Modulo 7
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Schede

Unità 1. Il Ricamo

 

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Ricamatori al lavoro, da un manoscritto italiano del 1400 ca.

(da K. Staniland, Les artisans du Moyen age Les Brodeurs, Brepols, Hong Kong 1992, p. 27).

 

La tecnica del ricamo ha origini molto antiche e fu praticata da tutti i popoli in ogni parte del mondo. Ha sempre avuto stretti legami con le altre arti e si caratterizza per suo esclusivo uso decorativo.

Strumento indispensabile per il ricamo è l’ago, utilizzato per comporre, in prevalenza su tessuti, ma talvolta anche su pellami ed altri materiali, disegni e motivi ornamentali o figurati mediante l’applicazione di fili di seta, di cotone di lana e spesso anche d’oro e d’argento. Frequentemente per ricami complessi era utilizzato un telaio, sul quale erano fissati i margini del tessuto da ricamare, affinché l’opera del ricamatore fosse facilitata dalla tensione.

La tecnica di esecuzione comprende una gran varietà di punti, dal punto erba, al punto catenella, al punto arazzo e pittura.

Tra i materiali più antichi del Medioevo europeo va ricordata la Tappezzeria della Regina Matilde di Bayeux (2), che rappresenta un anello di collegamento tra la tradizione del’istoriato romano e le figurazioni pittoriche e tessili del medioevo, trattandosi di una “tappezzeria narrativa da chiesa”. Proprio l’istoriato la collega alla tradizione romana di illustrare su tele di lino o cotone le imprese dei grandi imperatori, per poi esporle in occasioni delle celebrazioni solenni lungo le vie della città o avvolte intorno alle colonne dei templi o dei fori come dimostra la tradizione delle colonne istoriate[1].

 2a

 

 2b

Tappezzeria della Regina Matilde di Bayeux, Bayeux, (particolare) Museo Arcivescovile;

2a. Il re Edoardo il Confessore da ordine ad Harold di recarsi da Guglielmo per confermargli la successione al trono.

2b. Il vento spinge le navi sulle terre del conte Guy de Ponthieu.

(da S. Bertrand, La Tapezzeria della Regina Matilde di Bayeux, (Fabbri-Skira) Milano 1969, figg. pagg. 19, 22-23, 46-47)

Si tratta di una tela di lino a tramatura molto sottile, sulla quale sono stati realizzati ad ago con filo di lana e semplici punti di ricamo (punto erba e ricamo a rilievo) i millecinquecento personaggi, cavalli, battelli e così via, che compongono questo vasto “affresco” mobile. Con buone probabilità, fu eseguita nei dieci anni che seguirono l'incoronazione di Guglielmo come re d'Inghilterra nell’Abbazia di Westminster. L'esecuzione sembra spettare in parte alla stessa regina Matilde, sposa del conquistatore e cognata del vescovo Odon de Conteville, presunto committente; sconosciuto è il disegnatore per quanto dové trattarsi di un artista proveniente dall'ambito dei miniatori di scuola normanna e anglosassone. Egualmente sconosciuta è la maestranza di ricamatrici che dovettero affiancare la regina Matilde, ma è nota la capacità tecnica delle donne inglesi e normanne nei lavori con l'ago attestati da numerosi reperti e documenti. Era in origine destinata ad ornare la navata della Cattedrale di Bayeux durante le feste liturgiche che si tenevano in occasione dell'anniversario della consacrazione, festa celebrata la prima volta il 14 luglio 1077. La cattedrale andò distrutta da un incendio nel 1049 e riedificata su una più vasta superficie prima dal vescovo Hugues e successivamente proprio da Guglielmo il Conquistatore, consacrato Vescovo, che con le cospicue rendite assicurate dalla conquista dell'Inghilterra la portò a termine nel 1077. La tappezzeria fu per la prima volta sospesa, di pilastro in pilastro, intorno alla navata proprio in occasione della Dedicazione celebrata in presenza di Guglielmo.

La storia di questo paramento c’induce a sostenere che nell’Alto Medioevo europeo l’arte del ricamo fosse diffusa e praticata indistintamente degli uomini e dalle donne, anche di alto rango; gli uomini e le donne spesso ne fecero un mestiere, ma il particolare il lavoro femminile era rivolto alla buona causa, e quindi una pratica, in continuità con la tradizione classica, che tendeva a mostrare un atteggiamento virtuoso. Solo nel XIV secolo gli artigiani si costituirono in corporazioni con statuti e regole che rendevano il lavoro garantito rispetto alla qualità. Ciò è sicuramente testimonianza della gran richiesta e diffusione del ricamo.

La tradizione bizantina e araba hanno creato differenti lavorazioni. L’una caratterizzata dall’ opus anglicanum, fitto ricamo, in cui non è sempre facile distinguere i punti –ma prevalentemente il punto erba e il punto fendu o spaccato (Tav. 1)- che nella totalità tendono a restituire una valenza pittorica e a rendere la tridimensionalità della rappresentazione. Il fondo in seta, ma anche in lino, era arricchito, per dare maggiore definizione alle figure, da filato in oro e argento. L’altra, assai più ricca, con l’utilizzo di tessuti di seta in applicazione, e filati in metallo prezioso, perle e placche smaltate, i cui centri di diffusione devono essere considerati la Sicilia arabo-normanna e la Spagna; il gruppo di materiali più rappresentativo è costituito dagli di abiti che per secoli servì all’incoronazione dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, costituito dal mantello, la tonacella, la camicia i guanti e i sandali (3)[2]. L’opus anglicanum ebbe vasta diffusione in Europa soprattutto presso le corti. Nel Tesoro della Cattedrale di Anagni si conserva il Piviale della Vergine dove in ampi medaglioni sono appunto le Storie della Vergine e della Vita di Cristo.[3]

Tav. 1

Il punto spaccato o fendu.

(da K. Staniland, Les artisans du Moyen age. Les Brodeurs, Brepols, Hong Kong 1992, p. 70.)

 

Sempre in questi anni si diffonde in area inglese il ricamo a fili contati o punto croce; facile e ripetitivo, consente di replicare facilmente, attenendosi alla direzione delle trame e degli orditi, disegni anche complessi. Molto utilizzato nell’800 si diffuse rapidamente in ogni paese europeo.

Parallelamente fu utilizzato il ricamo a fili tirati caratterizzato dal raggruppamento, con punti vari, degli stessi fili d’un tessuto preventivamente sfilato(4).

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Bordo ricamato, Manifattura italiana, seconda metà del XVI secolo, lino e seta; Firenze, Museo Nazionale del Bargello, collezione Carrand.

(da I ricami dal XIV al XVII secolo nella collezione Carrand, Catalogo della Mostra a cura di Marina Carmignani, S.P.ES., Firenze 1991, p. 20)

 

 

Altra lavorazione diffusa nel Medioevo e quella detta del punto posato in cui i fili, disposti in linee parallele sul fondo, sono legati tra loro, e al fondo, attraverso piccoli punti. Questo sistema consentiva di riempire con facilità interi blocchi di tessuto con il colore determinando un effetto pittorico. Probabilmente utilizzato in aree dove la disponibilità di materia prima non era abbondante si diffuse, più tardi, nel ricamo in oro. 

Tra i più ricchi parati conservati nei tesori delle cattedrali si deve ricordare il parato di Bonifacio VIII costituito da un piviale, una pianeta e due dalmatiche, ricamato in oro con una lavorazione detta opus cyprense, sebbene sia ancora discussa l’area di produzione bizantina o palermitana. Il ricamo è in oro, su sciamito, con l’impiego del punto posato articolato su uno schema decorativo ad orbicoli entro i quali sono, in alternanza, pappagalli affrontati, aquile, aquile bicipiti, e grifoni (5) [4]. A questo parato si collega, per caratteri stilistici, il Piviale dei “pappagalli”, attualmente nella sagrestia del duomo di Vicenza[5]

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Piviale di Bonifacio VIII, sciamito rosso, ricami con filo d’oro a punto posato, seconda metà sec. XIII, Anagni, Tesoro della Cattedrale.

(da Bonifacio VIII e il suo tempo, Catalogo della Mostra a cura di Marina Righetti Tosti-Croce, Electa, Milano 2000, p. 241)

 

Durante il corso del Trecento, il ricamo in Italia aveva già acquisito numerose applicazioni e si andava differenziando per il supporto. Molti i centri famosi: Firenze, Genova, Pisa, Napoli, e così via. La pratica in alcuni casi divenne un’arte tanto apprezzata da consentire al ricamatore di firmare la propria opera. È il caso di Jacopo Cambi che firma e data, 1336, l’antependium in lino, con ricami in seta e filo d’oro, con le scene della Vita della Vergine, conservato a Firenze al Museo degli Argenti. Il lavoro, detto opus florentinum, che caratterizza anche altre opere coeve, utilizza gli stessi punti dell’opus anglicanum; la differenza non risiede nella tecnica esecutiva quanto piuttosto nell’aggiornamento stilistico, o probabilmente, nell’attingere per quanto attiene al disegno, a maestri coevi di cultura aggiornata, o come suggerisce Cennino Cennini commissionandoli direttamente ai pittori [6]. In Italia questa tecnica di ricamo era praticata anche a Roma come dimostra il paliotto con la Vergine in trono e i Santi, del Tesoro della Cattedrale di Anagni[7], e probabilmente in altre città sede di prestigiose corti.

Sempre Cennino Cennini a proposito del ricamo sul velluto, certamente più complesso nell’applicazione, suggerisce di operare seguendo il sistema del riporto, cioè di disegnare e ritagliare su tela o taffetas il disegno ed applicarlo sul velluto, e su questo ricamare. Questa è forse l’origine del “ricamo a riporto” assai praticato tra Cinque e Seicento (6)[8].

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Bordura ricamata gros e velluto, Napoli, Museo di Capodimonte, Collezione De Ciccio

 

 

In Italia durante il corso del Quattrocento il ricamo trionfa anche in congiunzione con la centralità acquisita nelle arti dalla pittura; il ricamo si assimila ad essa conquistando il titolo di “pittura ad ago”. I nomi dei pittori impegnati nel disegno sono tra i più noti, da Pisanello al Pollaiolo a Botticelli, ma sicuramente tanti altri pittori, soprattutto se si tiene in considerazione la pratica illustrata da Cennino Cennini, produssero disegni per i ricamatori. Una documentazione circostanziata proviene dalla ricostruzione di alcuni paramenti sacri donati o appartenenti al papa Sisto IV della Rovere, noto per la predilizione dei tessuti serici ricchi di ricami o broccati; il solo paliotto donato alla Basilica di San Francesco ad Assisi conferma tale fama e ci presenta un oggetto di grande valore fabrile ed artistico elaborato sui disegni di Antonio del Pollaiolo [9]. A questo si affiancano per committenza diversi altri materiali, tra questi il Piviale donato dal papa ai Frati minori della chiesa di San Francesco a Palermo alla fine del Settecento (7).

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Piviale di Sisto IV, Palermo Galleria Regiona, stolone ricamato della seconda metà del Settecento su supporto ricamato settecentesco.

(da Il Piviale di Sisto IV a Palermo. Studi e interventi conservativi, a cura di V. Abbate, E. D’Amico, F. Pertegato, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo 1998, p. 14)

 

 

L’oggetto dall’importante impianto iconografico rappresentato dallo stolone, con teorie di santi, dallo scudo con la Natività, e dal colletto con la Trinità, fu eseguito a Firenze su disegno di Giovanni di Bartolomeo, allievo di Domenico Ghirlandaio, nell’ultimo quarto del Quattrocento. Il lavoro, sebbene ad oggi in più parti deteriorato ma salvato da un pregevole restauro, può considerarsi uno dei punti d’arrivo del sistema di lavorazione delle botteghe fiorentine dell’epoca e sintesi, attraverso la perfetta esecuzione, delle tecniche del ricamo maggiormente praticate in quegli anni. Venne infatti impiegato il punto posato, l’oro posato su imbottiture, l’or nuè (Tav.2 e 3), il punto raso, il punto spaccato; tra queste quella che più si renderà appropriata alla resa pittorica dei ricami fu l’or nuè variante del punto posato. Infatti i fili d’oro, posti a gruppi di due o tre fissati paralleli fra loro e fissati solo al margine seguendo l’andamento del disegno, sono successivamente fissati, in perpendicolare, con seta colorata in maniera tale da ricoprire interamente l’oro.

 

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Tecnica dell’or nuè.

(da L. de Farcy, La Broderie du XI siècle jusqu’à nos jours, Angers, 1890)

 

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Motivi ottenuti con la tecnica dell’oro posato.

(da L. de Farcy, La Broderie du XI siècle jusqu’à nos jours, Angers, 1890)

 

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Motivi ottenuti con la tecnica dell’oro posato su imbottiture.

(da L.. de Farcy, La Broderie du XI siècle jusqu’à nos jours, Angers, 1890)

 

La particolarità innovativa è costituita dal fatto che attraverso le gradazioni di colore, si potevano raggiungere tutte le sfumature atte a rendere la tridimensionalità elaborata nei disegni preparatori, l’oro del fondo garantiva la luminosità al lavoro. La tecnica assai costosa, per materiali e tempi di lavorazione, si impoverì nel corso del Cinquecento e tra Seicento e Settecento fu in larga misura sostituita dal punto raso (8) o dal punto posato eseguito col solo filo di seta.

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Alessandro de Rosa, particolare del paliotto ricamato a punto raso e punto posato fermato a spina, seta e argento filato, Napoli 1728; Napoli, Monte di Pietà.

 

 

In questi anni si diffonde l’uso del ricamo su lino per la biancheria che introdurrà ancora nuovi punti. Tra questi, nell’ambito del ricamo a fili contati, deve essere segnalato il punto scritto o d’Holbein (9)che consentì la produzione di ricami senza rovescio. Spesso fu associato al punto croce si diffuse rapidamente in ogni regione dando la possibilità di replicare i disegni a grottesca, o comunque, la cultura pittorica cinquecentesca.

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Frammento ricamato, manifattura italiana, seconda metà sec. XVI; Firenze, Museo Nazionale del Bargello, collezione Carrand.

(da I ricami dal XIV al XVII secolo nella collezione Carrand, Catalogo della Mostra a cura di Marina Carmignani, S.P.ES., Firenze 1991, p. 16)

 

Sono questi gli anni in cui la produzione dell’incisione sostituisce in parte il ruolo del pittore nell’invenzione dei modelli, sostituito da veri e propri repertori e manuali diffusi frequentemente in molte regioni.

Il ricamo in oro e seta fu lungo il corso del Seicento e del Settecento largamente praticato seguendo le variazioni stilistiche delle arti maggiori; l’abbigliamento tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento fu ricchissimo nei ricami così come l’arredamento con l’utilizzo prevalente del punto raso.

L’Ottocento vide ridurre la potenza del ricamo sia nell’abbigliamento che nell’arredamento ma rimase con le stesse caratteristiche sei-settecentesche nell’abbigliamento sacro che per lungo tempo rifiutò l’aggiornamento dei caratteri tecnici e stilistici. Un intenso momento innnovativo visse l’arte del ricamo alla fine del XIX secolo dove tecniche dimenticate o dismesse, furono reintrodotte e praticate. Nacquero le prime scuole e manifatture come l’Aemilia Ars che anche nel ricamo accolse le sterminate variazioni naturalistiche del floreale.

 

 

Unità 1.a Finestra narrativa

 

La Tappezzeria della Regina Matilde di Bayeux.

 

Integra le immagini un breve testo in latino che concorre a chiarire la narrazione illustrata. Il fatto storico, a cui l’opera si riferisce, è una versione normanna della conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore divenuto, in seguito alla vittoria di Hastings (14 ottobre 1066), Guglielmo re d’Inghilterra.

In breve la storia illustrata attraverso scritte latine nella tappezzeria:

Il duca Harold viene incaricato durante un ricevimento dato dal cognato re Edoardo (San Edoardo il Confessore) di un'importante missione: recarsi da Guglielmo il Normanno e confermargli la successione al trono; Harold con il falcone sul braccio si imbarca dopo aver partecipato con i compagni ad un allegro banchetto nel castello di Bosham; la tempesta sconvolge il programma e le navi vengono salvate dal naufragio dal potente conte di Ponthieu che reca il conte nel suo castello come prigioniero. Harold non potendo pagare il riscatto chiede l'intervento di Guglielmo di Normandia che lo libera e lo rimanda in Inghilterra dopo averlo invitato a partecipare ad una vittoriosa spedizione contro il duca di Bretagna ed averlo nominato cavaliere stringendo così un patto di alleanza. Alla morte del re Eduardo (avvenuta il 24-30 aprile 1066 quando nel cielo d'Inghilterra era visibile la cometa oggi nota con il nome di Halley) Harold ne prende il posto tradendo così il giuramento di alleanza con Guglielmo. Dopo opportuno consulto con il vescovo Oddon (rappresentato come un banchetto) e la costruzione di speciali navi-castello Guglielmo parte alla volta dell'Inghilterra e sconfigge Harold (rappresentato trafitto da una freccia nell'occhio). Edoardo dà ordine ad Harold di recarsi da Guglielmo.

La preziosa tappezzeria fu oggetto di interessamento degli storici e critici ottocenteschi autori della riscoperta della cultura artistica alto medioevale come John Ruskin; l'oggetto ancor oggi stimola la fantasia e l'immaginario letterario tanto da aver ispirato un gustoso (per gli storici dell'arte o gli appassionati) romanzo di Marta Morazzoni dal titolo L'invenzione della verità, Milano 1988, dove la vicenda storica si intreccia alle visite di studio di Ruskin alla cattedrale di Bayeux.


Unità 2. I tessuti stampati

 

Sebbene la stampa sul tessuto risalga a tempi antichissimi – Erodoto (Libro I, cap. 303) ricorda una tintura ricavata dalle foglie di un albero, utilizzata dalle popolazioni del mar Caspio e Plinio, nel Naturalis Historia (Libro 35, cap. II), quelle degli egiziani - essi fanno la loro apparizione in Europa in tempi relativamente recenti. L’intensificarsi dei commerci con l’Oriente spinse i paesi europei – si datano tra il 1577/80 i primi documenti che citano coperte da letto indiane- a difendersi dai costi dell’importazione introducendo questa lavorazione, per quanto per favorire il commercio europeo, già all’inizio del XVIII secolo, si fecero stampare in India, tessuti con disegni nello stile di Jean Berain (1638-1711). Nel 1665 in Francia a Bouches-du-Rhône alcuni incisori costituirono delle società per la stampa su cotone o, come citato dai documenti, per la produzione di indiennes. Quasi contemporaneamente, con la creazione del porto franco di Marsiglia, una colonia d’armeni s’istallò in città per insegnare “la façon du Levant e de Perse”. È forse la prima notizia di produzione di stampati in Europa, seguita da altre del 1676 degli esordi Inghilterra, nel 1678 in Olanda e nel 1690 per la probabilità di una produzione genovese.

Nella seconda metà del secolo XVII si importarono in Europa piccole quantità di tessuti stampati, più come curiosità che per commercio; solo dopo l’espediente messo in atto dello scià Akbar e del suo successore Jahangir, d’importare opere di artisti europei per educare i pittori orientali al gusto occidentale, si apre un mercato più vasto. Gli stampati preferiti dai mercati europei saranno quelli, su fondo bianco, prodotti sulle coste del Coromandel note con il nome di calancà derivato dal nome locale di kalencars che in persiano significa “fatto a penna”, o meglio fatto con il calamo, strumento simile al tiralinee.

Un incremento duraturo della produzione di tessuti stampati in Francia si ebbe alla fine del Seicento, dopo le proibizioni francesi d’importazione di alcune merci orientali; con la revoca dell’editto di Nantes e l’espulsione degli ugonotti, nuove manifatture di tessuti stampati si diffusero a Berlino, Brema, in Portogallo e in Svizzera attraverso la messa in pratica dell’esperienza degli emigrati.

Nella seconda metà del Settecento ogni paese europeo era in grado di produrre tessuti stampati. Solo in Francia i centri più attivi furono: Mulhouse, Marsiglia, Nantes. Nella regione di Rouen nel 1764 s’istallarono due prestigiose manifatture ancor oggi note: la fabbrica di Abraham Frey, e, a Jouy-en-Josas, quella degli Oberkampf.

 

La tecnica

 

Rispetto alle tecniche orientali le fabbriche europee si giovarono in tempi brevi di sistemi meccanizzati per permettere una produzione massiva.

Le operazioni di stampa prevedono alcune preventive manipolazioni del supporto in cotone o misto lino e cotone. La prima, la battitura, consiste nell’eliminare ogni elemento che potrebbe opporsi al fissaggio del mordente; si effettua con successive operazioni di sbiancaggio e infine di stiratura. Il tessuto è poi sottoposto al bagno di mordente che consente di fissare il colore.

La stampa era praticata con tavole di legno, e successivamente con piastre di rame; dal 1752 erano già impiegate in Irlanda, nel 1755 in Inghilterra e solo dopo il 1760 in Francia; a Jouy-en-Josas solo nel 1777. La stampa in rame permise, successivamente, l’impiego di un cilindro rotante, che consentì di velocizzare le operazioni e quindi di produrre una quantità maggiore di stampati. Altra tecnica di stampa praticata fu quella detta chiné che si giovò di diversi e più complessi sistemi di lavorazione.

I motivi dominanti in questi tessuti sono assai vari e seguono il gusto e gli stili del tempo. Molto copiati, ovviamente furono i motivi orientali, come accadde in altre produzioni. Frequentemente furono utilizzati pattern decorativi impiegati nei tessuti della tradizione, dando libero spazio all’intonazione naturalistica che dominò la metà del Settecento. Alle tradizionali indiennes si affiancarono presto nuovi motivi commissionati a pittori di prestigio; Jean-Baptiste Huet (1745-1811) produsse molti disegni per tessuti e carte stampate e fu a lungo impegnato per la manifattura di Jouy-en-Josas. Tra i disegni più apprezzati e che caratterizzeranno tutto il settore della pastorelleria, ricordiamo la “favola del mugnaio”, “l’offerta all’Amore”, il “lupo e l’agnello”, le “quattro Stagioni”; altri artisti diedero disegni di chiara intonazione neoclassica come “le Arti” d’Hippolite le Bas. Più frequentemente i disegni erano ricavati da incisioni come nel caso del “pallone di Gonesse” del 1784 ispirato alle incisioni anonime del medesimo soggetto, o “la caccia di Sancho” dalle famose incisioni di Charles Nicolas Cochin. Per quest’ultimo tipo di stampati si preferì, nel rispetto della tecnica incisoria, d’utilizzare un solo colore, o al massimo due, determinando un gusto tutto occidentale nel tessuto stampato.

 

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Unità 3 L’Arazzo

 

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Camera da letto reale dell’Alcàzar di Segovia, XVI secolo.

(da Antiquariato. Enciclopedia delle arti decorative, diretta da A. González-Palacios, vol. I, p.78.)

 

 

La tecnica

L’arazzo è un particolare tessuto in cui la decorazione si ottiene attraverso un intreccio tessile, la cui tecnica di realizzazione è rimasta, nel tempo, sostanzialmente invariata.

L’armatura utilizzata è la tela; le trame però non corrono da una cimosa all’altra, ma intrecciano un certo numero di orditi in rapporto al disegno che devono costruire, variando di volta in volta il colore. Nell’arazzo, infatti, sono le trame che realizzano la decorazione del tessuto, coprendo con una tessitura molto fitta e compatta gli orditi che, a lavoro ultimato, non sono più visibili. Per questo motivo gli orditi, generalmente in lana, non sono tinti, mentre le trame in lana o/e in seta e, in misura minore, anche in filato metallico, sono utilizzate nei colori e nelle tonalità più disparate, per poter rendere al meglio le sfumature cromatiche del disegno che devono realizzare. In funzione di tale disegno, i passaggi tra due zone contigue di diverso colore sono effettuati tecnicamente in tre modi: a stacco, ad incastro e ad agganciamento.

Nello stacco (Tav. I), i fili di trama di colore diverso di aree adiacenti aggirano ciascuno l’ordito al margine della parte interessata, lasciando così, lungo la verticale dell’area stessa, una fessura più o meno grande che, in un secondo momento, quando l’arazzo è stato terminato e tolto dal telaio, viene cucita con punti ad ago sul verso del tessuto.

 

 

 

Nell’incastro (v. Tav. II), invece, le trame di colore diverso agganciano lo stesso ordito al limite dell’area interessata, alternandosi tra loro ad ogni passaggio di trama. In questo modo, non si crea lo stacco e le zone contigue di colore diverso si fondono tra loro seguendo un margine comune dall’andamento dentellato.

 

 

 

Nell’agganciamento (v. Tav. III), infine, le trame di colore diverso s’intrecciano tra loro, in corrispondenza del margine delle due aree contigue, prima di completare la passata. Quest’ intreccio può avvenire o tra due orditi adiacenti o intorno allo stesso ordito e anche in questo caso si evita lo stacco.

 

 

 

Qualunque sia la tecnica utilizzata, viste le caratteristiche dell’arazzo, la selezione degli orditi da intrecciare per ogni passaggio di trama non può che essere effettuata manualmente dall’arazziere, impedendo così anche una minima meccanizzazione del procedimento.

Fin dal Medioevo, gli arazzi furono realizzati con particolari telai: il telaio a basso liccio e quello ad alto liccio.

Il telaio a basso liccio (v. Tav. III) è un telaio orizzontale, composto da due subbi: su quello posteriore sono avvolti gli orditi, su quello anteriore il tessuto via via prodotto. Gli oditi pari e quelli dispari sono tenuti da licci collegati a due pedali azionati dall’arazziere, che siede dal lato del subbio anteriore e lavora al rovescio sulla parte di orditi a lui più vicina, seguendo il disegno del cartone posto sotto gli orditi stessi, con il dritto faccia a faccia con quello dell’arazzo. In questo modo, il disegno dell’arazzo risulterà rovesciato rispetto a quello del cartone.

Il telaio ad alto liccio (v. Tav. IV), invece, è un telaio verticale composto da due subbi: quello superiore, sul quale sono posti gli orditi, e quello inferiore sul quale è avvolto l’arazzo durante la lavorazione. Gli orditi (uno su due) sono tenuti da un liccio, azionato manualmente, che pende sopra la testa dell’arazziere. Inoltre, l’arazziere lavora al rovescio del tessuto seguendo il disegno del cartone posto alle sue spalle, che egli segue guardando uno specchio posizionato davanti l’arazzo. In questo modo, il disegno dell’arazzo non risulta invertito, rispetto a quello del cartone.

Sia nel caso del telaio a basso liccio che in quello ad alto liccio, si lavora sul lato corto dell’arazzo, la cui altezza corrisponde a quella delle pareti, mentre il lato lungo, non avendo vincoli nelle dimensioni, può variare nella sua lunghezza. A tessitura ultimata, l’arazzo, smontato dal telaio, è appeso sul lato lungo, facendo compiere all’arazzo stesso una rotazione di 45°.

 

Le maestranze

Nel Medioevo in Francia i tessitori di arazzi erano suddivisi in quattro specializzazioni caratterizzate da differenti lavorazioni; gli hauts liciers o tessitori ad alto liccio, i bas liciers o tessitori a basso liccio, ed infine, senza differenze di tecnica, i tapissiers nostrez (tappezzieri “nostrani”) e i tapissiers sarrazinois (tappezzieri “saracerni”) specializzati in arazzi d’uso corrente con decorazioni vegetali e araldici ma anche in tappeti annodati di tradizione orientale. Nel 1303 le due ultime si fondono dando vita, con i tessitori ad alto e basso liccio, ad un’unica comunità con regole corporative a tutela della qualità dei prodotti, confluite poi nel testo di Etienne Boileau, Livre des Métiers.

La maggiore concentrazione di arazzieri, spesso famiglie che tramandavano il mestiere da padre in figlio, si localizza, già sul finire del XI, nelle Fiandre, nell’Artois e nell’Ile-de-France, con un livello occupazionale, alla fine del XV° secolo, di 14.000 artigiani dislocati tra Parigi, Arras, Tournai, Bruges, Valanciennes, Gand e Bruxelles. Inizialmente tra le maestranze non si praticò una rigida divisione del lavoro tanto che gli arazzieri erano spesso anche abili tintori capaci di trarre dalle sostanze naturali dozzine di toni per ogni colore che, con incredibile perizia, erano assimilati dalla lana; queste conoscenze erano il fondamento per la buona riuscita dei panni.

Con il passare del tempo, soprattutto con la fondazione delle manifatture assistite da aristocratici e dalle case regnanti, i ruoli si differenziano ed assumono una struttura gerarchica a capo della quale è frequentemente un pittore o un architetto. Accadde ai Gobelins, sotto la sovrintendenza di Colbert, in un momento storico in cui le manifatture francesi furono riunite sotto la protezione reale, con regole estremamente rigorose.

Inizialmente gli arazzieri, liberi artigiani, furono chiamati in ogni luogo d’Europa trasferendo le proprie conoscenze la dove la committenza li richiamava. Nel corso dei secoli ogni casa regnante desiderò avere la sua manifattura e fece in modo che si addestrassero maestranze locali. Anche i pittori, addetti all’elaborazione dei cartoni, fornirono frequentemente la loro opera a più manifatture creando, come accadde nella Francia del Settecento, un’omogeneità nel gusto. Il declino dell’arazzo fu segnato alla fine del Settecento, quando i gusti borghesi e l’incalzare delle nuove tecnologie adeguarono l’arredo a dimensioni e costi più accessibili. Nel corso dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento la tecnica fu frequentemente impiegata come revival di alcuni processi artigiani. Ancora oggi a Parigi ai Gobelins si possono vedere in azioni telai per arazzi; la lavorazione è impiegata per il restauro del patrimonio ancora presente sul territorio.

 

Caratteri tipologici

La tessitura ad arazzo è tra le arti tessili quella che più si avvicina alla pittura, trasferendo in essa i colori, la composizione, la decorazione e così via attraverso la specificità tecnica.

La lavorazione praticata già dai popoli dell’antichità in Europa si afferma nel Medioevo; in questi anni si consolidano alcuni tipi che con il passare del tempo e con il cambiamento del gusto saranno comunque richiesti e quindi praticati.

L’arazzo erano prevalentemente sospeso alle pareti, con il duplice scopo di decorare e di proteggere dal freddo. Inoltre proprio il carattere mobile era destinato ad essere trasferito da una residenza all’altra ed era, inoltre, corredo indispensabile per le tende d’accampamento durante le guerre. Per questo motivo assume il carattere di “quadro” e pertanto frequentemente è suddiviso in una specchiatura quadrangolare contornata da una cornice. La parte centrale offre scene figurate dai soggetti più vari, ma sempre storie destinate ad essere lette come le illustrazioni infantili e pertanto recano iscrizioni esplicative. I temi trattati sono quelli della letteratura dell’epoca; temi alla moda furono quelli dei Nove eroi e delle nove eroine, dell’antichità ebraica, pagana e cristiana, esempi del perfetto cavaliere, Alessandro, Cesare, Carlomagno e così via. Le cornici assumeranno caratteri diversi, architettonici, fitomorfi, ecc., con il variare del gusto.

Già dal Medioevo risultano praticati dei generi sintetizzabili in:

verdure, soggetti vegetali o di paesaggio, entro i quali gli animali o le figure assumono carattere di accessorio.

Tapisserie à ecriteaux, arazzi entro i quali i soggetti sono indicati da lettere gotiche.

Tapisserie à semis (millefiori), tappezzerie con il fondo disseminato di piccoli fiori

Tapisserie aux armes, arazzi nei quali il motivo principale sono le armi del committente.

Chancellerie, arazzi con le armi di Francia donati dal re ai suoi cancellieri.

Si designa, infine, con il nome di tinture l’insieme di più arazzi con lo stesso soggetto.

Tra il Tre e il Quattrocento, l’area fiamminga, ma particolarmente Tournai, si caratterizza per arazzi senza “cornice”, composizioni affollate sovrapposte in verticale senza il rispetto di norme prospettiche, zone cromatiche nette e cartigli esplicativi. Tutte le manifatture nordiche dall’inizio del Cinquecento saranno influenzate dalla cultura pittorica italiana, diffusa, soprattutto dopo la commissione di Leone X, della serie degli Atti degli Apostoli su cartoni di Raffaello. Lo stile si modifica e con esso le bordure che divengono ampie cornici con personaggi e motivi architettonici tratti dall’antico; si diffonde il gusto della “grottesca”.

 

Le marche degli arazzi

Nel Medioevo gli arazzi non furono mai marcati. L’idea di contrassegnare con il nome della manifattura e/o dell’arazziere nacque dal desiderio di proteggere i prodotti dalle contraffazioni. Nel 1525 a Bruxelles un editto ordinò che nel bordo inferiore, in uno scudo rosso, fossero tessute due B sempre in rosso ma più chiaro del fondo. A questa marca d’origine i fiamminghi aggiunsero il nome della fabbrica e dell’arazziere. In Francia le stesse maestranze fiamminghe, richiamate da Enrico IV, rinunciarono alla marca d’origine ma apposero il loro nome. Dalla riforma di Colbert la marca divenne obbligatoria.

Le arazzerie europee si adeguarono a queste regole; la manifattura fiorentina marcò infatti con due F entro le quali era il giglio; più avanti nel tempo molti arazzieri lasciarono il proprio nome tra le trame e gli orditi degli arazzi.

 

I centri

La tabella che segue indica i centri più famosi, nel corso dei secoli, gli arazzi tra i più conosciuti e le origini ed i successivi cambiamenti di organici e direttori delle manifatture.

 

1300 fuori d’italia

Arras

 

Non si conoscono le origini della produzione tessile laniera ma i documenti attestano la commercializzazione dei prodotti della cittadina.

Tournai

 

La tessitura di arazzi è già ben sviluppata ed è in mano a pochi imprenditori; dal 1398 é regolata da una magistratura.

 

 

Manifattura di Arras, Nicolas de Battaille, Il quinto e il sesto angelo vuotano le loro coppe, arazzo del ciclo dell’Apocalisse, 1377-79; Angers, Castello.

(da G. F. Souchal, La tappezzeria di Angers, Fabbri-Skira, Milano 1970, fig. 33)

 

 

Manifattura di Arras, Nicolas de Battaille, Un dragone tenta di divorare il bambino che la donna ha appena dato alla luce, arazzo del ciclo dell’Apocalisse, 1377-79, particolare; Angers, Castello.

(da G. F. Souchal, La tappezzeria di Angers, Fabbri-Skira, Milano 1970, fig. 34)

 

 

Italia 1400

Venezia

Storie della Passione, Venezia, Museo di san Marco. 1430 ca.

Arazzieri fiamminghi

Ferrara

Pietà, Cleveland, Art Institute; Monaco di Baviera, raccolta Lembach.

Arazzieri fiamminghi, su disegno di Cosmè Tura.

Mantova

Annunciazione, Chicago, Art Institute

Arazzieri francesi

 

In anni in cui la produzione artistica trova l’Italia in una posizione egemone rispetto all’Europa, i centri italiani si dimostrano straordinari estimatori di arazzi; le corti importarono numerosi panni nordici, Perugia, Brescia e Napoli risultano i centri più documentati. Interessante, per l’apertura e l’aggiornamento culturale nel Meridione, è la commissione da parte d’Alfonso d’Aragona di arazzi su disegno di Roger van der Weyden.

 

Fuori d’Italia

Francia

Parigi

 

1376-1382 Apocalisse eseguita da Nicolas Battaille per le nozze di Luigi II d’Angiò e Jolanda d’Aragona, su disegni di Hennequin de Bruges; Castello di Angers.

 

Arras 1313 ca. -1790

 

 

 

 

 

 

1402. Storie di San Piat e Sant’Eleuterio commissionata dal canonico della cattedrale di Tournai, tessuta da Pierrot Féré.

Vita e miracoli di San Pietro, per la cattedrale di Beauvais (oggi al Museo di Cluny), Cacce di Chatsworth (Londra, Victoria and Albert Museum)

all’inizio del ‘300 la produzione di arazzi è già nota.

Tournai ?-

1459 Storie di Alessandro, i cui resti sono conservati alla Galleria Doria Pamphili di Roma.

 1465-1470, Storie di Cesare, Berna, Historisches Museum.

1476, I sette Sacramenti, Victoria and Albert Museum di Londra e Metropolitan Museum di New York.

Storie di Clodoveo, Cattedrale di Reims; Leggenda di Herkenbald, Berna, Historisches Museumderivata da affreschi perduti di Roger Van der Weyden.

 

Si conoscono i nomi di alcuni arazzieri e di alcuni fabbricanti come Pasquier Grenier fornitore di Filippo il Buono, e dei pittori B. de Bailleul che fornì disegni anche agli arazzieri di Arras.

Bruxelles

1460. Arazzo “millefiori” con le armi di Filippo il Buono di Borgogna.

Van Eyck, Hugo van der Goes Quentin Metsys e Bernard van Orley, ispirano i maestri arazzieri.

 

 

Italia 1500

Milano

Allegorie dei Mesi, Milano, Museo del Castello Sforzesco.

Benedetto da Milano, laboratorio a Vigevano, su disegni di Bramantino giovane.

Ferrara

1545. Metamorfosi di Ovidio, uno dei quali al Louvre e gli altri in varie raccolte private; arazziere Giovanni Carcher.

1552-53. Storie dei Santi Giorgio e Maurelio, Ferrara, Museo del Duomo.

Metà ‘500. Storie della Vergine, per il Duomo di Como su disegni d’Arcimboldi

1536-1582. Laboratorio fondato da Ercole II d’Este diretto da Giovanni Rost.

Mantova

1540-45, Giochi di putti, Milano, Poldi Pezzoli su disegni di Giulio Romano.

1539-41, 1555-62. Attività di Giovanni Carcher

Firenze

1546-53. Storie di Giuseppe, 20 arazzi su disegni del Bronzino e inizialmente di Pontormo e Salviati.

Grottesche e Mesi, su disegni di Francesco Umbertini detto il Bachiacca, Firenze, Uffizi.

1557.. Storie fiorentine, per Palazzo Vecchio, su disegni di Giovanni Stradano, oggi a Firenze, Gallerie dell’Accademia, Uffizi, Palazzo Davanzati, Biblioteca Laurenziana.

1567-1576. Cacce di Poggio a Caiano, su disegni di Alessandro Allori, Firenze, Palazzo Vecchio.

Storie della Vergine, Bergamo, Santa Maria Maggiore.

1546. fondazione laboratorio, per volontà di Cosimo I dei Medici, istruito da Giovanni Rost e Giovanni Carcher.

Il laboratorio fiorentino fu il primo in Italia a dotarsi di un regolamento e di 24 telai e che si preoccupò dell’istruzione di artigiani locali

 

 

Manifattura di Bruxelles, Le cacce di Massimiliano il mese di marzo, Parigi, Museo del Louvre.

(da AA.VV., Gli arazzi della Battaglia di Pavia, Bompiani, Milano 1999, p.77)

 

 

Manifattura di Bruxelles, Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito dell’esercito di Francesco I, particolare; arazzo della serie della Battaglia di Pavia; Napoli, Museo di Capodimonte, collezione d’Avalos.

(da AA.VV., Gli arazzi della Battaglia di Pavia, Bompiani , Milano 1999, tav. 4)

 

 

 

 

 

Fuori d’Italia

Fiandre e altri paesi europei

Bruxelles

1500. Salomone e la regina di Saba, Milano Poldi Pezzoli.

Atti degli Apostoli.

 

 

1528 ca. 1531. Battaglia di Pavia, Napoli Museo di Capodimonte

 

 

Pieter va Aelst su cartoni di Raffaello e Giulio Romano, Penni e Giovanni da Udine, 1515-19.

Su disegni di Bernard van Orley (Louvre, Gabinetto dei disegni) Bernard van Orley.

Francia

 

 

 

 

 

Fontainebleau

 

 

 

 

 

Parigi

Creazione dell’arazzo “millefiori” attribuiti prevalentemente ad arazzieri itineranti delle rive della Loira (es: La dama di Rohan del Museo d’Angers, la Dame à la Licorne del Museo di Cluny)

1530 vengono introdotti elementi della cultura italiana come le “grottesche”. 

1540.serie di arazzi riproducenti la decorazione ad affresco della Galleria di Francesco I a Fontainebleau decorata dal Rosso Fiorentino e da Francesco Primaticcio; conservati a Vienna comprendono la Danae e la Morte di Adone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1540. Fondazione della Manifattura di Fontainebleau di vita breve quanto la produzione della serie di arazzi.

 

 

 

 

Manifattura dell’Hôpital de la Trinité con i tessitori Henri Larambert e Maurice Dubout.

Tournai chiude nei primi anni del ‘500

La produzione diviene ripetitiva

I figli di Grenier ereditano i cartoni e continuano la produzione sui modelli che avevano costituito la fortuna della manifattura.

In area fiamminga anche Bruges ed Anversa avranno manifatture di arazzo ma che, soprattutto nel Cinquecento, periodo di massima creatività dell’attività di Bruxelles, non decollano e ridefiniscono la propria vocazione; ad Anversa infatti era concentrato il maggior mercato dei panni della regione. Con il declino della supremazia di Bruxelles le tre città, grazie alla presenza di pittori quale Rubens e i suoi allievi, guadagnarono ancora uno spazio nel mercato servendosi di dipinti e disegni degli stessi.

 

 

 

Italia 1600

Roma

1627-31. Castelli, su disegni di Filippo d’Angeli e Francesco Mingucci

1630-41. Storie di Costantino, su disegni di Pietro da Cortona

1635-48. Natività, e altri per il Palazzo Apostolico oggi per la maggior parte ai Musei Vaticani.

1627. Manifattura Barberini diretta da Jacob van den Vliet (Iacopo della Riviera)

Firenze

Utilizzazione di dipinti di Rubens, Artemisia Gentileschi, etc.

Istallazione di telai per la lavorazione ad alto liccio

 

Fuori d’Italia

Francia

Parigi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Savonnerie

 

 

 

 

 

 

 

Gobelins

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia d’Artemisia, Cacce di re Francesco, Storie di Costantino da disegni di Rubens e donate al Cardinale Barberini, oggi al Metropolitan Museum di New York.

 

 

 

 

 

 

 

 

Vita della Vergine, terminata nel 1657 su modelli di Philippe de Champaigne, Cattedrale di Strasburgo.

Si portano a compimento i lavori iniziati a Maincy . Si impostano altre serie, gli Elementi e le Stagioni, e serie allusive alle gesta del Re Sole, allegoriche e mitologiche, su cartoni di Le Brun. Alcune di queste verranno copiate ad Aubousson e Bruxelles, come frequentemente arazzi fiamminghi verranno copiati ai Gobelins. Disegni di Giulio Romano e Raffaello, appartenenti al Cabinet du Roi, saranno assunti come modelli per due esemplari dei Sujet des Fables..

1665-1678 Storia del Re, disegnata da Le Brun e Van der Meulen ; rappresenta la serie più significativa in quanto a perfezione tecnica e interesse storico.

Conferimento a Jean de Fourcy della “carica e intendenza della manifattura d’alto liccio”; rinascita del tappeto e chiamata di tessitori fiamminghi.

5 manifatture:

- dell’Hôpital de la Trinité.

-Faubourg Saint-Antoine, direzione Gerard Laurent

-Manifattura del Louvre

- 1607 Faubourg Saint-Marcel aperta da François de la Planche e Marc de Comans Marcno con la P preceduto dal giglio spesso accompagnata dal monogramma del tessitore.

-Faubourg saint-Germain diretta da Raphaël de la Plance

Tappeti:

-1643. Savonnerie, Simon Lourdet ottiene i privilegi reali e il titolo di “impresario della manifattura di tappeti alla maniera della Turchiae del Levante”

Tessitori indipendenti:

Pierre Damour

 

1662. Nascita della manifattura dei Gobelins.

1667 assumeil titolo di “Manufacture Royale des Meubles de la Courone”, con 4 laboratori e 250 operai diretti da capolaboratorio, soli a poter assumere autonomamente commissioni da privati, tra i quali Jean Jan padre di origine fiamminga. Con l’unificazione delle manifatture e la riorganizzazione di Colbert tutto il personale verrà sottoposto all’autorità di un direttore responsabile nella persona di Charles Le Brun allievo di Simon Vouet. La presenza del pittore determinerà nella produzione quello che viene identificato come stile nazionale o di Luigi XIV o arte di Versailles.

1683. Le Brun è sostituito da Pierre Mignard.

1694-99 i telai si fermano a causa della guerra della Lega Asburgica.

Maincy

 

1658. Nicolas Fouquet fonda vicino al suo castello di Vaux-le-Vicomte una manifattura diretta poi da Charles Le Brun e autorizzata da Luigi XIV, con l’apporto di tessitori francesi e fiamminghi.

1661. vengono unificate a quelle di Parigi.

 

Beauvais

Lavorazione di “verzure”

 

 

 

Incremento arazzi a figure.

Si iniziano a tessere arazzi con decorazioni ispirate ai disegni di Jean Berain.

5 agosto 1664 su proposta di Colbert nasce la Manifattura Reale per la lavorazione di arazzi ad alto e basso liccio con la direzione di Louis Hinart.

1684 è assunto Philippe Béhagle.

Aubousson

 

Durante il corso del Seicento a A. fiorirono piccoli laboratori privati riuniti nel 1665 sotto il nome di manufacture Royale des tapisseries; da questo momento fu usata la sigla M.R.D. o M.R.D.A

Inghilterra

Mortlake 1607-1649

 

 

Atti degli Apostoli sui cartoni di Raffaello posseduti da Carlo I oggi al Victoria and Albert Museum di Londra.

Si afferma la cineseria.

Tessitori da Bruges, Bruxelles, Oudernarde (tra Bruxelles e Gand) ed uno dai Gobelins;

Apertura di piccole manifatture con arazzieri fiamminghi, a Londra, a Sohho.

 

Italia 1700

Roma

 

 

 

Apostoli, su disegni del Procaccini; Madonna col bambino, su un dipinto di Guido Reni, e completamento di serie già avviate dalla Manifattura Barberini.

 

 

 

1710-1798. Fondazione del laboratorio di San Michele a Ripa con il compito di formazione di arazzieri; direzione di Jean Simonet.

1717-1760 direzione Pietro Ferloni.

1791-1798 direzione Felice Cettomai.

Firenze

 

Manifattura medicea direzione Giovan Battista Termini con la collaborazione di Leonardo Bernini e dal 1716 di Vittorio Demignot.

1737 soppressione arazzeria

Torino

Preparazione di modelli da parte di Claudio Baumont

1734-1743 Storie di Alessandro

1741-1750 Storie di Cesare su bozzetti di Lorenzo Pécheaux

1741-1750 Storie di Cesare

1768 Storie di Enea di F. De Mura; realizzati solo 2 arazzi.

1731. Vittorio Emanuele III di Savoia fonda un laboratorio di Arazzi, con telai a basso liccio, affidando la direzione a Vittorio Demignot

1737 istallazione di telai ad alto liccio con la direzione di Antonio Dini.

Napoli

1739. Ritratti dei Sovrani, eseguiti da Domenico del Rosso.

1739. Quattro elementi, dove le figure furono tratte da incisioni di Nicolas Vlenghels

1757 si completa la serie di arazzi francesi dei Gobelins, con le Storie di Don Chisciotte, su disegni di Bonito, De Mura , Diano e Fischetti.

1737 fondazione di un Laboratorio di Arazzi a S. Carlo alle Mortelle per volere di Carlo di Borbone, utilizzando gli arazzieri fiorentini Domenico del Rosso e Giovan Francesco Pieri. Furono utilizzati telai a basso liccio

1757. Pietro Duranti arazziere romano entra in fabbrica.

 

Fuori d’Italia

Francia

Parigi. Gobelins

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla morte del reggente Filippo d’Órleans al Palazzo Reale sono presenti 86 sgabelli, 6 panchette e 4 divanetti rivestiti di una tappezzeria a fondo d’oro.

Questo genere di tappezzeria incontrò i favori di Madame de Pompadour, che commissionò ai Gobelins un “meuble” con giochi di putti per Bellevue (arazziere Neilson). 

 

Gli architetti verranno sostituiti ai pittore nella direzione.

1699-1706 Desgodets

1706-1747. Jules Robert de Cotte

1747-1753. Garnier d’Isle

1775-1780. Soufflot

1781-1789 J.B. Pierre primo pittore del re;

1789-1792. Ch. A. Guillaume

1792-1793. Jean Audran

A questi direttori, con funzioni prevalentemente amministrative, si affiancarono pittori di fama e prestigio come Jean Baptiste Oudry (1733-1755) e Noël Halle (1771-1776) François Boucher. (1755-1770)

Nel 1724 ca. viene introdotta la produzione di arazzi per mobili.

Beauvais –1792, 1808-1814

1730-1732. Divertimenti campestri e Commedie di Moliére, s disegni di Oudry.

1736. Verdures fines

1737 Favole di la Fontaine

1735. Storie di Don Chisciotte su disegni di Natoire

Tenture chinoise su disegni di Boucher.

1726-1775 giunge Jean-Baptiste Oudry

1734 direttore con Nicolas Besniers.

1736 giunge François Boucher

1755Jean-Joseph Dumons proveniente da Aubousson

1780 creazione di un’ateliers per la tessitura di tappeti.

Aubusson

Produzione simile a quella di Beauvais  attingendo agli stessi soggetti: Tinture chinoise, Favole di la Fontaine e tessiture per mobili.

Metà ‘700 inizia la produzione di tappeti nella tecnica simili a quelli di Sumak –tappeti caucasici ad ago.

Spagna

Manifattura di Santa Barbara

1720- ad oggi.

 

 

1776-1791 Françisco Goya fornì alla manifattura 45 composizioni da tradurre in arazzo. 

1720 Filippo V fa venire da Anversa Jacob van der Goten e i suoi figli che fondano la manifattura di Santa Barbara; dopo la metà del Settecento è diretta da Raffaello Mengs.


[1] La Colonna Traiana, a cura di Salvatore Settis, Torino (Einaudi) 1988

 

[2]

[3] Cfr. L. Mortari, Il Tesoro della cattedrale di Anagni, Roma 1963

[4] Cfr. ora, Bonifacio VIII e il suo tempo, Catalogo della Mostra a cura di Marina Righetti Tosti-Croce, Electa, Milano 2000, con bibl..

[5] Cfr. P. Frattaroli in Tessuti nel Veneto. Venezia e la Terraferma, a cura di G. Ericani e P. Frattaroli, Verona 1933, pp. 200-204.

[6] Cennino Cennini Capitolo CLXIV: “ Come si dee disegnare in tela o in zendado per servigio de’ ricamatori.

Ancora ti conviene alcune volte servire racamatori di più ragioni di disegni. E pertanto fatti mettere a’ predetti maestri tela o zendado in telaio bene disteso; e se è tela bianca, togli e’ tuo’ carboni usati, e disegna quello che vuoi. Piglia la penna e lo inchiostro puro, e rafferma, si come fai in tavola con pennello. Poi spazza il tuo carbone. Poi abbi una spugna ben lavata, e struccata d’acqua. Poi con essa stropiccia la detta tela dal lato dirieto dove non è disegnato, e tanto mena la detta spugna, che la detta tela rimanga bagnata tanto, quanto tiene la figura. Poi abbi un pennelletto di varo mozzetto; intingilo nello inchiostro e strucalo bene; e con esso cominci ad aombrare ne’ luoghi più scuri, riducendo e sfummando a poco a poco. Tu troverrai che la tela non serà sì grossa, che per questo tal modo farai sì le tue ombre sfumate, ch’el ti parrà una meraviglia. E se la tela s’asciugassi innanzi avessi fornito d’aombrare, ritorna colla detta spugna a ribagnarlo a modo usato. E questo ti basti a l’opera della tela.”. Cfr. C. Cennini, Il libro dell’arte, a cura di F. Brunello, Vicenza 1998, p. 173. L’autore dedica alcuni capitoli alla pittura su tessuto per fornire le ricette ai pittori; in questi da’ per scontato che alcune di queste operazioni siano ad uso de’ ricamatori. Evidentemente la procedura era consueta.

[7] Cfr. ora, Bonifacio VIII … cit., p. 242-243.

[8] “Ma men fatica ti sarà a lavorare ogni cosa in zendado bianco, tagliato fuora le figure o altro che facessi:e falle fermare a’ ricamatori in sul velluto.“ .Cfr. C. Cennini, op. cit., p. 175.

[9] Il Paliotto di Sisto IV ad Assisi-Indagini ed intervento conservativo, a cura di R. Varoli Piazza, Assisi 1991.

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