA
26
MENZOFANTI KATIA ILENIA 189390 18
MUZZUPAPPA DOMENICA 179746 30
NIGRO MICHELA 180449 30
NOCITI ROSSELLA 180181 26
OCCHIUZZI ALESSANDRA 182243 20
PANZA ANNA 180214 21
PANZERA VERONICA 186976 26
PATI ROCCO 182574 30
PATITUCCI NICOLA 146336 25
PETA RAFFAELLA 182248 30
PISANO ERICA 186571 24
PRETE CHIARA FERNANDA 179930 30
PRESTANICOLA IRENE 182250 30
ROMBOLA' GIANLUCA 182286 22
SAFFIOTI ANTONIO 188906 28
SAULLO VERONICA 186724 29
SCAVELLI DEBORA 182266 26
SCRIVANO GIOVANNI 182272 28
SIMONETTI LUIGI 186729 30
SURACE MARCO 182304 27
TALARICO ALESSIA 189288 29
TALARICO SALVATORE 186601 27
TANI FRANCESCO 187122 24
TORNELLO VINCENZO 186602 27
TROPEA FIORELLA FRANCESCA 179390 30
VAIANA MATTEO 188902 26
VELTRI AURORA 187154 30
ZIZNZI GIUSEPPINA 186580 27

LE DATE DEGLI ESAMI SONO: 19/06/2017 E 04/07/2017

ENTRO OGGI VERRANNO APERTE LE LISTE PER LE PRENOTAZIONI



Docente:    DI TURI
Informazioni generali sul Corso di Diritto internazionale a.a. 2017/2018

Ogni comunicazione tra il Docente e gli studenti relativamente all'insegnamento avverrà attraverso la messaggeria: s'invitano pertanto gli studenti a consultarla regolarmente.

La frequenza al Corso è obbligatoria.

Il ricevimento sarà tenuto il martedì dalle 14 alle 18 presso il Cubo 3 B secondo piano, e avverrà previa richiesta di appuntamento da concordare col Docente scrivendo a: claudio.dituri@unical.it (tel. 492211).

Manuali su cui dovrà essere preparato l'esame (in alternativa);

1) F. SALERNO, Diritto internazionale. Principi e Norme. Wolters Kluwer Italia 2017;

2) E. CANNIZZARO, Diritto internazionale. Giappichelli 2016;

3) N. RONZITTI, Introduzione al Diritto internazionale, Giappichelli  2016 (escluso il cap. VI).

Allo studio dovrà essere affiancata la consultazione di un Codice. Si consiglia LUZZATTO, POCAR, Codice di diritto internazionale pubblico, Giappichelli 2016.

N.B. Non è necessario acquistare il Codice, ma è ASSOLUTAMENTE INDISPENSABILE che gli studenti conoscano le norme di diritto internazionale richiamate a lezione o nei libri,  e che possono essere scaricate da INTERNET, e cioè:

1) CARTA DELLE NAZIONI UNITE E STATUTO DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA;

2) DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO (1948);

3) PATTO INTERNAZIONALE SUI DIRITTI CIVILI E POLITICI, E RELATIVO PROTOCOLLO FACOLTATIVO (1966);

4) PATTO INTERNAZIONALE SUI DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI (1966),  (RELATIVO PROTOCOLLO FACOLTATIVO (2008);

5) CONVENZIONE EUROPEA PER LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DELL'UOMO E DELLE LIBERTA' FONDAMENTALI (1953);

6) CONVENZIONE PER LA REPRESSIONE E REPRESSIONE DEL DELITTO DI GENOCIDIO (1948);

7) CONVENZIONe DI VIENNA SULLA SUCCESSIONE DEGLI STATI NEI TRATTATI (1978);

8) CONVENZIONE DI VIENNA SULLE RELAZIONI DIPLOMATICHE (1961);

9) CONVENZIONE DI VIENNA SUL DIRITTO DEI TRATTATI (1969);

10 STATUTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (1998);

11) PROGETTO DI ARTICOLI DELLA COMMISSIONE DI DIRITTO INTERNAZIONALE SULLA RESPONSABILITA' INTERNAZIONALE DELLO STATO (2001).

12) CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SULLE IMMUNITA' DEGLI STATI E DEI LORO BENI (2004)


*******************

 

 

 


Programmi d

 

ARCAVACATA, 7 luglio 2016

 

Avviso i candidati agli esami di Diritto dell'Unione europea e di Diritto internazionale, che i relativi programmi da studiare ai fini della preparazione della prova saranno quelli contenuti nei Manuali di testo consigliati/scelti nell'anno di corso in cui lo studente aveva l'insegnamento previsto in piano di studi.

Quanto al rispetto delle propedeuticità attualmente previste, preciso che esse saranno rispettate ancora per gli anni accademici 2016/2017 e 2017/2018, al termine dei quali entreranno in vigore le propedeuticità di DIRITTO COSTITUZIONALE, DIRITTO PRIVATO, DIRITTO INTERNAZIONALE  rispetto a DIRITTO DELL'UNIONE EUROPEA, nonché di DIRITTO COSTITUZIONALE  rispetto a DIRITTO INTERNAZIONALE.

N.B. Si consiglia fortemente agli studenti che intendano sostenere l'esame di Diritto UE di superare preventivamente l'esame di diritto privato

 


Informazioni sul programma di diritto UE

Solo per l'a.a. 2017/2018 sarà consentito lo studio sull'edizione 2013 del Manuale in uso.

E' necessario completare lo studio del Manuale con quello del Trattato di Lisbona.

Si ribadisce l'opportunità del previo superamento dell'esame di Diritto privato


Studenti fuori corso. Frequenza Corso

Gli studenti degli insegnamenti di Diritto UE e di Diritto internazionale non sono obbligati a seguire le lezioni tenute negli anni successivi a quello in cui l insegnamento era previsto nel loro piano di studi.



Docente:    FAVA
ORARIO RICEVIMENTO

SI COMUNICA CHE IL RICEVIMENTO SI TERRA' OGNI GIOVEDì DALLE ORE 9:00 ALLE ORE 10:30 NELLA STANZA DEL DOCENTE (CUBO 3B - QUINTO PIANO).



Docente:    FEDERICO
Posticipo esami del 13/09/2017

Gli esami di Istituzioni di economia degli strumenti finanziari previsti per il 13 settembre 2017 sono posticipati al 15 settembre 2017 alle ore 16:00 in aula Cons 2.


Corso di Istituzioni di Economia degli Strumenti Finanziari

Il Corso di Istituzioni di Economia degli Strumenti Finanziari inizia il giorno 7 marzo 2017 secondo il seguente orario:

- Martedì: Ore 13:00-15:00  Aula OA1
- Mercoledì: Ore 13:00-15:00 Aula OA1
- Giovedì: Ore 15:00-17:00   Aula OA1
 
 

Il Corso impegna lo studente a riconoscere le principali categorie di strumenti finanziari, con particolare riguardo alle loro caratteristiche economiche fondamentali, e ad apprendere le principali operazioni relative ai mercati del capitale di rischio, quali le operazioni di private equity, venture capital e quotazione.

 

La bibliografia di riferimento è la seguente:

Onado M. (2016), Economia e regolamentazione del sistema finanziario, Il Mulino, Bologna (Terza Parte)
Forestieri G. (2015), Corporate & Investment Banking, Egea, Milano (Terza Parte)


Docente:    GIURATO
Ricevimento studenti -- mese di settembre 2017

Il prossimo ricevimento si terrà il 20 settembre alle ore 10:00 anziché alle 12:00.


Programma e testi consigliati Storia del Diritto medievale e moderno

I testi consigliati per la preparazione dell'esame di Storia del Diritto medievale e moderno sono i seguenti:

1) Mario Ascheri, Introduzione storica al diritto medievale, Giappichelli, Torino;

2) Mario Ascheri, Introduzione storica al diritto moderno e contemporaneo, Giappichelli, Torino;

3) Raoul van Caenegem, I signori del diritto. Giudici, legislatori e professori nella storia europea, Giuffrè, Milano;

4) Francesco Di Donato, La potenza occulta della toga, in La rinascita dello Stato, Il Mulino, Bologna, pp. 53-101.

 

Programma:

1. Il diritto dal tardo Impero romano all’alto Medioevo. La ‘svolta’ dei secoli XII-XIII: verso il ‘sistema’ di diritto comune. Dal Medioevo al Rinascimento: il trionfo del ‘sistema’ di diritto comune.


2. Le premesse del tardo Medioevo: il diritto comune e l’Europa; il particolarismo giuridico-politico dal Medioevo all’Età moderna: il pensiero degli umanisti. L’Età moderna (o Antico Regime): Verso il superamento del primato ecclesiastico; Chiesa e fedeli nella bufera: dal conciliarismo alla Riforma; le strutture pubbliche laiche nei secoli XVI-XVII; i grandi tribunali d’Età moderna. L’area dell’innovazione: teorie e prassi riformatrici in Età moderna; le novità costituzionali; giusnaturalismo e giusrazionalismo tra Cinque e Seicento; il lungo Settecento: un’età tra riforme e rivoluzioni. L’Ottocento tra costituzioni, codici e dottrine; codici e scienza giuridica europea dell’Ottocento; il realismo giuridico del common law; le prime costituzioni degli Stati Uniti d’America; il costituzionalismo francese; l’Ottocento costituzionale; la legislazione dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia. Il Novecento: verso il fascismo; la costruzione ‘totalitaria’; il dopoguerra democratico tra luci e ombre.


Per la preparazione dell'esame si raccomanda una conoscenza sufficientemente approfondita del diritto privato, del diritto romano e del diritto costituzionale, nonché della storia europea e occidentale dall'antichità ai giorni nostri.


Iscrizione agli appelli di Storia del Diritto su Uniwex

AVVISO: Iscrizione agli appelli su Uniwex

Tutti gli iscritti al corso di laurea in Giurisprudenza che intendono sostenere l'esame di Storia del Diritto medievale e moderno devono prenotare e far riferimento per date e orari esclusivamente agli appelli contraddistinti dal codice 50903139 (10 CFU). Gli appelli con il codice 27006384 (6 CFU) sono riservati agli iscritti al corso di laurea magistrale in Scienze storiche, i quali possono inserire a scelta l'insegnamento di Storia del Diritto medievale e moderno nel proprio piano di studio.


Programma e testi consigliati Diritto comune

Programma e testi consigliati per la preparazione dell'esame di Diritto comune, anno accademico 2016-2017


Programma/contenuti:
1) Le vicende storiche del concetto di diritto comune: le origini medievali, la gerarchia delle fonti, il diritto canonico, i caratteri intrinseci del diritto comune, la Scuola dei Glossatori, la Scuola dei Commentatori, l'Età della communis opinio;
2) la storiografia otto-novecentesca del diritto comune; i testi giuridici dei secc. XI e XII; il processo civile medievale; le obbligazioni nel diritto comune medievale; la condizione dei servi nella teoria e nella prassi; i diritti degli enti nel Medioevo;
3) il pensiero di Marsilio da Padova.

Testi consigliati:
1) A. Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa, vol. I, Giuffrè, pagine 21-171;

2) E. Conte, Diritto comune, Il Mulino;
3) Marsilio da Padova, a cura di F. Todescan e E. Ancona, Cedam.

Per gli studenti frequentanti, in alternativa al testo n. 3):
1) Le origini delle Università e dell’insegnamento del diritto in Europa (appunti dalla lezione);
2) M. Ascheri, Prima del “Buongoverno”: la Maestà di Simone Martini;
3) M. Ascheri, La Siena del ‘Buon Governo’ (1287-1355);
4) P. Schiera, Il Buongoverno melancolico di Ambrogio Lorenzetti e la costituzionale faziosità della città;
5) A. Passerin d'Entrèves, capitolo sul bene comune, dal testo La dottrina dello Stato, Giappichelli, Torino 1967;
6) L’origine del diritto in Federico II (appunti dalle due lezioni, integrati dalle fonti citate in aula reperibili nel testo di O. Zecchino disponibile al link: http://www.ortensiozecchino.it/originedeldiritto.pdf).



AVVISO: PRENOTATI ASSENTI AGLI APPELLI DI ESAME

Gli iscritti a ciascun appello d'esame che non sono presenti in aula saranno esclusi dall'appello successivo.


Regolamento per tesisti e aspiranti tesisti in Storia del Diritto medievale e moderno

1. La tesi va richiesta di persona al docente, previo appuntamento.

2. La tesi è un lavoro originale di ricerca su un argomento concordato con il docente. È inoltre titolo necessario al conseguimento della laurea.

3. Non sono ammissibili condizioni o termini posti dagli aspiranti tesisti in ordine ai tempi di completamento e/o alla discussione dell'elaborato.

4. Il testo dell’elaborato si basa su fonti primarie (manoscritti) e/o secondarie (bibliografiche). Non è ammessa la presentazione di elaborati già discussi o scritti in tutto o in parte da terzi ovvero copiati integralmente e in modo pedissequo da libri, saggi e/o siti internet.

5. Il lavoro di preparazione dell’elaborato ha inizio dopo la scelta dell’argomento, di comune accordo con il docente e si svolge in tre fasi: 1) ricerca e lettura del materiale archivistico e/o bibliografico; 2) progettazione dell’elaborato e divisione in capitoli; 3) scrittura.

6. Il docente supervisiona il lavoro di preparazione dell’elaborato in tutte le sue fasi e ne giudica la qualità, indicando i punti da rivedere. Il docente inoltre stabilisce i criteri da seguire nella compilazione delle note e delle citazioni delle fonti.

7. La discussione della tesi è condizionata all’approvazione definitiva del docente.


Regolamento per le comunicazioni al docente via posta elettronica
Nella corrispondenza con il docente, oltre alle regole del buon senso e della buona educazione, è necessario attenersi alle seguenti norme:

1. Prima di scrivere al docente cercare sui siti istituzionali dell’Università le informazioni di cui si necessita, quali ad esempio date degli appelli, aule, programmi, e via dicendo.

2. I messaggi dovranno contenere sempre nome, cognome e numero di matricola del mittente. I messaggi anonimi saranno ignorati.

3. Non richiedere informazioni già pubblicate sulla messaggeria docenti, sulla pagina del corso o sui siti istituzionali dell’Università: in tal caso (oltre a fare una pessima figura) non si riceverà risposta. Per qualsiasi problema tecnico concernente i siti, si prega di rivolgersi ai relativi gestori.

4. Non richiedere informazioni di competenza degli uffici amministrativi.


Docente:    JIMENEZ
AntConc software download

Il link per scaricare il software che abbiamo usato durante le lezioni al laboratorio è il seguente:


http://www.laurenceanthony.net/software.html



Docente:    LAMANTIA
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Prossimo ricevimento: 13/09 ore 14:30


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Home page del Corso di Metodi Matematici per l'Economia (CdL EA) - Mirror

Home page del Corso di Modelli Matematici per l'Azienda (CdL ST)



Docente:    LASSO
Appello Settembre Prof.ssa Lasso

Tutti gli esami di Istituzioni di Diritto Privato si svolgeranno secondo il seguente calendario:

18 settembre: dalla A alla D

19 settembre: dalla E alla L

Gli esami di Tutela dei diritti, Diritto civile patrimoniale e Diritto dell'informazione si svolgeranno secondo il seguente calendario:

18 settembre: dalla A alla Z


Programma ISTITUZIONI di DIRITTO PRIVATO - Prof.ssa LASSO (A-L)

P. PERLINGIERI, MANUALE di DIRITTO CIVILE, 8' edizione, ESI, Napoli.

Per quanto riguarda i singoli contratti, è richiesto lo studio delle seguenti figure: compravendita, mutuo, factoring, locazione, leasing, appalto, mandato, deposito, franchising.

In riferimento alle parti del Manuale aventi ad oggetto la disciplina dei rapporti familiari e delle successioni, si richiede la conoscenza dei principi generali.



Docente:    LECCADITO
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Pagina Personale



Docente:    LOIZZO
variazione prova preselettiva

Si comunica che la prova preselettiva in aula informatica è posticipata a Giovedi 21 Settembre alle ore 8:30.


Appello Settembre 2017

Si comunica che l'esame di Diritto Commerciale (A-L) si terrà in data 22 Settembre 2017 alle ore 9:00 in aula Consolidata 3 (cubo 16).

La prova preselettiva è prevista per il 20 Settembre 2017 in aula informatica alle ore 12:00.


Programma esame Diritto Commerciale (A-L)

L'esame potrà essere studiato alternativamente sui seguenti manuali:

Opzione 1)
● Campobasso, Diritto commerciale - Vol. I: Diritto delle società, Utet, 2013 (link), esclusi i Capitoli 6, 7, 8 e 10
● Campobasso, Diritto commerciale - Vol. II: Diritto delle società, Utet, 2015 (link), tutto il volume
● Campobasso, Manuale di diritto commerciale, Utet, 2015 (link), solo la Parte Quarta e la Parte Quinta
oppure al posto di questo terzo volume
● Auletta-Salanitro, Diritto commerciale, Giuffrè, 2015 (link), (le sole Parti su titoli di credito e procedure concorsuali)

Opzione 2)
● (a cura di) Cian, Manuale di Diritto commerciale, Giappichelli, 2016 (link), esclusi capitoli 10-15, 17-18, 66-72
● Auletta-Salanitro, Diritto commerciale, Giuffrè, 2015 (link), solo la Parte Seconda, da pag. 337 a pag. 424



Coloro che hanno maturato la frequenza nei precedenti anni accademici potranno scegliere se studiare l'esame con il loro programma di riferimento oppure con il programma sopra indicato.



Prove d'esame

Prima di sostenere la prova orale (a partire dagli esami di giugno 2017 e per tutti) dovrà sostenersi una prova preselettiva con quiz a risposta multipla.
Per accedere alla prova orale dovrà ottenersi un certo numero di risposte esatte.

Per coloro che devono sostenere Commerciale 1 e 2 (da 5 crediti ciascuno) la prova è solo orale.


Quiz

La prova mediante quiz consiste in 50 domande e bisognerà rispondere esattamente a 42 di esse (penalità di -0,25 per ogni errore).


Informazioni

Per qualsiasi esigenza scrivere a: paolo.loizzo@unical.it



Docente:    LUBERTO
CHIUSURA ANTICIPATA RICEVIMENTO STUDENTI

CAUSA CONCOMITANTE CONSIGLIO DI DIPARTIMENTO IL RICEVIMENTO STUDENTI DI MERCOLEDI^ 20 sett. TERMINERA' ALLE 15.30


ORARIO RICEVIMENTO

L'orrio di ricevimento per gli studenti è il mercoledì, h. 14.30-16.00. (Cubo 3c, 2 piano)

Quasiasi cambiamento, temporaneo o permanente, sarà comunicato su questo sito


RITARDI PASSAGGIO DEGLI ESAMI SUPERATI

Il ritardo nel caricamento degli esami superati è spesso dovuto a una lacuna del sistema ESSe3 che, contrariamente a quanto avveniva con il sistema Uniwex, non consente di inviare lettere di sollecitazione ai commissari d'esame dopo la firma del presidente di commissione. Risulta inutile quindi inviare email di delucidazione al suddetto presidente.



Docente:    MAZZOTTA
APPELLI ESAMI

CALENDARIO ESAMI PROF.SSA ROMILDA MAZZOTTA           A.A. 2016-2017

 

APPELLI A.A. 2016-2017 - RAGIONERIA GENERALE ED APPLICATA M-Z

26 gennaio 2017           aula Consolidata 1 ore 9.00 (si è pregati di presentarsi almeno 10 minuti prima)

15 febbraio 2017

13 giugno 2017

6 luglio 2017

12 settembre 2017

 Eventuali modifiche saranno comunicate attraverso la messaggeria docenti per cui è bene controllare periodicamente.

 

APPELLI A.A. 2016-2017 - RAGIONERIA PUBBLICA

26 gennaio 2017   aula consolidata 1 ore 11:30 (si è pregati di presentarsi 10 minuti prima)

15 febbraio 2017

15 giugno 2017

6 luglio 2017

12 settembre 2017

Le date sono indicative e potrebbero subire delle variazioni è bene controllare periodicamente sulla messaggeria docente.

APPELLI A.A. 2016-2017 - ECONOMIA AZIENDALE

23 gennaio 2017

13 febbraio 2017

15 giugno 2017

5 luglio 2017

12 settembre 2017

Le date di esame sono indicative e potrebbero subire delle variazioni è necessario consultare periodicamente la messaggeria docenti e uniwex.

 



Docente:    MAZZUCA
Ricevimento studenti maggio-giugno-luglio 2017

9 maggio ore 10;

16 maggio ore 10;

23 maggio ore 10;

30 maggio ore 10;

6 giugno ore 10;

17 giugno ore 9;

20 giugno ore 10;

30 giugno ore 10;

11 luglio ore 10;

15 luglio ore 9;

27 luglio ore 10.


Ricevimento studenti maggio-giugno 2016.

Ricevimento studenti maggio-giugno 2016.

10 maggio ore 9;

18 maggio ore 14.30;

24 maggio ore 9;

31 maggio ore 9;

7 giugno ore 9;

14 giugno ore 9;

21 giugno ore 9.


Ricevimento studenti marzo e aprile 2016

Ricevimento marzo-aprile 2016:

1) 2 marzo ore 12:30;

2) 8 marzo ore 9;

3) 15 marzo ore 9;

4) 22 marzo ore 9;

5) 30 marzo ore 9;

6) 7 aprile ore 13;

7) 15 aprile ore 12;

8) 22 aprile ore 12;

9) 27 aprile ore 9.


Ricevimento studenti maggio-giugno 2016.

Ricevimento studenti maggio-giugno 2016.

10 maggio ore 9;

18 maggio ore 14.30;

24 maggio ore 9;

31 maggio ore 9;

7 giugno ore 9;

14 giugno ore 9;

21 giugno ore 9.


Ricevimento studenti giugno e luglio 2016

29 giugno ore 12.

8 luglio ore 11.

21 luglio ore 11.


Messaggeria Docente

Aa partire dal 18 luglio 2017, per la visione dei messaggi, si pregano gli studenti di consultare esclusivamente l'apposita sezione presente sul portale di Ateneo. Ciò al fine di evitare duplicazioni e disguidi.



Docente:    MICELI
Ricevimento studenti

Il ricevimento studenti si tiene ogni martedì alle 16.00 presso il mio studio, primo piano cubo 3C. Consultare comunque il sito www.gaetanomiceli.org per aggiornamenti sul ricevimento e altre informazioni sui corsi.



Docente:    NAPOLI
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e-mail: napolif@unical.it stanza cubo 3/c piano 3°


Docente:    NOTTE
Programma di Finanziamenti d'azienda (Corporate banking) - a.a.2016-2017

Il corso intende offrire allo studente la conoscenza delle modalità e delle tecniche di corporate banking offerte dagli intermediari finanziari alle imprese, al fine di essere in grado di capire e valutare le alternative finanziarie applicabili. 

 

Argomenti:

L’attività di corporate e di investment banking. Le banche di investimento. L'attività di M&A e le operazioni di ristrutturazione. Le
operazioni di LBO. Il private equity e il venture capital. Le operazioni di credito e il mezzanine finance. Il project financing e la securitization.


Bibliografia di riferimento:

Forestieri G. “Corporate & Investment Banking”, Egea, Milano, Edizione 2015.



Ricevimento

Ogni mercoledì

Dalle ore 10.30
Stanza n. 7 - V piano - Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche (Cubo 3C)
email: anotte@unical.it 


Docente:    PALERMO
Ricevimento studenti
Il ricevimento studenti sino ad ottobre 2017 sarà tenuto ogni giovedì alle ore 17,15 (Cubo 3C Piano 3° Stanza 6). In ogni caso è possibile contattare il docente all'indirizzo email vitt.palermo@unical.it.


Docente:    PAPA MALATESTA
Annullamento Lezioni 10/6/2010
Si informano gli studenti che il giovedì 10 giugno 2010 il docente Alfonso Papa Malatesta non potrà tenere le lezioni di: - Diritto Commerciale (ore 15-17) - Legislazione Bancaria 1 (ore 17-19


Docente:    PASTORE
CALENDARIO APPELLI A.A.2016/2017

Scritto

lunedì, 23 gennaio 2017

09:00

VERBALIZZAZIONE: 30/01/2017 - Ore 10.00 (Cons 1)

studenti iscritti al CdL in Economia aziendale e studenti iscritti al CdL in Statistica per l'azienda 

Apertura prenotazioni

28/11/2016 16:00

Aula CONS 1

Chiusura prenotazioni

14/01/2017 20:00

Scritto

lunedì, 13 febbraio 2017

10:00

VERBALIZZAZIONE: 21/02/2017 - Cons 1

ore 10.00 - studenti iscritti al CdL in Economia aziendale

 

ore 12.00 - studenti iscritti al CdL in Statistica per l'azienda

Apertura prenotazioni

26/01/2017 16:00

Aula CONS1

Chiusura prenotazioni

09/02/2017 14:00

Scritto

martedì, 13 giugno 2017

10:00

Verbalizzazione: 19/06/2017 - Ore 15.00 (Cons 1)

Apertura prenotazioni

25/02/2017 16:00

Aula CONS 1

 

 

Chiusura prenotazioni

07/06/2017 20:00

Scritto

mercoledì, 18 luglio 2017

10:00

Verbalizzazione: 18/07/2017 - Ore 14:00 (OA1/SG1)

Apertura prenotazioni

13/06/2017 16:00

Aula OA1/SG1

 

Chiusura prenotazioni

02/07/2017 16:00

Scritto

martedì, 12 settembre 2017

09:00

Verbalizzazione: 12/09/2017 - Ore 15.00 (Cons 1)

Apertura prenotazioni

08/07/2017 08:00

Aula CONS 1

 

Chiusura prenotazioni

05/09/2017 20:00

Si raccomanda agli studenti di Economia aziendale (CdL EA) e agli studenti di Programmazione e controllo (CdLM EA) di prestare attenzione nella fase di prenotazione agli appelli d'esame avendo cura di selezionare la lista relativa all'aula del corso di riferimento, che per la docente Patrizia Pastore è "Aula M-Z"



ECONOMIA AZIENDALE M-Z (a.a. 2016/2017) – PROGRAMMA

Programma dell’insegnamento di ECONOMIA AZIENDALE M-Z a.a. 2016/2017

SSD (settore scientifico disciplinare): SECS-P/07 – Economia aziendale - Crediti Formativi (CFU): 9

Docente dell’insegnamento: Patrizia Pastore

 

PROGRAMMA/CONTENUTI DELL’INSEGNAMENTO:

PARTE I - L’AZIENDA (il sistema azienda; il profilo soggettivo e i modelli di governo delle aziende; le aziende di erogazione; il gruppo aziendale; il sistema ambientale; il finalismo aziendale e le scelte strategiche) 

PARTE II - L'ORGANIZZAZIONE AZIENDALE (i principi generali dell'organizzazione aziendale; le strutture organizzative; i sistemi operativi e lo stile di comando; il ciclo di vita e i modelli di sviluppo dell’azienda)

PARTE III - LA GESTIONE (la gestione come sistema di operazioni e come sistema di valori)

- LA RILEVAZIONE (la contabilità generale; la rilevazione delle operazioni di gestione; la rilevazione delle operazioni di assestamento; il reddito; il capitale; la funzione informativa del bilancio)

PARTE IV – GLI EQUILIBRI DEL SISTEMA AZIENDALE (le condizioni di equilibrio economico; le condizioni di equilibrio finanziario)

 

LIBRO DI TESTO

Fabbrini G. e Montrone A. (a cura di), Economia aziendale. Istituzioni, Franco Angeli, Milano, 2014

 

DETTAGLIO DEI CONTENUTI SUL LIBRO DI TESTO

PARTE I - L’AZIENDA

CAPITOLO PRIMO - IL SISTEMA AZIENDA (1. I bisogni, i beni e l'attività economica; 2. La definizione di azienda e il suo profilo storico dottrinale; 3. La classificazioni delle aziende secondo il fine perseguito + La dimensione aziendale [Capitolo 12, paragrafo 2]; 4. Gli elementi costitutivi dell'azienda; 5. L'azienda come sistema; 6. I sub-sistemi aziendali e le aree funzionali

CAPITOLO SECONDO  - IL PROFILO SOGGETTIVO E I MODELLI DI GOVERNO DELLE AZIENDE (1. Il profilo soggettivo; 2. Il soggetto giuridico; 3. Il soggetto economico; 4. La classificazione per natura del soggetto promotore: 5. Le aziende pubbliche e le aziende private; 5. I modelli di governo delle Società per Azioni)

CAPITOLO TERZO - LE AZIENDE DI EROGAZIONE(1. La nozione di azienda di erogazione; 2. Le configurazioni delle aziende di erogazione)

CAPITOLO QUARTO – IL GRUPPO AZIENDALE (1. La nozione di azienda di gruppo aziendale; 2. Le configurazioni dei gruppi aziendali; 3. Le classificazioni dei gruppi)

CAPITOLO QUINTO – IL SISTEMA AMBIENTALE (1. Le interazioni tra impresa e ambiente; 2. L’ambiente generale; 3. L’ambiente specifico  e il modello della concorrenza allargata)

CAPITOLO SESTO - IL FINALISMO AZIENDALE E LE SCELTE STRATEGICHE (1. La concezione circolare del finalismo dell’impresa + La responsabilità sociale dell’azienda e il bilancio di sostenibilità; 2. La definizione di strategia; 3. La classificazione delle strategie aziendali)

PARTE II - L‘ORGANIZZAZIONE

CAPITOLO SETTIMO - I PRINCIPI GENERALI DELL’ORGANIZZAZIONE AZIENDALE (1. Le variabili organizzative; 2. I criteri di divisione del lavoro; 3. Gli organigrammi, i mansionari e le norme procedurali; 4. I meccanismi di coordinamento del lavoro)

CAPITOLO OTTAVO - LE STRUTTURE ORGANIZZATIVE(1. I modelli di struttura organizzativa; 2. L'evoluzione dell'organizzazione aziendale)

CAPITOLO NONO - I SISTEMI OPERATIVI E LO STILE DI COMANDO (1. Le variabili organizzative non strutturali: concetti introduttivi; 2. I sistemi operativi; 3. Le relazioni tra i sistemi operativi e la struttura organizzativa; 4. Lo stile di comando )

PARTE III – LA GESTIONE

CAPITOLO UNDICESIMO   - LA GESTIONE COME SISTEMA DI OPERAZIONI (1.La gestione d’impresa: generalità; 2. Le  caratteristiche e le fasi della gestione; 3. Le operazioni di gestione; 4. I cicli, gli aspetti e le aree della gestione  (+ paragrafo 8, cap. 13: “Le configurazioni di reddito”)

CAPITOLO DODICESIMO - LA GESTIONE COME SISTEMA DI VALORI (1. I valori finanziari delle operazioni di gestione; 2. I valori economici delle operazioni di gestione; 3. Le relazioni tra le variazioni finanziarie ed economiche)

CAPITOLO TREDICESIMO - IL REDDITO (1. Il reddito: concetti introduttivi; 2. Il reddito d'esercizio; 3. Il principio della competenza economica; 4. I costi e ricavi sospesi e futuri (+ paragrafo 6, Capitolo 14, “Il Capitale e le sue relazioni con il reddito”); 5. La competenza economica e i fattori produttivi pluriennali; 6. Il conto economico: un primo cenno; 7. Le caratteristiche del reddito d'esercizio; 8. Le configurazioni di reddito

CAPITOLO QUATTORDICESIMO –  IL CAPITALE (1. Il capitale; 2. Il capitale sotto l'aspetto qualitativo: i finanziamenti; 3. Il capitale sotto l'aspetto qualitativo: gli investimenti; 4. Il capitale sotto l'aspetto quantitativo-monetario; 6. Il capitale e le sue relazioni con il reddito)

PARTE IV – LA RILEVAZIONE

CAPITOLO QUINDICESIMO - LA CONTABILITÀ GENERALE (1. La contabilità generale nel quadro della rilevazione; 2. Lo strumento tipico della rilevazione: il conto; 3. Il metodo della partita doppia applicato al sistema del capitale e del risultato economico; 4. Gli strumenti per l'attuazione della contabilità generale in partita doppia)

CAPITOLO SEDICESIMO - LA RILEVAZIONE DELLE OPERAZIONI DI GESTIONE (1. Premessa; 2. Le scritture sul libro mastro e sul libro giornale; 3. Le rilevazioni in Contabilità Generale; 4. La costituzione dell'azienda; 5. L'Imposta sul Valore Aggiunto; 6. L'acquisto di fattori della produzione; 7. Le vendite di beni e servizi; 8. L'ottenimento dei finanziamenti: i mutui passivi; 9. Considerazioni finali

CAPITOLO DICIASSETTESIMO -  LA RILEVAZIONE DELLE OPERAZIONI DI ASSESTAMENTO (1. Dalla contabilità al bilancio di esercizio: il principio della competenza economica; 2. Le scritture di assestamento di integrazione; 3. Le scritture di assestamento di rettifica (o di storno); 4. La chiusura dei conti e la rappresentazione dei valori nei prospetti contabili di Conto economico e Stato Patrimoniale

CAPITOLO DICIOTTESIMO - LA FUNZIONE INFORMATIVA DEL BILANCIO (1. Le funzioni del bilancio; 2. I documenti del bilancio; 3. Il bilancio delle aziende non quotate; 4.Il bilancio delle aziende quotate; 5. Il bilancio delle aziende di minori dimensioni)

PARTE V – GLI EQUILIBRI DEL SISTEMA AZIENDALE

CAPITOLO DICIANNOVESIMO - LE CONDIZIONI DI EQUILIBRIO ECONOMICO (1. Il principio di economicità; 2. Le condizioni di equilibrio economico; 4.  Le relazioni tra condizioni di equilibrio economico e condizioni di equilibrio finanziario)

CAPITOLO VENTESIMO – IL FABBISOGNO FINANZIARIO DELL’IMPRESA, LE FONTI DI FINANZIAMENTO E LE CONDIZIONI DI EQUILIBRIO FINANZIARIO (3. Le condizioni di equilibrio finanziario)


Programmazione e Controllo M-Z

Il corso di Programmazione e Controllo aula M-Z (Prof.ssa Pastore) si svolgerà a partire dal 6 marzo 2017 nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì dalle ore 15.00 alle ore 17.00 in aula OA1/SG1

 Il corso di Programmazione e Controllo aula A-L sarà svolto  dalla Prof.ssa Carnevale.

 

Si avvisano gli studenti interessanti che, ai dell’attestazione di frequenza e della successiva ammissione all’esame, è obbligatorio procedere all’iscrizione al corso da effettuarsi nelle apposite liste predisposte sul sistema Esse 3 entro la scadenza del 6 aprile 2017.

In queste liste (tenuto conto del gruppo di appartenenza: aula M-Z o aula A-L) sono tenuti a iscriversi anche tutti gli studenti che hanno frequentato il corso nei precedenti anni accademici ma non hanno ancora sostenuto/superato l'esame.

 

Per coloro che hanno frequentato il corso negli anni precedenti si precisa che il vecchio programma d’esame rimane valido fino all'appello straordinario di aprile riservato agli studenti fuori corso, la cui data sarà comunicata quanto prima.

A partire dalla sessione d’esame di giugno - luglio 2017 gli studenti dovranno adeguarsi al programma svolto nell’a.a. 2016-17.


Verifica apprendimento

Modalità di verifica dell'apprendimento e Metodi di valutazione:

L'accertamento delle conoscenze e della capacità di comprensione avviene tramite lo svolgimento di una prova scritta, della durata di 120 minuti, valutata in trentesimi, finalizzata ad apprezzare il raggiungimento degli obiettivi didattici e la capacità dello studente di applicare le nozioni acquisite.

La prova scritta prevede domande a risposta guidata e domande a risposta aperta, che vertono sulla parte teorica del corso e lo svolgimento di esercizi.

L'esito della prova scritta può essere di sufficienza o di insufficienza. In caso di sufficienza il docente formula una proposta di voto espressa in trentesimi che lo studente può accettare e verbalizzare. Qualora la votazione proposta non sia ritenuta soddisfacente, lo studente può integrare lo scritto con una prova orale oppure decidere di ripetere lo scritto in uno degli appelli successivi. La prova scritta e l'eventuale successiva prova orale devono essere sostenute nello stesso appello.

L’eventuale assenza dello studente in sede di visione del proprio elaborato e successiva  verbalizzazione sarà considerata come rinuncia al voto eventualmente conseguito, con la conseguenza che lo studente dovrà sostenere l’esame in un successivo appello.

 

L'iscrizione alla prova d'esame avviene tramite procedura telematica. Potranno sostenere l’esame gli studenti che risulteranno prenotati ai singoli appelli.

 

Per le date e gli orari ufficiali degli appelli si rinvia alla Messaggeria docente su sito web DISCAG


ORARIO RICEVIMENTO STUDENTI

Orario di ricevimento per studenti e tesisti (cubo 3C-piano I) 


mercoledì 20 settembre 2017 ore 14.30


Si raccomanda di consultare sempre questa messaggeria per verificare eventuali variazioni nel giorno e/o nell'orario indicati

Arcavacata, 7 settembre 2017


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Si raccomanda agli studenti di Economia aziendale (CdL EA) e agli studenti di Programmazione e controllo (CdLM EA) di prestare attenzione nella fase di prenotazione agli appelli d'esame avendo cura di selezionare la lista relativa all'aula del corso di riferimento, che per la docente Patrizia Pastore è "Aula M-Z"


Arcavacara, 26 maggio 2017



Si comunica, inoltre, che i singoli studenti possono verificare il caricamento dei verbali e dei voti d'esame collegandosi al link "Bacheca esiti esami", a libero accesso, del sito web dedicato alla piattaforma Esse3.

Come indicato, i risultati sono disponibili fino a 2 mesi dalla data dell'esame.

In caso di eventuali incongruenze gli studenti sono invitati a rivolgersi agli uffici amministrativi competenti (segreterie studenti, manager didattici dei corsi di laurea, centro informatico d'Ateneo, ...) e a non inviare e-mail al docente, salvo riscontro di evidenti errori materiali.

In quest'ultimo caso, in particolare, è neccessario rivolgersi di personale al docente in orario di ricevimento studenti.

 

Arcavacata, 9 febbraio 2017






 


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A partire dal mese di febbraio 2017, se proprio necessario, tutti gli studenti che intendono comunicare via e-mail con la docente possono farlo utilizzando SOLO ED  ESCLUSIVAMENTE l'indirizzo e-mail istituzionale (@studenti.unical.it) che l'Ateneo ha fornito a ciascuno degli studenti all'atto dell'immatricolazione.

messagge,i inviati da indirizzi diversi da quello istituzionale non riceveranno risposta.


Arcavacata, 9 febbraio 2017


Programmazione e Controllo (aula M-Z) – a.a.2016/2017 - Prof. Patrizia Pastore

Programmazione e Controllo (aula M-Z) – a.a.2016/2017 - Prof. Patrizia Pastore

MATERIALI DI RIFERIMENTO DEL CORSO E CONTENUTI

 

Dispensa:

Serini F., “Metodologie innovative nel controllo di gestione. Activity based costing, activity based management”

 

Testi di utile consultazione (a scelta):

a) Anthony R.N. - Hawwkins D.F. – Macrì D.M. - Merchant K.A. (2016), Sistemi di controllo, XIVa ed. McGraw-Hill.

b) Arcari A.M. (2014), Programmazione e Controllo, IIa ed.,McGraw-Hill.

c) Brusa L. (2000), Sistemi manageriali di programmazione e controllo, Giuffrè, Milano

d) Garrison R.H. – Noreen E.W. (2007), Programmazione e controllo, IIed. McGraw-Hill

e) Horngren C.T. – Sundem G.L. – Stratton W.O. (2007), Programmazione e controllo, Pearson Prentice Hall.

 

ARGOMENTI DA STUDIARE  sui testi consigliati (uno a scelta degli studenti)

 

TESTO:  ANTHONY R.N. - HAWWKINS D.F. – MACRÌ D.M. - MERCHANT K.A. (2016), SISTEMI DI CONTROLLO, XIVA ED. MCGRAW-HILL.

CAPITOLO 10 - IL CONTESTO DEL CONTROLLO DIREZIONALE (10.1 Il controllo direzionale - 10.2 Il contesto di riferimento del controllo - 10.3 I centri di responsabilità e la contabilità per centro di responsabilità  - 10.4 I diversi tipi di centri di responsabilità di contabilità direzionale)

CAPITOLO 11 - IL PROCESSO DEL CONTROLLO DIREZIONALE (11.1 Le fasi del controllo direzionale  (pianificazione strategica, budget, misurazione e reporting, valutazione) - 11.2 Le informazioni contabili usate nel controllo direzionale)

CAPITOLO 12 - LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA E LO SVILUPPO DEL BUDGET (12.1 La pianificazione strategica - 12.2 Lo sviluppo del budget - 12.3 Il budget operativo - 12.4 La preparazione del budget operativo - 12.5 Il budget di cassa -12.6 Il budget degli investimenti - 12.7 Tecniche di programmazione e valutazione diverse dal budget)

CAPITOLO 3 - IL MARGINE DI CONTRIBUZIONE E LE RELAZIONI FRA REDDITO E VOLUME  (3.1 Il diagramma del profitto - 3.2 Il margine di contribuzione )

CAPITOLO 4 I COSTI PIENI E IL LORO IMPIEGO (4.1 Il concetto di costo - 4.2 I sistemi di determinazione dei costi di prodotto - 4.3 L’uso del costo pieno)

CAPITOLO 5 ULTERIORI ASPETTI DEI SISTEMI DI DETERMINAZIONE DEI COSTI  (5.1 I sistemi di determinazione dei costi per commessa e per processo - 5.2 La rilevazione dei costi diretti - 5.3 L’allocazione dei costi indiretti)

CAPITOLO 6 LA DETERMINAZIONE DEI COSTI BASATA SULLE ATTIVITÀ (6.1 I problemi generati dai sistemi “tradizionali” di determinazione dei costi - 6.2 Le differenze tra l’ABC e i sistemi tradizionali - 6.3 Lo sviluppo di un’applicazione ABC - 6.4 L’applicazione dei modelli di determinazione dei costi basati sulle attività)

CAPITOLO 8 L’ANALISI DEGLI SCOSTAMENTI DEI COSTI DI PRODUZIONE  (8.1 Le varianze - 8.2 Le varianze dei materiali diretti e della manodopera diretta (mod) - 8.3 Le varianze dei costi generali di produzione - 8.4 Lo scostamento della capacità inutilizzata)

CAPITOLO 9 L’ANALISI DEGLI SCOSTAMENTI DEI COSTI NON DI PRODUZIONE (9.1 Descrizione del processo analitico - 9.2 La varianza commerciale - 9.3 Le varianze dei costi di produzione - 9.4 Le altre varianze)

CAPITOLO 13 - IL REPORTING ECONOMICO (13.1 Il reporting tradizionale - 13.2 Perché i report di controllo? - 13.3 Gli incentivi)

CAPITOLO 14 LE DECISIONI DI BREVE TERMINE FRA ALTERNATIVE DIVERSE (14.1 I costi e i ricavi differenziali - 14.2 L’analisi della contribuzione - 14.6 Effettuare scelte in presenza di vincoli - 14.7 Alcuni suggerimenti per la scelta fra alternative - Appendice A Un esempio di scelta del mix ottimo di produzione in presenza di vincoli)

 

TESTO: ARCARI A.M. (2014), PROGRAMMAZIONE E CONTROLLO, IIA ED.,MCGRAW-HILL.

Introduzione Origini ed evoluzione del controllo direzionale nella letteratura italiana e straniera

Capitolo 1 L’attività di direzione e il sistema di misurazione dei costi: un quadro di riferimento

Capitolo 2 La misurazione del costo pieno unitario di prodotto: l’orientamento alle risorse e il sistema dei centri di costo

Capitolo 3 Il sistema di misurazione del costo pieno basato sulle attività

Capitolo 5 Il sistema di misurazione dei costi a valori preventivi

Capitolo 7 I sistemi di misurazione a costi diretti e variabili e le condizioni di rischio operativo (7.1 I sistemi a direct costing e variable costing - 7.2 La determinazione analitica dei risultati economici parziali di prodotto: il margine di contribuzione - 7.3.1 Il punto di pareggio - 7.3.2 Il calcolo del break even point in un’impresa multiprodotto - 7.3.4 Il margine di sicurezza  - 7.3.5 La leva operativa)

Capitolo 8 Le informazioni economiche a supporto dei processi decisionali di breve periodo (8.2.5 Decisioni in merito all’impiego di risorse scarse)

Capitolo 10 La pianificazione strategica e il budget: aspetti metodologici  (10.1 L’attività di direzione e il processo di pianificazione, programmazione e controllo - 10.2 La pianificazione strategica - 10.3 Il budget: uno strumento di governo per la direzione - 10.3.1 La struttura del master budget: i budget operativi, finanziari e degli investimenti  - 10.3.2 Il processo razionale di predisposizione del budget - 10.4 L’elaborazione del master budget (piano delle vendite e budget delle vendite - piano di produzione e budget dei costi di produzione - budget degli acquisti di materie prime - budget dei costi operativi - budget delle rimanenze finali - budget del costo del venduto - Il conto economico preventivo - Il budget degli investimenti - Il budget di cassa – Lo stato patrimoniale preventivo – Il rendiconto finanziario preventivo)

Capitolo 11 Il controllo economico e il ruolo del budget: aspetti organizzativi

Capitolo 12 Il reporting per la misurazione delle performance aziendali (12.1 Il sistema di reporting per la direzione: definizione e criteri di progettazione - 12.5 Il reporting tradizionale: il controllo del budget e l’analisi delle varianze - 12.6 Le nuove tendenze nella progettazione del sistema di reporting - 12.6.2 Le determinanti del valore generato e la balanced scorecard)

 

TESTO: BRUSA L. (2012), Sistemi manageriali di programmazione e controllo, Giuffré, Milano

CAPITOLO 1 - PIANIFICAZIONE E CONTROLLO DI GESTIONE: CHE COSA E` E CHE COSA NON E` (1.1. Contenuti e logiche - 1.2. Tipi di pianificazione e controllo - 1.3. Gli ‘‘oggetti’’ del controllo di gestione -1.4. Le fasi del processo di controllo e i relativi ‘‘meccanismi’’ -  1.5. Le metodologie e gli strumenti di misurazione  -  1.6. Ambiti applicativi ed esigenze di differenziazione - 1.7. I ruoli organizzativi coinvolti nel processo di controllo - 1.8. Equivoci e miti del controllo di gestione - 1.9. Nuovi scenari e sfide al controllo di gestione)

CAPITOLO 2 - ANALISI ECONOMICHE PER IL CONTROLLO DI GESTIONE (2.1. Il profilo economico-finanziario della gestione globale d’azienda- 2.2. Analisi dei costi: classificazioni rilevanti per il controllo di gestione - 2.3. Classificazione dei costi per natura - 2.4. Classificazione dei costi secondo l’‘‘area di gestione’’ di pertinenza - 2.5. Classificazione dei costi secondo le modalità di imputazione ai loro oggetti - 2.6. Classificazione dei costi secondo il loro ‘‘comportamento’’: generalità - 2.7. Classificazione dei costi secondo il loro comportamento: approfondimenti in un’ottica manageriale -2.8. Classificazione dei costi secondo le modalità della loro programmazione - 2.9. Classificazione dei costi secondo la loro controllabilità- 2.10. Determinazione dei costi di prodotto e di altri oggetti: le configurazioni di costo- 2.11. Determinazione dei costi di prodotto: metodologie a confronto - 2.12. Determinazione dei costi di prodotto: l’imputazione dei costi indiretti e il principio causale - 2.14. L’analisi costi - ricavi - volumi (C-R-V) o del Break-even: generalità  - 2.15. L’analisi C-R-V in una prospettiva gestionale: alcuni approfondimenti - 2.16. Impiego delle informazioni contabili nei calcoli di convenienza economica -2.18. Conclusioni sui calcoli di convenienza economica e sul ragionamento differenziale)

CAPITOLO 3 - IL BUDGET (3.1. Il budget: che cosa è, che cosa non è, a che cosa serve - 3.2. La costruzione del budget aziendale: generalità - 3.3. Le fasi di costruzione del budget-3.4. Il budget commerciale - 3.4.1. Contenuto del budget commerciale: budget delle vendite e dei ricavi- 3.4.2. Contenuto del budget commerciale: budget dei costi commerciali - 3.4.3. Articolazione del budget commerciale - 3.4.4. Informazioni richieste e tecniche previsionali usare - 3.4.5. Forma del budget commerciale- 3.5. Il budget di - 3.5.1. Il budget delle scorte di prodotti e del volume di produzione -3.5.2. Articolazione del budget di produzione - 3.5.3. Il budget dei costi industriali di produzione. I costi standard - 3.5.4. I costi standard dei materiali diretti e della mano d’opera diretta- 3.5.5. Il budget dei costi generali di fabbricazione-3.5.6. Il budget degli acquisti di materie e di assunzione del -3.6. Il budget delle funzioni ‘‘generali’’- 3.7. Il budget degli investimenti della gestione operativa - 3.8. Il consolidamento dei budget settoriali- 3.8.1. Il budget economico - 3.8.2. Il budget finanziario - 3.8.3. Il budget delle fonti e degli impieghi- 3.8.4. Il budget di cassa -3.8.5. Il budget patrimoniale -3.11. Il budget ed il controllo di gestione nelle aziende di servizi - 3.13. Il Budget, la sua utilità ed altri strumenti di gestione programmata)

CAPITOLO 4 - L’ANALISI DEGLI SCOSTAMENTI DAL BUDGET (4.1. Generalità  sull’analisi degli scostamenti - 4.2. L’analisi degli scostamenti dei costi variabili - 4.2.1. Materie dirette - 4.2.2. Mano d’opera diretta- 4.3. L’analisi degli scostamenti dei costi fissi - 4.4. L’analisi degli scostamenti dei ricavi di vendita -  4.5. L’analisi delle cause degli scostamenti e delle relative responsabilità - 4.6. Considerazioni conclusive sulla ricerca delle cause degli scostamenti e sugli interventi correttivi )

CAPITOLO 6 -  IL CONTROLLO DEI CENTRI DI RESPONSABILITA` E GLI INDICATORI DI PERFORMANCE (6.1. Logica del controllo dei centri di responsabilità - 6.2. Centri di costo, di ricavo e di profitto: loro suddivisioni e ‘‘contenuti’’ - 6.3. Centri di responsabilità economica e imputazione dei costi indiretti - 6.4. I centri di profitto: approfondimenti - 6.5. Indicatori economici dei centri di responsabilità: pregi e limiti - 6.6. Un sistema bilanciato e selettivo degli indicatori di risultato dei centri di responsabilità  -6.7. Il sistema degli obiettivi e sub-obiettivi a livello di azienda e di singolo business e la misurazione complessiva della performance aziendale- 6.8. L’attribuzione degli obiettivi ai centri di responsabilità: requisiti di coerenza strategica e organizzativa - 6.9. Indicatori di risultato e reporting - 6.10. Indicatori di risultato e sistema premiante: cenni )

CAPITOLO  7-  IL CONTROLLO DI GESTIONE DELLE ATTIVITA` E DEI PROCESSI (7.1. L’azienda vista attraverso le ‘‘attivita`’’ e i ‘‘processi’’ - 7.2. Il controllo di gestione delle attività e dei processi - 7.3. L’Activity Based Costing come strumento per il controllo dell’efficienza dei processi -7.4. L’Activity Based Management (ABM) - 7.5. La costruzione del budget basato sulle attività)

CAPITOLO 8 - LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA E LA VALUTAZIONE ECONOMICA DELLE STRATEGIE (8.1. La pianificazione strategica: logiche e contenuti - 8.2. Le fasi e gli strumenti della pianificazione strategica - 8.3. Alcuni strumenti di analisi strategica per la creazione o l’attuazione delle strategie di business - 8.4. L’esplicitazione degli obiettivi di fondo della gestione - 8.5. L’esplicitazione delle intenzioni strategiche e la mappa strategica di business- 8.6. La formulazione delle iniziative strategiche o piani d’azione - 8.7. La stima dei risultati attesi - 8.8. Pianificazione strategica e valutazione economico-finanziaria delle strategie - 8.9. Il modello contabile di valutazione delle strategie - 8.10. Il modello della creazione del valore - 8.11. Il modello del valore e la valutazione degli investimenti- 8.12. Modello del valore e sistema di controllo di gestione-

CAPITOLO 9 -  ASPETTI ORGANIZZATIVI E COMPORTAMENTALI DEL SISTEMA DI PIANIFICAZIONE E CONTROLLO (9.1. Perchè enfatizzare gli aspetti organizzativi e comportamentali - 9.2. Lo stile di controllo - 9.3. I ruoli coinvolti nel controllo di gestione: compiti svolti, doti richieste, relazioni tra line e staff )



Docente:    PILUSO
Esame Tecnica di Borsa

Si comunica che l'esame di Tecnica di Borsa del 10.02.2016 sarà suddiviso in due gruppi:

1) Da Abete a Mormile (ore 9,00, aula Consolidata 4)

2) Da Mustica a Zavaglia (ore 15, aula Consolidata 4)


date e aule appelli di Gennaio Prof. Piluso


Si comunica che l'appello di Sistema Finanziario A-L del 9/1/2017 si terrà in aula EP1 alle ore 9,30.

L'appello di Tecnica di Borsa del 11/1/2017 si terrà alle ore 9,30 in aula OA1.



Docente:    PIRRA
INFORMAZIONI

CONTATTI : e-mail marco.pirra@unical.it

Per qualsiasi dubbio scrivere al docente specificando nome e cognome.

RICEVIMENTO :

prossimi ricevimenti, cubo 1C, primo piano, stanza 3 (ATTENZIONE nuova collocazione studio)

mercoledì 13 settembre 2017, h.17:30-18:30



 

 

 

 

CORSI a.a. 2016-2017

 

PENSION FUNDS AND LIFE INSURANCE MATHEMATICS (LM16 Finance and Insurance)

 

Course information and teaching material: InsuranceMath - LM16

Class Timetable: 
Wed h.14-16 EP6, Thu h.11-13 EP6 (Info2), Fri h.9-11 EP6

 

 

MATEMATICA FINANZIARIA - AULA M-Z - CdL Economia AZIENDALE

Il corso si è concluso venerdì 26 maggio 2017

 

Informazioni e materiale del corso disponibili cliccando su : Corso di Matematica Finanziaria - Economia Aziendale

Testo esercizi aula venerdì 12 maggio 2017: pdf 

Testo esercizi aula venerdì 19 maggio 2017 : pdf

Testo esercizi aula venerdì 26 maggio 2017 : pdf

 

 Orario Corso: Mercoledì h.18-20 CONS1, Giovedì h.17-19 CONS2, Venerdì h.11-13 CONS3

 

CORSI a.a. precedenti

MATEMATICA ATTUARIALE

Informazioni e materiale del corso disponibili cliccando su : Corso di Matematica Attuariale - SAA

 

METODI MATEMATICI PER L'ECONOMIA - EA

Informazioni e materiale del corso disponibili cliccando su : Metodi Matematici per l'Economia - EA

 

MATEMATICA FINANZIARIA 1 - EA

Informazioni e materiale del corso disponibili cliccando su : Corso di Matematica Finanziaria 1 - Economia Aziendale

 

MATFIN VECCHIO ORDINAMENTO EA

La titolarità dell'esame di Matematica Finanziaria Vecchio Ordinamento è stata assegnata al Prof. Fabio Lamantia (lamantia@unical.it) .


Matematica Finanziaria modulo 2 

Informazioni e materiale disponibili cliccando su :Matematica Finanziaria Modulo 2 - Economia Aziendale

Matematica Finanziaria Intero 

Informazioni e materiale disponibili cliccando su :Matematica Finanziaria Intero - Economia Aziendale

 

TECNICA ATTUARIALE DELLE ASSICURAZIONI SOCIALI

Informazioni e materiale del corso disponibili cliccando su : Corso di TAAS



Docente:    PRIVITERA
spostamento orario appello
L'appello del 21/02/01 si svolgerà alle ore 15.30 anziché alle ore 9.00. L'aula rimane la stessa. Mi scuso per eventuali disagi. Prof. Walter Privitera

ricevimento studenti
il ricevimento studenti di febbraio è fissato per giorno 21 ore 14.30-15.30

Docente:    PUNTILLO
PRENOTAZIONE APPELLI SISTEMA ESSE3

SI AVVISANO GLI STUDENTI CHE DALLA DATA ODIERNA 24/01/2017 E' POSSIBILE PRENOTARSI PER GLI APPELLI NEL SISTEMA ESSE3

SI RICORDA INOLTRE CHE LA SUDDIVISIONE IN GRUPPI VERRA' RESA NOTA IL GIORNO PRIMA DELL'APPELLO

 SI RICORDA INFINE DI PORTARE ALL'ESAME SCRITTO I MODELLI VUOTI DEL BILANCIO E DELLE RILEVAZIONI CONCOMITANTI


PROGRAMMA RAGIONERIA PUBBLICA 2015/2016

Il prpogramma di RAGIONERIA PUBBLICA 2015/2016 è il seguente:

 •CAPITOLO PRIMO "Il fenomeno azienda" (tutto); •CAPITOLO TERZO "Le aziende di erogazione" (tutto); •1-Rilevanza e complessità delle istituzioni pubbliche di Giovanni Fattore studiare il paragrafo 1.3, tutti gli altri da leggere; •2-I concetti fondamentali per lo studio delle istituzioni pubbliche di Giovanni Fattore e Elio Borgonavi studiare il paragrafo 2.5, tutti gli altri da leggere; •3-Le funzioni delle istituzioni pubbliche di Giovanni Fattore da leggere; •4-Caratteristiche e specificità del management pubblico di Giovanni Fattore e Elio Borgonovi (tutto); •19-La funzione finanziaria nelle pubbliche amministrazioni:evoluzione, logiche e strumenti di Marta Marsilio studiare tutto tranne il paragrafo 19.4; •I MODELLI DI STATO (tutto); •FEDERALISMO FISCALE studiare gli aspetti fondamentali tranne la fiscalità regionale(pag.39); •Le modifiche nei tributi comunali da leggere; •L'indebitamento degli enti territoriali (tutto); •Tesoreria unica e mista (tutto); •La circolare del Ministero dell'Economia e delle Finanze da leggere; •Il decreto liberalizzazioni e il ritorno alla tesoreria unica (tutto); •ANCE oneri di urbanizzazione (tutto); •Il bilancio degli enti pubblici quale principale strumento di democrazia di un paese (tutto); •La rilevazione nelle amministrazioni pubbliche tutti tranne quelli nei riquadri (da fare però lo schema dei paragrafi 2.5.2, 2.5.3).


PROGRAMMA BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI

Si avvisano gli studenti che per l'esame di BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI 1 5 CREDITI (e relativa parte di BILANCIO ENTI PUBBLICI 10 CREDITI) SONO ESCLUSE DALLA DISPENSA LE SEGUENTI SEZIONI:

 

 


esame di BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI 2015

SI AVVISANO GLI STUDENTI CHE DAL PRIMO APPELLO DEL 2015 IL MATERIALE DIDATTICO RELATIVAMENTE AGLI ESAMI DI BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI 1 (5 CREDITI), BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI 2 (5 CREDITI), BILANCIO DEGLI ENTI PUBBLICI (10 CREDITI) E' DISPONIBILE PRESSO LA COPISTERIA LEUCAM.

NON E' PIU' POSSIBILE SOSTENERE L'ESAME SUL PROGRAMMA E SUL MATERIALE DIDATTICO PREDISPOSTI DAL PROF. COMITE.



Docente:    REITANO
ricevimento studenti- mese di settembre

Il ricevimente degli studenti riprende mercoledì 6 /9 alle ore 11.

Il ricevimento del 13 settembre è posticipato al giorno successivo (14/9), alle ore 11.


Partecipazione allo sciopero del 14/9/2017

La professoressa Reitano comunica che parteciperà allo sciopero del 14 pv.

pertanto gli esami si terranno il giorno dopo (15/9), alle ore 9.


ESAMI di Economia e gestione delle imprese turistiche e Marketing- Prof Reitano

Gli esami di Economia e gestione delle imprese turistiche  (Scienze turistiche) e Marketing (Informazione scientifica del farmaco e dei prodotti per la salute) si svolgeranno nelle seguenti date:

25 gennaio 2017

16 febbraio 2017

27 aprile  2017

19 giugno 2017

12 luglio 2017

Le prenotazioni potranno essere effettuate, tramite e-mail, fino a quando il sistema esse3 non sarà perfettamente funzionante

 

Augurando buono studio, colgo l'occasione per auspicare un sereno Santo Natale e un nuovo anno ingemmato di salute, pace, prosperità


EConomia e gestione delle imprese - Lavoro di gruppo

Gli allievi hanno facoltà di presentare un lavoro di gruppo che abbia come oggetto una delle aziende che ha partecipato all'esposizione del 1911 per il I° giubileo della Patria. Degli aspetti evidenziati (ad esempio nascita, sviluppo, interzionalizzazione, brevetti, ecc.) dovranno essere analizzate le implicazioni turistiche.

 

Gli allievi stranieri, in funzione dei problemi che potrebbero avere data la non perfetta conoscenza della lingua italiana e del territorio calabrese, possono optare per:

1. una ricerca che abbia come tema un caso turistico del loro paese d'origine, riproponibile in Calabria. Dunque evidenzieranno tutte le peculiarità utili all'elaborazione dell'analisi  swot;

oppure

2. una ricerca che abbia come tema l'interculturalità nel turismo (ad es. brand, pubblicotà, ecc)

 

Suggerisco agli allievi stranieri di collaborare con allieni italiani.

I gruppi devono essere costituiti da non più di 4 persone.

 

Buon lavoro


Orario di ricevimento

La professoressa Reitano riceve gli studenti alle ore 11 di mercoledì, nello studio ubicato all' ultimo piano del cubo 3C


Per gli allievi di IFSPS che devono sostenere l

I signori allievi che devono sostenere l'esame di Marketing da 5 crediti

Contenuti del corso/programma:

Il ruolo del marketing nell’impresa e nell’economia sociale di mercato

Il comportamento d’acquisto del cliente

La misurazione della risposta del cliente

L’analisi dei mercati attraverso la segmentazione

Le decisioni di lancio di nuovi prodotti

Le decisioni di distribuzione

Le decisioni di prezzo

La comunicazione integrata d’impresa (comunicazione esterna, interna e diretta ai co-maker)

 

Letture consigliate o richieste:

Antonella Reitano, Il ruolo della tracciabilità nella commercializzazione dei prodotti agroalimentari, EGEA, Milano, 2012

Jean Jacques Lambin, Market-driven management, McGraw-Hill, Milano, 2012


Verbalizzazione esame

Il signor Antonio Sola è invitato a mettersi in contatto con la Prof.ssa Reitano, per problemi inerenti alla verbalizzazione del suo esame.



Docente:    RICCIARDI
*******************

Ricevimento studenti e tesisti settembre 2017


Venerdì 22 settembre - ore 13.00 presso studio docente (Cubo 3C- Piano II)




Calendario appelli a.a.2016/2017

I SESSIONE ORDINARIA (gennaio – febbraio 2017): N. 2 APPELLI

1° appello

18/01/2017 - Prova scritta (Cons 1 - ore 15.00); 19/01/2017 - Verbalizzazione (Cons 1)

 

2° appello

giovedì 09/02/2017 - Prova scritta (Cons 4) - ore 16.30; sabato 11/02/2017 - Verbalizzazione (Cons 1) - ore 13.00

 

II SESSIONE ORDINARIA  (giugno – luglio 2017): N. 2 APPELLI

1° appello

21/06/2017 – Prova scritta (CONS 1); 23/06/2017 – Verbalizzazione (CONS 1)

 

2° appello

12/07/2017 – Prova scritta (CONS1); 19/07/2017 – Verbalizzazione ( ore 14 - CONS 1)

 

 

III SESSIONE ORDINARIA (settembre 2017): N. 1 APPELLO

20/09/2017 – Prova scritta (OA2/SG2)

22/09/2017 – Verbalizzazione (ORE 14 aula EP1)

 



Docente:    RIJA
Indagine ISO-Did - ECONOMIA E ORGANIZ. AZIEND. - CDL INFORMATICA

CHIAVE DI ATTIVAZIONE: KV84DEG


Indagine ISO-Did - REVISIONE AZIENDALE - ECONOMIA AZIENDALE

CHIAVE DI ATTIVAZIONE: YHGPZWA


Indagine ISO-Did - REVISIONE AZIENDALE - GIURISPRUDENZA

CHIAVE DI ATTIVAZIONE: NTH7FPD


ricevimento

Il prossimo ricevimento è fissato per mercoledì alle ore 11.00 presso il cubo 3c, primo piano.



Docente:    ROMITA
AVVISO: spostamento ricevimento e seminari di giorno 24/5/2017

A casua di impegni imprevisti, si comunica che il ricevimento ed il seminario di giorno 24 maggio 2017 sono spostati a giorno 25 maggio 2017, stesso luogo stessi orari.

Grazie

TR 


Prossimi ricevimenti prof. Romita

Prossimi ricevimenti studenti 

(eventuali variazioni di date e orari di ricevimento saranno comunicate nel sito)

Prof. Tullio Romita

Giorno 26 aprile 2017 ore 09.30 – 10.30 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano

Giorno 27 aprile 2017 ore 11.30 – 12.30 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano

Giorno 02 maggio 2017 ore 09.30 – 13.20 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano (fatto su richiesta)

Giorno 03 maggio 2017 ore 09.15 – 10.30 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano

Giorno 10 maggio 2017 ore 17.00 – 18.30 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano (fatto su richiesta)

Giorno 17 maggio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 24 maggio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Il ricevimento di giorno 24 è spostato a giorno 25 stesso luogo stesso orario.

 Giorno 25 maggio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 08 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 10 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 13 giugno 2017 ore 09.00 – 10.00 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano

Giorno 16 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 19 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 23 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 26 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 30 giugno 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 03 luglio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 04 luglio 2017 ore 09.00 – 10.00 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano

Giorno 10 luglio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 14 luglio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 19 luglio 2017 ore 10.45 – 11.15 / 13.15 - 13.45 c/o CReST Cubo 11/C

Giorno 26 luglio 2017 ore 10.00 – 11.00 c/o studio docente Cubo 1B 2 piano



Docente:    RUBINO
RICEVIMENTO STUDENTI

Il prossimo ricevimento è fissato per Venerdì 22 Settembre 2017 alle ore 10:30 presso il CUBO 3C - Terzo Piano - Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche


AVVISO URGENTE

Si comunica che, dato l'elevato numero di lavori in corso, non si possono assegnare nuovi argomenti di tesi, ovvero non si può neanche chiedere l'argomento per iniziare a lavorare, prima del mese di OTTOBRE 2017.



Docente:    RUFFOLO
VSTC_Risultati Lingua Inglese appello del 30.01.2017

LM in VSTC

 Crediti 5

Risultati English 4

Appello 30.01.2017

 

Gli studenti ammessi all’orale sono pregati di presentarsi all’esame con il materiale richiesto come da programma, stampato o sul proprio computer. 

ORALS

COGNOME e NOME

MATR.

GIORNO

AULA

ORA

POLEO FRANCESCO

129158

Martedì 31 gennaio 2017

Ufficio Docente*

9.30 


* Cubo 3D-1 piano

  LM in VSTC

Crediti 10

Risultati Advanced English for Tourism

Appello 30.01.2017

Gli studenti ammessi all’orale sono pregati di presentarsi all’esame con il materiale richiesto come da programma, stampato o sul proprio computer.

 ORALS

COGNOME e NOME

MATR.

GIORNO

AULA

ORA

CUCCI VINCENZO

179974

Martedì 31 gennaio 2017

Ufficio Docente*

9.45

DIMASI GESSICA

182600

10.00

RUSSO MARGARET

182284

10.15

* Cubo 3D-1 piano




Cdl ST Risultati Lingua Inglese 1 + Base + Approf del 29 maggio 2013

Cdl  ST

Risultati Lingua Inglese 1  (D.M.270)

Codice: 27003068

(5 crediti)

Appello 29-05-2013

 

PASSES ST

Cognome e Nome

Matricola

Risultato/60

bevilacqua dea

133557

40

forace laura

142060

44

fusaro cristiana

140044

41

iannini sandra caterina

133666

43

pileci raffaele

140019

46

riente nuNzio giuseppe

143938

40

Coloro che hanno superato devono registrare l'esame secondo il seguente orario:

Giorno: mercoledì 5 giugno 

Aula: SSP3

Ore: 9:00

Cdl ST

Risultati Lingua Inglese 1 (Base + approfondimento)

Codice: 50900120(base) + 50900121(approf.)

Appello 29-05-2013

PASSES ST

Cognome e Nome

Matricola

Risultato/60

panza francesca maria

128679

44

                                           

Registrazione Esame:

 Giorno: mercoledì 5 giugno 

Aula: SSP3

Ore: 9:00

 

FAILS ST

*controllare in fondo per informazioni riguardo la visualizzazione dell’esame

                                   rISULTATO/60

moroniti laura

114096

32

 Visione dell'esame

Coloro che non hanno superato l'esame di Lingua Inglese potranno prenderne visione mercoledì 12 giugno  dalle 13.30 alle14.30 presso l’Ufficio Lettori Cubo 3D (primo piano).

 


Variazione modalit� Esame scritto di Business English

A partire dalla sessione estiva  di esame 2013, l'esame scritto di Business English seguire la seguente modalità. L'esame orale non ha subito alcuna modifica.

The exam

 

Written exam

 The written exam is made up of 5 different tasks:

 - Multiple choice on reading passage (20 points): This consists of a text taken form a newspaper or magazine, followed by ten multiple choice questions.

 - Text cohesion (20 points): The sentences in this task have been taken from current newspaper articles/ academic texts. You need to complete each of the ten sentences with the correct phrase.

 - Language in context (20 points): This consists of a text in which there are ten gaps. You need to complete the text by choosing the correct alternative for each gap.

 - Vocabulary in use (20 points): This tests your knowledge of collocations. You must first form 10 collocations choosing from two lists of words and then use these collocations to complete the 10 sentences provided.

 - Writing- describing trends (20 points): This is a descriptive writing task based on information provided in a graph or table. It tests your ability to understand graphs dealing with economic/business issues and your ability to report the information. You need to write about 150 words.

 You must get at least 60/100 in order to be admitted to the oral exam.

 Oral exam

 This part of the exam consists in giving an oral presentation on one of the following:

 

 



Docente:    SILVESTRI
*******************

Il ricevimento studenti di quessta settimana è fissato per giovedi 21 settembre ore 13.00-14.30



Docente:    STAINO
Tracce compiti precedenti

Le tracce dei compiti precedenti sono scaricabili dalla pagina web:

https://sites.google.com/site/stainoalessandro/home/materiale-corso-di-matematica-finanziaria


Orario di ricevimento

Per l'orario di ricevimento consultare la seguente pagina web: